Omofobia, partiti sull'orlo di una crisi di nervi
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di Alfredo Mantovano19-09-2013 AA+A++

Il “pacco” era stato preparato con cura: accordo stretto fra il vertice Pd e il vertice Pdl, confermato dalla presenza di un relatore per partito, consenso di Sel, M5s e centristi, iter veloce e discussione strozzata in Commissione Giustizia, approvazione rapida dell’Aula. Qualcuno avrebbe protestato, ma sarebbe stato l’inutile starnazzare di una esigua minoranza. La legge sull’omofobia sarebbe passata come un treno ad alta velocità secondo il “lodo Scalfarotto”, bene illustrato nella ormai celebre intervista a L’Espresso del 26 agosto: maggioranza parlamentare la più ampia possibile, avallo dei “cattolici”, introduzione nell’Aula di quella aggravante che in Commissione era stata pudicamente nascosta dietro a una foglia di fico.

E invece siamo a giovedì, e si riprende fra poco, a fine mattinata, con un “pacco” non (ancora?) arrivato a destinazione: i primi due giorni della settimana parlamentare sono stati impiegati martedì solo per la discussione e il voto della pregiudiziale di costituzionalità e mercoledì per cercare un accordo fra Pd e Pdl sull’aggravante. Questo non è stato (ancora?) raggiunto, ma si è perso per strada l’on. Leone del Pdl, che ha dato le dimissioni da relatore, lasciando in tale veste soltanto l’on. Scalfarotto.

 Che cosa è successo per determinare questa situazione? E perché, nel momento in cui la pregiudiziale di costituzionalità è stata respinta con 405 voti contrari, a fronte di 100 favorevoli? Con 300 voti di scarto, che timori vi sono per approvare in aula questa benedetta legge, che viene ritenuta così urgente da avere la precedenza su tutto? Per rispondere va ricordato ancora una volta il carattere fortemente liberticida delle norme in questione e il loro essere manifestamente battistrada del matrimonio gay, come dichiarato in esplicito dal relatore. Una legge del genere ha bisogno che i due principali partiti, peraltro partner della maggioranza che appoggia il governo, si sostengano a vicenda, senza tener fuori Sc/Udc: per evitare una versione più hard, verso la quale premono Sel e M5s, il Pd ha necessità dell’appoggio del Pdl, al netto di qualche parlamentare irrecuperabilmente ostile; per accontentare le sue frange libertarie, oggi egemoni al vertice, il Pdl ha a sua volta necessità dell’appoggio del Pd; Sc/Udc assicura la benedizione dei cattolici considerati bravi e corretti...

 È successo qualcosa su cui varrebbe la pena di riflettere, oltre la vicenda specifica. Un gruppo ristretto di deputati ha mantenuto la posizione: la Lega, Fratelli d’Italia, e una pattuglia di coraggiosi del Pdl, guidati dagli onorevoli Pagano e Roccella, in tutto – in proiezione – non più di 25 deputati. L’on. Costa ha tenuto a precisare prima del voto sulla pregiudiziale di parlare a nome del Pdl, e in tale veste si è espresso contro la pregiudiziale medesima. I 25 previsti sono diventati 100. Il che vuol dire che tre quarti dei deputati Pdl hanno votato a favore della pregiudiziale, per l’incostituzionalità della legge! Il che vuol dire, ancora, che larga parte dei deputati hanno seguito – grazie anche al voto segreto – la propria coscienza e gli orientamenti dei propri elettori più delle indicazioni del vertice. Il che vuol dire che l’accordo col Pd nei fatti è saltato: questo spiega le dimissioni da relatore dell’on. Leone. Morale della favola: se il Pdl avesse tenuto una posizione coerente con la propria storia e con i principi di riferimento non si sarebbe neanche arrivati in Aula.

 E i cattolici bravi e corretti di Sc/Udc? Dal resoconto stenografico della seduta del 17. On. Buttiglione: “Questa legge dal punto di vista tecnico-giuridico (è) una legge sostanzialmente inutile, perché è una legge la quale non colpisce nessun comportamento che non sia già colpito da leggi vigenti. (…) Penso anche che sia una legge pericolosa, potenzialmente, perché noi entriamo sul cammino della affirmative action cioè della attribuzione ad alcune categorie di persone di diritti particolari. (…) Tuttavia, consapevole della situazione di frustrazione, di ricerca di un cammino, della domanda di un livello più elevato, più autentico, più cordiale di accoglienza nella società italiana della comunità gay, io sono pronto a votare questa legge”.

Domanda: ma se la legge è inutile, e anzi pericolosa, perché l’on. Buttiglione la voterà? Egli, a dire il vero, pone le condizioni che non si limiti la libertà di opinione e che non si apra ai matrimoni gay. Ma quali garanzia ha avuto, e da chi, perché ciò non avvenga? L’intervento dell’on. Binetti va nella medesima direzione. Entrambi non hanno votato a favore della pregiudiziale di costituzionalità.

 Alla luce dei risultati raggiunti dai pochi coraggiosi che hanno condotto quasi in solitudine una battaglia di libertà e di civiltà, non valeva la pena, invece che porre condizioni che si sa non verranno accolte, contrastare il provvedimento in modo aperto, motivato e chiaro, fin dall’inizio? Gli scenari a questo punto sono due: o la Sinistra si ricompatta, M5s incluso, e vara una legge hard anche nei toni, senza accordo col Pdl; il Pd accetterà il rischio di votare con gli oppositori del governo Letta nel momento di massimo sforzo per sostenerlo, e su una legge così divisiva? Oppure si troverà un accordo col vertice Pdl, che certamente non porterà dietro di sé larga parte del gruppo parlamentare; ha interesse il Pdl a farsi dividere a metà proprio oggi? In un caso e nell’altro, quale sarà il ruolo dei cattolici bravi e corretti?


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