Papa Francesco, la famiglia e Scalfari
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di Massimo Introvigne30-12-2013 AA+A++

Voglio condividere con i lettori la gioia di avere ascoltato la preghiera di Papa Francesco per la famiglia a Nazaret, dove mi trovo in pellegrinaggio con altre firme della Nuova Bussola Quotidiana - Marco Invernizzi, Rino Cammilleri, Alessandro Pagano - e dove il Papa è apparso in video dopo l'Angelus di domenica 29 dicembre 2013, collegato con la Basilica dell'Annunciazione in Terrasanta così come con Loreto e la Sagrada Familia di Barcellona. Affidando alla Sacra Famiglia, nel giorno della sua festa, il prossimo Sinodo, il Pontefice ha ricordato con forza che la famiglia è «sacra e inviolabile», che in essa vive «lo splendore dell'amore» e che nella famiglia di Nazaret «Dio ha voluto avere un padre e una madre, proprio come noi». Il segreto della famiglia, ha ripetuto Francesco riprendendo quanto aveva già detto altre volte, parte dalle piccole cose, dalla buona educazione, dalle tre parole fondamentali: permesso, grazie, scusa. Nella famiglia, ha detto il Papa, si sperimentano anche il dolore e le ingiustizie umane: nella strage di Erode si annunciano tanti altri attentati alla vita, nell'esperienza della Sacra Famiglia profuga riconosciamo i milioni di profughi di oggi e le colpe di chi spesso non è capace di accoglierli.

Anche in Terrasanta, dove ci sono in queste vacanze tanti pellegrini e turisti italiani, molti nella stessa mattina di domenica hanno aperto  «Repubblica» e hanno scoperto nell'omelia settimanale di Eugenio Scalfari che Papa Francesco ha «canonizzato pochi giorni fa Ignazio di Loyola» (1491-1556),  gesto da cui il giornalista ricava tutta una serie di conseguenze. Certo, se dopo tanti secoli fosse stato canonizzato il fondatore dei Gesuiti si tratterebbe di una grande novità per la Chiesa. Peccato però che Scalfari sia in ritardo di quasi quattrocento anni: sant'Ignazio è stato canonizzato nel 1622. Evidentemente si è confuso con la canonizzazione di un altro gesuita delle origini, Pietro Favre (1506-1546): ma lo svarione basterebbe a farci buttare via tutto l'articolo e a evitare di perdere tempo.

Tuttavia altri prendono sul serio Scalfari - per manipolare il Papa o per attaccarlo - e qualche considerazione, sullo sfondo della grande festa delle famiglie, è quindi opportuna. Come c'è in Italia una giustizia a orologeria - che funziona perché le fa eco e la anticipa nei verdetti proprio il giornale di Scalfari - ora c'è anche una memoria a orologeria. Il ricordificio di Scalfari arriva, puntuale come Equitalia, ogni volta che ci sia da coprire qualche gesto del Papa, nel caso del 29 dicembre la giornata dedicata alla Sacra Famiglia e la difesa del carattere «sacro e inviolabile» della famiglia che tanti amici di «Repubblica» tentano invece ogni giorno di violare.

La famosa «intervista» - in realtà una chiacchierata informale - diventa un magazzino magico da cui fare emergere «ricordi» selettivi ogni volta che servono. Ma sappiamo già che Scalfari non registrò la voce del Papa, non prese appunti letterali, attribuì al Papa cose non solo mai dette da Francesco ma neanche pensate. Lo sappiamo non da qualche critico malevolo, ma dallo stesso Scalfari il quale, parlando alla Stampa Estera, lo scorso 21 novembre ebbe a dire: «Sono dispostissimo a pensare che alcune delle cose scritte da me e a lui attribuite, il Papa non solo non le abbia dette ma neppure  le condivida».

Dunque, quando emergono dai nuovi ricordi di Scalfari - quando finiranno? - frasi teologicamente ambigue attribuite al Papa, la domanda è: di che cosa stiamo parlando? Il 21 novembre il giornalista ci ha già detto tutto: a voler essere molto benevoli, la memoria lo tradisce e gli fa attribuire a Papa Francesco cose che il Pontefice non ha detto, non pensa, non condivide e che sono semplici quanto irrilevanti frammenti dell'immaginazione di Scalfari.

L'articolo ha una tesi di fondo: Papa Francesco ha abolito la nozione di peccato, sostituendola con la misericordia. Sciocchezze, e Scalfari non legge il Papa. Perché i fiumi di misericordia di cui parla Francesco hanno uno sbocco preciso: sfociano nel confessionale. Un giorno prima delle ammissioni di Scalfari alla Stampa Estera, all'udienza generale del 20 novembre, Papa Francesco aveva osservato che «tante persone forse non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina sempre l’individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa. Per noi cristiani c’è un dono in più, e c’è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale» della confessione. Dio perdona sempre, ma perdona «il peccatore» - altro che abolire il peccato -, lo perdona se è pentito, e gli chiede di passare dalla confessione.

Se il carattere «inviolabile» della famiglia è violato, se si attenta alla vita, se si maltrattano i profughi, come non riconoscere nella storia la presenza del peccato e la necessità della confessione? Ai lettori mi permetto di dare un consiglio: leggere i discorsi di Papa Francesco alla fonte, magari aiutati - se lo ritengono - dai commenti di questa testata, che si sforzano sempre di rimanere fedeli e aderenti ai testi, senza seguire i pifferai magici della stampa laicista e neppure certi critici che vanno a spulciare fuori del contesto le frasi del Pontefice per fargli quotidiani esami di teologia quasi fosse un seminarista.

A Scalfari chiediamo di chiudere il ricordificio, la macchina della manipolazione e della fantasia. Se rispetta il Papa, si metta in umile ascolto di quello che dice. Se davvero il suo cuore di non credente è inquieto, e non si tratta solo di una posa retorica, ascolti piuttosto in silenzio e umiltà questo appello alla confessione di Papa Francesco: «E io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti. Pensa che qualcuno ti aspetta perché mai ha smesso di ricordarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come ha fatto Zaccheo, sali sull’albero della voglia di essere perdonato; io ti assicuro che non sarai deluso» (Angelus, 3-11-2013).


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Il beato Charles de Foucauld

«Secondo la loro fede, i musulmani ritengono l’islam come la loro vera casa e i popoli non-musulmani come destinati a essere sopraffatti da loro o dai loro discendenti… La loro fede li assicura che usciranno vincitori da questo scontro con gli europei». Lo scriveva già un secolo fa il beato Charles de Foucauld. Una profezia.

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