Omofobia, ci vogliono imbavagliare E noi facciamo ricorso al TAR
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di Gianfranco Amato24-03-2014 AA+A++

Riccardo Cascioli, direttore della Nuova Bussola Quotidiana, ha impugnato presso il T.A.R. del Lazio il famigerato decalogo dell’UNAR «per una rispettosa informazione delle persone LGBT», avvalendosi dell’assistenza legale dei Giuristi per la Vita (vedi allegato in fondo all'articolo). E' il primo - e per ora unico - giornalista che abbia sfidato la dittatura del politicamente corretto.

Stiamo parlando, per chi non avesse seguito la cronaca, di quel documento (“Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone LGBT”) che La Nuova BQ ha denunciato per prima (leggi qui): dopo aver ricordato ai giornalisti che dovranno usare sempre l’acronimo LGBT, impone, tra l’altro, di non confondere il «sesso biologico», che riguarda i cromosomi e la fisiologia degli apparati genitali, con l’identità di genere, che viene definita come «il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e di donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire “io sono un uomo, io sono una donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». 


E’ quel documento che vieta, tra l’altro, di usare espressioni quali «famiglia naturale» o «famiglia tradizionale», o espressioni quali «famiglia gay» o «famiglia omosessuale» per intendere il nucleo in cui i genitori sono dello stesso sesso, dovendosi preferire la locuzione «famiglie omogenitoriali», oppure «famiglie con due papà, due mamme, ritenendo «meglio ancora parlare, semplicemente, di famiglie» ed evitare di contrapporre tali realtà al concetto di «famiglie tradizionali».  

E’ quel documento che, in tema di adozioni, vieta di sostenere che il bambino «ha bisogno di una figura maschile e di una femminile come condizione fondamentale per la completezza dell’equilibrio psicologico» (il giornalista che sostenesse questa tesi si renderebbe responsabile della propagazione di un «luogo comune», smentito dalla «letteratura scientifica»).

E’ quel documento che, ancora, vieta di parlare di «utero in affitto», considerandola un’«espressione «dispregiativa», che va sostituita con l’espressione «gestazione di sostegno» . E’ quel documento che impone di superare, tra l’altro, l’istituzione di un contraddittorio «quando si parla di tematiche LGBT nei giornali e nelle televisioni: se c'è chi difende i diritti delle persone LGBT» non  è necessario che si dia voce a chi è contrario. E’ quel documento che, tra l’altro, invita anche i fotografi ad evitare di riprendere immagini di persone «luccicanti e svestite» durante i servizi sui gay pride.

Questi i due principali motivi del ricorso al T.A.R. Lazio proposto da Riccardo Cascioli, che è stato notificato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Dipartimento per le Pari Opportunità e all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale:

1) violazione del diritto alla libertà di espressione e del pluralismo informativo e violazione degli articoli 13 e 21 della Costituzione;

2) difetto di competenza, violazione della riserva di legge per quel che concerne le restrizioni alla libertà personale, eccesso di potere, violazione dello Stato di Diritto, violazione degli articoli 13 e 117 della Costituzione, per contrasto con l’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, violazione dell’art.2, Legge 3 febbraio 1963, n.69.

La cosa che in questa strabiliante vicenda stupisce, al netto del coraggio di Cascioli, è la reazione di quasi tutta la cosiddetta libera stampa. Non si è sentita, ad esempio, la voce di un grande giornalista qual è Paolo Mieli, che in un suo articolo pubblicato dal Corriere della Sera la vigilia di Natale del 2004, si era lanciato in un’appassionata apologia del diritto dei giornalisti: «La difesa della libertà di stampa significa salvare per le future generazioni il lascito immenso della lettura, da cui dipende tutta intera la trasmissione del patrimonio culturale della nostra civiltà e la possibilità che continui ad esistere un valido sistema di istruzione».

L’unica voce critica che si è levata contro il decalogo dell’UNAR è stata quella di Piero Ostellino che ha liquidato con sferzante ironia la vicenda in un suo pezzo pubblicato dal Corriere della Sera il 4 gennaio 2014, intitolato Il burocrate ignora il senso del ridicolo. Il limite di quel pur pregevole giudizio beffardo sta nell’atteggiamento di superiore distacco che è tipico degli intellettuali liberali. Anche i predecessori di Ostellino ridevano dei fez, dell’orbace e di tutto l’armamentario ridicolo dei primi fascisti, sostenendo, sarcastici, che una risata li avrebbe seppelliti. Purtroppo, però, la storia ha poi dimostrato come ad essere seppelliti siano stati la libertà di stampa e il nostro stesso Paese, finito sotto le macerie di un devastante conflitto mondiale. Non si può liquidare un attacco così esiziale alla libertà, col frizzo e l’irrisione, per quanto sagace possano essere.

Inquieta anche il fatto che l’ultimo precedente relativo ad una direttiva del governo italiano indirizzata ai giornalisti in cui si specificava cosa scrivere e come scrivere toccando alcuni temi, risale a settant’anni fa. Bisogna, infatti, rievocare le famigerate “veline”, ovvero i fogli d'ordine (redatti appunto su carta velina) contenenti le disposizioni che il regime fascista impartiva alla stampa quotidiana e periodica, che cominciarono a circolare dal 1935 e che divennero sempre più pressanti verso i giornalisti dopo l’istituzione del Ministero della Cultura Popolare.

Singolare, poi, che oggi nell’Italia democratica si debbano rievocare le parole di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti d’America e uno dei padri fondatori di quella nazione che tra le prime al mondo riconobbe nella propria costituzione, il 15 dicembre 1751, la libertà di stampa. In una lettera inviata a James Currie il 28 gennaio 1786, infatti, Jefferson scriveva: «Our liberty depends on the freedom of the press, and that cannot be limited without being lost» (la nostra libertà dipende dalla libertà di stampa, e questa non può essere limitata senza essere perduta). Dopo quasi duecentotrent’anni da questa affermazione, vedremo cosa pensano i magistrati del Tribunale Amministrativo del Lazio. 




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