No omofobia? Gratta gratta e scopri l'odio alla Chiesa
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di Tommaso Scandroglio18-05-2017 AA+A++

Tanto per cambiare parliamo della cosiddetta omofobia. Cosiddetta perché il neologismo è una pura invenzione ideologica privo di fondamento scientifico. A questa invenzione semantica ieri è stata dedicata anche una “Giornata mondiale contro l’omofobia”. Banale a dirsi: insultare o usare violenza a danno di una persona omosessuale o transessuale a motivo del suo orientamento sessuale o per le sue idee non è giustificato. La stanchezza di ripetere questa ovvietà è proporzionale all’evidenza della stessa. Affermare invece che l’omosessualità è condizione intrinsecamente disordinata non significa insultare o far violenza alla persona omosessuale. Altra banalità, ma non così tanto ovvia per molti.

In occasione della suddetta Giornata mondiale, il Gay Center ha reso noto che in 11 anni di attività 220mila persone hanno telefonato al loro numero verde “per chiedere aiuto”. Qualche precisazione tanto per comprendere meglio il reale peso di questa cifra. In primo luogo non si sa quanti sono i contatti unici. Cioè a voler dire che Tizio potrebbe aver chiamato in questi 11 anni centinaia di volte facendo così lievitare il numero di chiamate complessive.

Secondo: le richieste di aiuto potrebbero non solo essere motivate da atti di discriminazione. Infatti il numero verde del Gay Center non si rivolge solo a chi ha subito violenze o ingiustizie, ma anche chi cerca informazioni, lavoro, consigli, un confronto, un po’ di compagnia, etc. Terzo: anche andando ad individuare nel novero dei 220mila solo quei soggetti che denunciano un atto di discriminazione, bisognerebbe provare che davvero c’è stata discriminazione. Una cosa è infatti sentirsi discriminati, un’altra è esserlo veramente.

Se ad esempio Tizio, che è omosessuale, non è stato assunto da un’azienda, Tizio potrebbe anche dichiarare che la mancata assunzione dipende dal suo orientamento sessuale, ma dove sono le prove? Quarto: negli atti di “omofobia” vengono ricompresi anche pareri e giudizi di persone che non condividono l’omosessualità e la transessualità del figlio, della sorella, del nipote o del cugino. Per non essere “omofobo”, mi devo tappare la bocca e ripetere slogan che non condivido?

Quinto punto, ed è l’aspetto più è rilevante, le cifre non tornano. Nel report del Dipartimento delle Pari Opportunità dal titolo “Verso una Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” - report realizzato dalle più importanti associazioni omosessuali-  si può leggere che nel 2012 il Contact Center dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) ha scovato solo 135 casi di discriminazione attinenti all’ “orientamento sessuale” (p. 5). Il numero di denunce è ritenuto così esiguo che  nella “maggior parte dei casi le istruttorie [sic] vengono aperte direttamente dall’Ufficio”.

Se noi andiamo a calcolare la media annua di atti di “omofobia” denunciati dal Gay Center siamo intorno a 20mila, cifra ben diversa dal centinaio e poco più indicata dall’Unar. Stessa musica se ci mettiamo a spulciare uno studio dal titolo: “Realizzazione di uno studio volto all’identificazione, analisi e al trasferimento di buone prassi in materia di non discriminazione nello specifico ambito dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere (2007-2013)” a firma dell’Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford. Qui si può leggere che “persone che si dichiarano vittima di discriminazione per via del proprio orientamento sessuale” sono tra il 2 e il 6% a seconda delle regioni italiane (p. 63). Traducendo in numeri significa che nel quinquennio 2007-2013 le persone omosessuali che si sono sentite discriminate sono intorno alle 4mila. Dunque, dato che le fonti di queste cifre vengono tutte da soggetti che militano nell’ambito del mondo LGBT, che si mettano d’accordo tra loro.

Accertato che la cifra di 220mila è poco attendibile, il Gay Center e l’Arcigay si premurano di individuare i colpevoli dello psicoreato di omofobia: Dio, patria e famiglia.

“La religione cattolica è ancora un ostacolo alla libertà”, afferma a Repubblica Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center. E così il primo colpevole da mettere dietro le sbarre dovrebbe essere la Chiesa cattolica, intesa sia come istituzione che come insieme dei credenti. Poi Marrazzo aggiunge, riferendosi agli utenti del loro numero verde, che “c’è chi ha difficoltà a fare coming out e chi subisce aggressioni, dalla scuola al lavoro, alla famiglia. […] Stiamo registrando un incremento di minori che subiscono violenze in famiglia”. Inoltre “non tutte le scuole sono pronte” ad accettare la teoria del gender.

Se sono violenze da codice penale bene intervenire, se invece mamma e papà non condividono l’omosessualità del figlio o i docenti si rifiutano di insegnare teorie poco scientifiche  è improprio usare il termine “violenze” perché calunnioso nei confronti di genitori e professori. L’Arcigay invece ha raccolto 196 storie di “omofobia” divise in sei sezioni. La seconda riguarda l’ “omofobia” nelle scuole, non solo perpetrata dagli studenti ma anche dai docenti. Dunque ci sarebbe anche un’ “omofobia” statale, istituzionale.

Nulla di nuovo. Nel febbraio del 2014 venne data alle stampe una trilogia di manuali per la scuola statale dal titolo “Educare alla diversità”, libretti ritirati per il clamore mediatico che avevano provocato. I destinatari erano gli insegnanti delle elementari, medie e superiori. I testi furono redatti dall’Istituto A. T. Beck, istituzione schieratissima a favore dell’omosessualità. Secondo gli estensori dei libretti la colpa della dilagante “omofobia” è della Chiesa, della famiglie e dello Stato: “Che tipo di educazione abbiamo ricevuto sull’omosessualità dalla famiglia, dalla Chiesa, dallo Stato, dai mass-media, dalla scuola? Non c’è mai stato un approccio neutrale all’omosessualità, che, al contrario, veniva considerata un ‘male’ ”. In specie è la Chiesa ad essere l’osservato speciale: “il grado di religiosità” è uno degli elementi che delinea “il ritratto di un individuo omofobo. […] Come appare evidente, maggiore risulta il grado di ignoranza, di conservatorismo politico e sociale, di cieca credenza nei precetti religiosi maggiore sarà la probabilità che un individuo abbia un’attitudine omofoba”.

Abbiamo aperto con qualche considerazione banale e chiudiamo con una domanda fatta della stessa pasta: ma tutte queste affermazioni non potrebbero essere rubricate come “discorso d’odio”, come affermazioni che offendono i credenti e chi la pensa in modo diverso? Non è che a furia di combattere i mulini a vento delle discriminazioni si finisce per discriminare?


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