Novak: «Obama consegna l'Iraq ai terroristi»
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di M. Claudia Ferragni e Stefano Magni26-06-2014 AA+A++

Michael Novak è il più importante filosofo cattolico statunitense vivente. Classe 1933, autore di 25 libri, è stato molto vicino a San Giovanni Paolo II; la sua critica spietata ai regimi totalitari del Novecento, il suo amore spassionato per la società aperta, elementi sempre presenti nei suoi numerosi editoriali, ne hanno fatto una delle figure intellettuali simbolo dell’ultima fase della Guerra Fredda. Dopo la vittoria dell’Occidente, comunque, non esita a dire (come ha fatto nei giorni scorsi nella sua lezione alla Acton University, a Grand Rapids, Michigan, Stati Uniti) che “non abbiamo raggiunto il massimo grado di libertà e il massimo grado di prosperità per vivere come bestie, inclini ad assecondare solo gli istinti. Non siamo diventati liberi per finire schiavi dell’istinto”. E ricorda alla sua attenta audience che “la democrazia può risolversi in una tirannia della maggioranza. E questa è peggio di un singolo dittatore: dal dittatore la maggioranza può difendersi, dal tiranno maggioritario il singolo non può scampare”.

Lo abbiamo incontrato a Grand Rapids, alla conclusione del ciclo di lezioni della Summer University dell’Acton Institute, proprio mentre, dal Medio Oriente, arrivavano pessime notizie: le milizie qaediste alla porte di Baghdad e la possibilità che gli Usa debbano intervenire di nuovo (a meno di 3 anni dal ritiro dall’Iraq) per proteggere il governo di Al Maliki. Michael Novak, nel 2003, quando la guerra irachena iniziò, era in prima fila, fra gli interventisti. Abbiamo iniziato la nostra intervista proprio dal conflitto in Iraq.

Professor Novak, alla luce del dramma iracheno, cosa ne pensa ora?

Ora io mi vergogno di come si stanno comportando gli americani. Perché si sono ritirati troppo in fretta dall’Iraq, proprio quando stavano iniziando a vincere la guerra, quando in Iraq stavano sorgendo istituzioni libere, libere radio, libere televisioni, liberi giornali, come mai era avvenuto prima nella storia dell’Iraq. Disimpegnarsi in quel momento, lasciare andare tutto a rotoli, consegnare di nuovo la società irachena nelle mani dei terroristi è stato un errore drammatico, che gli Stati Uniti pagheranno caro in futuro: chi si fiderà più di noi, adesso?

Perché, nel 2003, considerava il conflitto in Iraq come una guerra giusta? La stragrande maggioranza degli analisti la considera una guerra causata dall’unica falsa informazione delle armi chimiche di Saddam

Prima di tutto, la Guerra del Golfo del 1991 non era affatto finita. Era un accordo di pace fragile, condizionato dal buon comportamento di Saddam Hussein. Doveva rispettare determinate condizioni. Tuttavia non le rispettò. Anche l’ex Urss e molti Paesi dell’ex Patto di Varsavia, dopo la Guerra Fredda, aprirono le porte e lasciarono che venissero ispezionate le loro armi di distruzione di massa. Saddam non lo fece ed escluse gli ispettori internazionali. Nessun presidente americano sarebbe rimasto inerte, avendo in mano precise informazioni di intelligence (compresa l’intelligence italiana) sull’esistenza in Iraq di una scorta di armi di distruzione di massa. E c’erano quelle armi. Lo ricordo come se fosse ieri: i rapporti dell’Onu sulla presenza di grandi scorte di Sarin, lo stesso che venne usato nella metropolitana di Tokyo. Nessun presidente americano, ripeto, a un anno dall’11 settembre, avrebbe lasciato che un dittatore ostile si dotasse di armi cosi pericolose. In una scala di rischio che va da 1 a 10, anche un fattore di rischio 3 avrebbe giustificato un intervento. Nessuno mentì in quell’occasione, anche tutti, ma proprio tutti (anche Bill e Hillary Clinton, anche il senatore Kennedy, il più pacifista di tutti) erano favorevoli all’intervento.

Papa Giovanni Paolo II, però, era decisamente contrario all’intervento

Considerando il mio rapporto di amicizia con Papa Wojtyla, ho veramente odiato il fatto di non essere stato d’accordo con lui. Ma secondo la dottrina cattolica della guerra giusta, le decisioni spettano all’autorità secolare. E sono contento di appartenere a una Chiesa che non ha approvato la guerra, perché almeno non possiamo essere accusati di aver condotto una guerra di religione.

I cristiani iracheni, però, sono le prime vittime del conflitto

Quando incontrai l’ex arcivescovo dell’Iraq a Roma, convenne con me che la condizione dei cristiani iracheni fosse alquanto precaria. Le truppe statunitensi ebbero una funzione protettiva, almeno per i primi anni. Quando iniziò il ritiro delle truppe… fu allora che iniziò la persecuzione vera e propria.

