Obama e Castro, il disgelo non fa rima con la libertà
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di Stefano Magni12-04-2015 AA+A++

Panama, al Summit delle Americhe, dove sono rappresentati tutti gli Stati del continente, dall’Argentina al Canada, gli occhi erano puntati su due capi di Stato, in particolare: Barack Obama e Raul Castro. I due presidenti si sono stretti la mano e hanno tenuto un incontro ufficiale, inizialmente non previsto dall’agenda. I media italiani, così come quelli statunitensi, hanno definito questo incontro “storico”: si tratta della prima volta che si tiene un incontro al vertice Cuba-Usa. Obama stesso definisce l’incontro come un “momento di svolta per tutta la regione”. Non si parla ancora della fine dell’embargo, in compenso ci si aspetta, alla conclusione del Summit di Panama, un disgelo su altre questioni. Cuba chiede di essere cancellata dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Gli Usa premono per un maggior rispetto per i diritti umani da parte del regime castrista.

Per dissidenti, esuli, oppositori e semplici cittadini cubani, ciò che interessa di più è la speranza che il disgelo porti anche a un’apertura del regime comunista, a un vero crollo del “muro” cubano, un 1989 per i Caraibi. Ma è una prospettiva realistica? Nonostante l’euforia dei media, un episodio di tre giorni fa, molto poco riportato in Italia, contribuisce a raffreddare l’entusiasmo. Una manifestazione di dissidenti cubani, attivisti per la democrazia e loro sostenitori statunitensi, a Panama City, è stata assaltata da gruppi di castristi e la marcia pacifica è degenerata in rissa. “L’aggressione degli scagnozzi del regime castrista a una marcia di pacifici attivisti democratici e cittadini statunitensi a Panama, ci deve ricordare la brutalità dei fratelli Castro e dei loro esecutori – dichiarava, il giorno stesso, Ileana Ros Lehtinen, cubano-americana, deputata repubblicana della Florida – Anche all’ombra del Summit delle Americhe, questi oppressori seriali non possono resistere al loro impulso di picchiare uomini e donne innocenti, solo perché praticano il loro diritto di libertà di espressione”.

Lo scrittore dissidente cubano Carlos Carralero, esule in Italia dal 1995, pensa che quell’episodio sia molto indicativo di quanto il regime comunista non intenda affatto aprirsi, nonostante il disgelo: “Fra i manifestanti pro-democrazia di Panama c’erano attivisti, emigrati negli Usa, dissidenti e sono stati picchiati all’estero, nel corso di un evento internazionale, come se fossero all’Avana – spiega a La Nuova Bussola Quotidiana – Nel gruppo dei picchiatori è stato anche riconosciuto e fotografato il capo dell’intelligence cubana in Venezuela. Non solo dirigeva la folla, ma lui stesso era intento a picchiare i dissidenti, personalmente. I siti del dissenso democratico stanno facendo girare la foto con l'uomo in questione cerchiato in rosso. Tutto questo, Obama lo sa benissimo, anche se non cambia di una virgola la sua politica. Io mi chiedo: se trattano così chi contesta il regime a Panama, si può solo immaginare come vengano trattati i dissidenti a Cuba”.

Nel cerchio rosso è indicato dai dissidenti il capo dell'intelligence cubana in Venezuela

Eppure tutti i telegiornali parlano di svolta storica. “L’informazione che arriva in Italia è a dir poco frustrante. Non è affatto detto che questi colloqui rappresentino un vero passo avanti, o una svolta storica. Non è affatto detto che il regime cubano stia muovendo verso la democrazia. Questo incontro fra Raul Castro e Barack Obama è solo l’ennesimo espediente del regime per prender tempo, non rappresenta una vera voglia di cambiamento”. Ma perché trattare, allora? “Perché il regime sa che Obama vuole concludere un accordo il prima possibile. Sanno che è disposto ad accettare quasi tutti i compromessi. Anche in questi colloqui, il 95% della sostanza è messa dal regime dei Castro (cancellazione dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo, dunque fine di una serie di sanzioni e di ostacoli per chi vuole investire, ndr), mentre dall’altra parte ci sono piccole e vaghe richieste di rispetto dei diritti umani a Cuba”.

Carralero, che è lontano dal suo paese da 20 anni esatti e rischia il carcere se dovesse tornarci, non nutre molte speranze per un eventuale rientro: “Se provo ad avvicinarmi al consolato cubano, non mi fanno entrare. Al massimo, se i funzionari fossero proprio di buon umore, mi prenderebbero in giro, mi direbbero di mettermi a fare la trafila per ottenere un passaporto”. Ma se l’embargo dovesse finire? “Non sarà immediato. Non conviene nemmeno ai Castro. Se Fidel fosse ancora in sella, non si sarebbe nemmeno posto il problema, perché avrebbe bloccato subito la trattativa con Obama. Raul Castro potrebbe creare qualche problema, abbastanza forte da non far levare l’embargo. Non nel breve periodo, comunque”. Ma non è Cuba, dunque, a chiedere la fine del blocco? “Non il regime cubano. Assolutamente. Perché sarebbe la sua fine. Come giustificherebbe il suo disastro, in quel caso? Chi non ha vissuto a Cuba, non se ne può nemmeno rendere conto: non è solo un disastro economico, infrastrutturale, ma anche morale. Però, per dare la colpa a qualcuno o a qualcosa, c’è sempre la scusa pronta dell’embargo. E d’altra parte è un embargo che non ha mai fatto soffrire il regime. Prima c’era il fiume di denaro dall’Unione Sovietica che lo sosteneva, poi è stato sorretto dal commercio con l’Europa e infine, da quando Chavez è asceso al potere in Venezuela, è iniziata l’iniezione dei petroldollari venezuelani, un vero oleodotto che continua a pompare denaro all’Avana”.

Ci sono poche concrete speranze di cambiamento. Carlos Carralero sottolinea soprattutto l’impatto culturale e spirituale del regime castrista sul popolo cubano: “I cubani di oggi sono irriconoscibili, non hanno più identità nazionale, non hanno più un’identità individuale, non pensano. Dopo mezzo secolo di comunismo badano solo alle necessità materiali, si comportano come delle macchine. Non la definisco più nemmeno ‘Cuba’, la chiamo ‘Castrolandia’”. Ma quando i Castro moriranno? “Secondo me, con la mentalità del cubano medio odierno e con la sua progressiva perdita di capacità di resistere, il pericolo è quello che si instauri una dinastia dei Castro, anche dopo la morte di Raul. Come è già avvenuto in un altro regime comunista: la Corea del Nord. I figli di Raul sono meno visibili, ma molto potenti. La figlia di Raul, Mariela, è una populista incredibile. Mettere in piedi, a Cuba, una fondazione per i diritti gay è una mossa propagandistica che le ha attirato simpatie in tutto il mondo, le permette di fare proseliti all’estero. Il figlio Alejandro ha il controllo potenziale delle forze armate e gestisce, assieme al genero, l'impero economico della famiglia Castro. Ho paura che anche a Cuba si ripeta quel che è già avvenuto in Corea del Nord, una dinastia rossa. Altro che aperture…”.


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