Per qualcuno il problema ora sono i convertiti
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di Marco Tosatti13-08-2017 AA+A++

Mi ha incuriosito la strana battaglia di agosto sui convertiti. Una battaglia tutta anglo-americana, e di cui in Italia non si è avuta eco. Riassumendo, in breve. Tutto parte da un dibattito ospitato da Al Jazeera fra Austen Ivereigh, già uomo stampa dell’arcivescovo di Westminster Murphy O’Connor, grande protetto del Pontefice regnante, e Matthew Schmitz, direttore letterario del prestigioso sito-rivista USA “First Things” (clicca qui).

Un cattolico liberal americano, Michael Sean Winter, del National Catholic Reporter guardando il dibattito televisivo  ha commentato, per iscritto: “I am so tired of converts telling us that the pope is not Catholic”. (Sono così stanco dei convertiti che ci dicono che il papa non è cattolico). Questo spunto è stato seguito su Crux da Austen Ivereigh, che ha accusato i convertiti americani che criticano il papa di essere portatori di una nevrosi. Spiega Ivereigh: “Una nevrosi è una reazione patologica o estrema a qualcosa che semplicemente non corrisponde alla realtà”. I convertiti critici tenderebbero a mancare di umiltà, nel non accettare i cambiamenti nella Chiesa e nel voler restare aggrappati a una Chiesa che datava da prima del Concilio Vaticano II. E cita qualcuno secondo cui molti convertiti “si sono convertiti principalmente perché la Chiesa insegna cose che collimano con la loro visione ideologica”.

Potrebbe essere una discussione accademica un po’ surreale se non fosse che Austen Ivereigh fa un preciso elenco di commentatori e giornalisti che rientrerebbero in questa categoria. E allora il tutto diventa sgradevole, e personale. Il bersaglio, come abbiamo visto, sono i convertiti (quando sono critici). L’accusa potrebbe essere facilmente capovolta, affermando che i fiori di sacrestia, condizionati sin da piccoli a essere ossequienti verso l’autorità ecclesiastica mancano degli strumenti di indipendenza e libertà di giudizio necessari a valutare obiettivamente.

Se però il problema è la libertà di giudizio e critica, nei confronti del potere centrale, si può obiettare che chi è sempre vissuto culturalmente ed economicamente all’ombra della Chiesa, e ancora adesso ne dipende, può non avere la necessaria libertà di spirito per dire che cosa pensa realmente.

E poi forse è necessario riflettere sul termine “convertiti”. Io sono un povero cristiano, certamente ignorante, senza lauree in teologia. Ma frequentando gente di Chiesa mi sembra d aver capito che siamo, tutti, convertiti. Anzi: – ditemi se sbaglio – dovremmo convertirci ogni giorno. O la chiamata alla conversione continua è solo un elegante esercizio verbale?

La seconda osservazione: mi chiedo che cosa sarebbe la Chiesa senza i convertiti. Per esempio Paolo di Tarso, Agostino di Ippona, Ignazio di Loyola, per non citarne che tre… E lo stesso Ivereigh non rientra nella categoria che critica? Leggendo i giornali in occasione del processo promosso da Ivereigh per difendere la sua immagine dall’accusa di avere avuto un comportamento ipocrita in due casi di aborto in cui è stato coinvolto, si capisce che per un certo periodo della sua vita è stato un “lapsed catholic”. Il che vuol dire che se adesso è di nuovo cattolico deve avere conosciuto una conversione, o una ri-conversione…

Questa discussione, che può apparire surreale, può essere un temporale estivo. O forse no. Credo però che per capire dobbiamo porla nel contesto del pontificato attuale. Vediamo alcuni elementi. La risposta a chi presenta dubbi o critiche non è il dialogo sui temi: è il silenzio da una parte, e dall’altra l’attacco personale (rigidi, farisei) o il tentativo di delegittimare e mettere in ridicolo l’interlocutore.

Non solo. L’articolo di Ivereigh, in cui si fanno nomi e cognomi dei reprobi, non è il primo né l’unico. Nei mesi scorsi, da quando è esploso il dibattito su Amoris Laetitia, ci sono state inchieste giornalistiche, da parte di vari organi di stampa, in generale in simpatia con il papa, per fare nomi e cognomi degli oppositori, indicando i giornalisti per nome (clicca quiqui, qui e qui).

 

Un tentativo di delegittimazione, per far capire alla gente di Chiesa chi sono i buoni e i cattivi? È lecito pensarlo. È un processo che – fatto inedito, alla mia esperienza – è arrivato fino ai rapporti personali. Dal momento in cui ho assunto una linea critica su certe posizioni e affermazioni del Pontefice i rapporti con alcuni colleghi sono cessati; altri mi hanno chiesto di non inviare più la newsletter del mio blog, Stilum Curiae. Il che, da un punto di vista professionale, è un fatto sorprendente. Da giornalista voglio, e devo, essere informato, anche delle posizioni che non condivido.

Ora i convertiti. È difficile non pensare, se non a una strategia - anche se qualcuno me lo ha detto – almeno a un clima di insofferenza mai sperimentato in precedenza. Che ha la sua altra faccia nello spoil-system applicato rigorosamente in Vaticano verso chi non è allineato al nuovo corso. È lecito anche pensare che gli Stati Uniti, e il suo episcopato, troppo tradizionale secondo i partigiani di papa Francesco, siano sotto attacco. Basta ricordare l’articolo di Antonio Spadaro e Marcelo Figueroa su cattolici ed evangelici (clicca qui). E la lista di proscrizione – qui dovete prendere per buona la mia parola – nei confronti dei vescovi e cardinali USA giudicati non abbastanza progressisti. Isolarli, e non accogliere suggerimenti da loro per la creazione di nuovi vescovi. Come ho detto, non ho documenti da mostrare; ma la fonte è molto affidabile. E se non ci credete, basta aspettare e vedere quanti sacerdoti “tradizionali” diventeranno vescovi nei prossimi mesi negli USA, e se e dove andranno le prossime berrette cardinalizie…


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