Il flop dell’Iraq può segnare la fine della strategia di esportazione della democrazia?

No. Basti vedere come l’Egitto sia insorto prima contro Mubarak e poi contro i Fratelli Musulmani. La gente, nei paesi islamici, vive quel che noi ci siamo dimenticati dai tempi della Seconda Guerra Mondiale: repressione poliziesca, politica, religiosa, incarcerazioni arbitrarie, torture indicibili, esecuzioni di massa. Ma adesso vedono, in televisione, che tutto questo incubo può finire, possono vivere liberi. In una lezione che ho tenuto di recente sull’islam e i diritti umani, ho spiegato (e lo ribadisco) che tutte le religioni possono accettare i diritti umani: lo hanno fatto gli ebrei, i cristiani cattolici, ortodossi e protestanti. Non vedo perché proprio solo i musulmani siano impermeabili alla democrazia e ai diritti umani. Anche la Chiesa dovette fare un percorso lungo e difficile prima di giungere a sostenere pienamente la democrazia. Agli albori del fascismo, il Partito Popolare di Don Sturzo non era ben accettato dal Vaticano. Ci volle la Seconda Guerra Mondiale per ascoltare, nel 1942, l’omelia natalizia di Pio XII, uno dei più potenti discorsi a favore della democrazia nella storia del cattolicesimo. Mezzo secolo dopo, con Giovanni Paolo II, la democrazia fiorì laddove prevaleva il cattolicesimo. Secondo il politologo Samuel Huntington (autore del noto “Lo scontro delle civiltà”), la nascita e rinascita della democrazia nei Paesi cattolici dell’Est europeo, America Latina e Asia, iniziata alla fine degli anni '70 e culminata nei primi anni '90, fu la terza grande ondata democratica della storia (dopo quella anglosassone e una seconda seguita alla Seconda Guerra Mondiale). Nel 1974, nel mondo, c’erano solo 35 democrazie liberali. Adesso sono 120, molte delle quali già consolidate e ben funzionanti. Io penso che la gente, ora, veda solo gli aspetti più negativi, più dolorosi, della democratizzazione nel mondo islamico. Ma i risultati verranno.

Grazie alla globalizzazione, della democrazia e del mercato, il mondo in via di sviluppo è ora meno povero. Ma è l’Occidente, in compenso, che si sta impoverendo. Perché, secondo lei?

Non so in Europa, ma negli Usa abbiamo incamerato 10 milioni di nuovi abitanti dall’America Latina, in maggioranza clandestini che non sanno l’inglese e vanno ad ingrossare le file dei poveri. Dieci milioni: è come incamerare una nazione intera delle dimensioni della Svizzera. Ma non ci trovo niente di male in tutto questo: è un rinnovamento, un apporto. Fra dieci anni non saranno più poveri. Ma il problema è che molto spesso questi gruppi non formano nuove famiglie. Ad esempio a Washington DC il 70% dei figli ormai nasce al di fuori del matrimonio. A cui si deve aggiungere il numero terribilmente alto di aborti. L’altro problema è che, sotto l’amministrazione Obama il tasso di disoccupazione è rimasto molto alto e questo non avrebbe dovuto succedere. C’è molto capitale che attende di essere investito e se ciò avvenisse staremmo meglio oggi che in tutti gli ultimi 40 anni, ma purtroppo ci sono troppe incertezze che limitano il numero di investimenti e di assunzioni: l’alto costo del lavoro, l’Obamacare, le tasse che si alzano. Eppure il miglior modo per aiutare i poveri sarebbe quello di lasciare carta bianca agli imprenditori. La piccola impresa resta, come sanno bene anche gli italiani, la prima fonte di crescita economica.

Questo per quanto riguarda la povertà materiale. Ma per quanto riguarda quella spirituale?

La realtà politica e quella economica, oggi, non sono le uniche che contano, a differenza di quel che abbiamo vissuto nel Novecento. La terza realtà è la vita umana. E soprattutto la risposta alla domanda cruciale su come dobbiamo vivere. Quando abbiamo la libertà economica e quella politica non possiamo vivere come bestie, ma dobbiamo cercare la bellezza e la purezza, un livello più elevato di bene. Dobbiamo chiederci come dovremmo vivere per rendere i nostri sistemi economici più prosperi, che tipo di persona dobbiamo diventare e come educare i nostri figli. Per dirla come Cicerone, l’amicizia è la risposta, ma come cattolico la mia risposta è l’amore sofferente. Noi cattolici conosciamo la verità del mondo, cioè che tutti dobbiamo prima o poi soffrire e che Dio ha assunto su di sé la sofferenza con la Croce. Non basta quindi saper riconoscere il bene e il male, ma è necessario anche il perdono. Senza di esso non riusciamo a portare il peso dei nostri errori. Sapere di essere perdonati ci consente di risollevarci e di continuare a vivere. In definitiva la storia della libertà coincide con la storia della redenzione, dunque con la storia del cristianesimo. Penso che il cristianesimo sia la miglior religione per una società libera e prospera. 

 

 

 


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