Pellegrinaggi e messe pride: omoeresia made Usa
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di Andrea Zambrano15-06-2017 AA+A++

Le spinte omoeretiche dentro la Chiesa americana hanno da qualche giorno nel New York Times un valido alleato. Si intitola Come la chiesa cambia. Un cardinale dà il benvenuto ai gay: loro abbracciano il miracolo ed è un lunghissimo articolo pubblicato sul più importante giornale americano d’area lib che riferisce di un pellegrinaggio speciale. Il pellegrinaggio effettuato da un centinaio di attivisti omosessuali, lesbiche etc… nella Basilica cattedrale della capitale del New Jersey. Ad attenderli a braccia aperte, come un parroco di campagna dopo un lungo viaggio, c’era niente meno che l’arcivescovo cardinale Joseph Tobin il quale si è rivolto a loro con parole così melliflue e vaghe da poter utilizzare lo stesso canovaccio anche per altre categorie di fedeli. Ad esempio i termotecnici dopo una visita in un santuario. 

Ma quello che importa è conquistare le pagine dei giornali, parlare di accoglienza, di porte aperte e soprattutto di un nuovo cambio di passo nel giudizio su queste questioni. E’ evidente che l’obiettivo di fondo non è quello di essere vicini agli omosessuali in quanto peccatori, come noi, ma soprattutto bisognosi di attenzione e di uno sguardo totale sulla loro persona, ma quello di far passare il messaggio che se gli omosessuali rientrano in Chiesa, e fanno anche la comunione quelli uniti in nozze, è chiaro che il giudizio che la Chiesa ha sempre espresso sull’omosessualità, dalla Bibbia agli ultimi documenti magisteriali, se non cambia, deve comunque essere superato da nuove istanze.

Infatti, non è un caso che il NYT abbia citato, affinché suocera intenda, la nota della Congregazione guidata dall’allora cardinal Ratzinger che nel 1986 spiegava per filo e per segno quali rischi si celavano - e si celano - dietro l’accoglienza nelle strutture ecclesiastiche dei movimenti Lgbt organizzati, che agiscono per uno sdoganamento dell’omosessualità e non per affrontarla secondo uno sguardo che sia attento prima di tutto al disagio dell’uomo con tendenze omosessuali. Il quale ha bisogno di preghiera, vita di castità e rifiuto degli atti peccaminosi, come del resto ogni papà sposato. Ma spiegarlo è ormai un terreno improvvido. 

Dunque per il NYT la Chiesa cambia. In realtà a cambiare sono i pastori e la figura di Tobin si staglia come un araldo di un nuovo Vangelo, lui così diverso dal suo predecessore John J. Myers che tuonò contro l’immoralità dell’omosessualità nelle scuole diocesane. Tobin viene accostato ad un presunto nuovo corso di Papa Francesco, il cui “Chi sono io per giudicare” viene anche qui citato come frase spartiacque di un cambio di passo. 

Ma perché un pellegrinaggio? Semplice: perché questi 100 tra gay, lesbiche e transessuali sono tornati a casa. E’ dunque un pellegrinaggio a casa quello che il 21 maggio hanno effettuato in cattedrale. Ma non in quanto peccatori bisognosi di essere accolti e perdonati, bensì in quanto categoria sociale di omosessuali, alcuni dei quali sposati e desiderosi di ricevere la comunione.

«Io sono Joseph e sono vostro fratello - ha detto Tobin - come un peccatore che trova misericordia dal Signore». Ma il peccato è rimasto per così dire sospeso, dato che al termine della benedizione alcuni hanno potuto anche fare la comunione dalle mani direttamente di sua eminenza.

Il quotidiano commenta che i cardinali come Tobin siano pochi, ma crescenti cercando di essere più inclusivi. D’altra parte - e se ne rammaricano - la Chiesa insegna nel Catechismo che gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati ma dopo le parole del Papa (il famoso mantra «Who am i to judge?») i vescovi hanno ora l’orientamento di concentrarsi su quelle parti del catechismo più inclusive circa gli omosessuali come la chiamata ad accettare loro con rispetto, compassione e sensibilità». 

Il che tradotto vuol dire: l’insegnamento della Chiesa come madre e maestra sul bene dell’uomo, di ogni uomo, non vale più un fico secco. Basta questa frase, basta l’accoglienza. Sì ma, accoglienza verso dove? Dove può portare un’accoglienza indiscriminata del peccato senza chiarire qual è il rischio che si profila per quell’anima cui non viene detto che la sua condotta di vita non è in sintonia con una progettualità che la Chiesa non ha stabilito, ma semplicemente riconosciuto come vera e buona? Può portare a perdere quell’anima, ma per certi pastori sembra indifferente. 

Così Tobin nell’entusiasmo si è lanciato in una frase che dovrebbe offendere ogni cattolico: «La leadership ecclesiastica per 40 anni è stata così silente, refrattaria al dialogo e a pregare con i cattolici Lgbt e sebbene questo sia l’ultimo step in realtà è il primo». Il che lascia pensare che prima di questa ondata, vescovi e cardinali erano tutti cattivi oscurantisti. Insomma, si continua a procedere per cliché, senza tenere conto del bene dell’uomo, del suo dolore e si utilizza la preghiera per un qualche cosa che non è: un atto di affermazione e non una richiesta di aiuto e soprattutto un modo per mettersi in relazione con Dio. 

Ovviamente Tobin non ha potuto non rimproverare quei fedeli che in questi giorni lo hanno criticato con “odio viscerale”. Anche loro non sono accoglienti, con ragionamenti su questo livello in effetti si rimane spiazzati. 

L’articolo non poteva non tirare in ballo uno dei personaggi omoeretici più in voga: quel padre James Martin le cui gesta sono già state raccontate. Il tutto, come abbiamo detto, per abbattere l’ultimo muro: la nota scritta da Ratzinger nel 1986, un tesoro di delicatezza e verità per i tanti omosessuali che cercano sinceramente Dio nella castità e nella preghiera e si propongono una vita lontano dagli atti intrinsecamente disordinati. «Le singole parrocchie in tutto il Paese - ha scritto il NYT - hanno avuto per decenni ministeri per i cattolici gay e lesbiche. Ma le forze più tradizionali prevalevano tra la gerarchia della chiesa, guidata da una lettera del Vaticano del 1986 scritta dal cardinale Joseph Ratzinger, il futuro Papa Benedetto XVI, che avvertiva contro ogni accettazione dell’omosessualità».

Ecco dunque il vero obiettivo di questi pellegrinaggi e di molte altre iniziative volte a sdoganare l’omosessualità come semplice variante della sessualità umana. Ne è prova l’escalation in terra statunitense di diverse iniziative volte proprio a contraddire la nota dell’86, circa l’effettivo coinvolgimento delle lobby Lgbt nelle attività ecclesiastiche.

La diocesi di Jefferson City si è espressa favorevolmente all’ingresso degli studenti transgender nelle scuole cattoliche. Il fatto non dovrebbe destare sorpresa, anche perché non si ricorda un transgender rifiutato come se si trattasse di un caso Rosa Parks dei giorni nostri. Ma il fatto stesso di dirlo da parte della diocesi, ha indotto tutti a pensare che prima non fosse così e che comunque si trattasse di un qualche tipo di svolta.

E ancora: nel mese di ottobre, il vescovo Robert McElroy di San Diego ha tenuto un sinodo diocesano sulla famiglia che ha richiesto un miglioramento del ministero verso i cattolici gay e lesbiche. Il vescovo John Stowe di Lexington ha affermato di aver ammirato e rispettato le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender che rimasero saldi alla Chiesa anche se la Chiesa non era sempre stata così accogliente. A quale discriminazione si riferiva? Non è stato detto, ma basta e avanza per creare un clima di sospetto.

E prima che arrivasse il benvenuto di Tobin a Newark l’evento più significativo di questa nuova deriva omoeretica sarà il 21 giugno prossimo la Pride mass, una messa speciale che verrà officiata nella chiesa dei santi Pietro e Paolo di New York in occasione del Pride Month, il mese dei pride, che è notoriamente giugno. Solo che giugno era fino a ieri anche il mese dei santi Pietro e Paolo e del Corpus Domini. La locandina dice: “Una messa d’orgoglio per ringraziare e celebrare la nostra identità di cattolici Lgbt”. Appuntamento in Sheridan square. Inutile dire che anche qui il mantra è: “Siete i benvenuti”.


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Giu
Santi Pietro e Paolo


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