Phil "l'omofobo" tiene duro. E gli chiedono scusa
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di Massimo Introvigne22-01-2014 AA+A++

Va forte in tutta Europa, come abbiamo documentato, il «metodo Barilla»: chi si oppone all’ideologia di genere e al «matrimonio» omosessuale non è solo punito ma, come ai tempi della rivoluzione culturale in Cina o dei khmer rossi in Cambogia, è subito «rieducato». Deve mostrarsi pentito e dare prove concrete del suo pentimento. Lo ha fatto in Italia l’industriale Guido Barilla, che – con l’occhio spento e il volto livido tipico, appunto, delle vittime dei khmer rossi – si è presentato su YouTube, il nuovo confessionale laico universale, per profondersi in una litania di scuse e ha perfino accolto nella sua azienda consulenti provenienti dal mondo LGBT. Ma immaginiamo uno scenario diverso: la vittima designata resiste, un popolo della famiglia si mobilita e alla fine sono i gay a chiedere scusa a Barilla. Fantasia? In Italia sì. Ma non negli Stati Uniti.

La nostra testata ha segnalato il caso di Phil Robertson, cacciatore di anitre e protagonista di uno dei più seguiti reality show nella storia della televisione americana, «Duck Dynasty». Il 18 dicembre – nel linguaggio proprio di questo personaggio, che piace proprio perché si esprime come un «uomo dei boschi», e con espressioni che non possiamo riportare alla lettera su un quotidiano per famiglie – Robertson ha dichiarato in un’intervista al periodico GQ di essere un cristiano «fanatico della Bibbia», di considerare «peccaminoso» il comportamento omosessuale – ma anche la promiscuità in genere, definita «bestiale» – e di considerare «in quanto uomo» le donne più desiderabili degli uomini. Naturalmente le solite associazioni LGBT hanno protestato con toni scalmanati e minacciosi, e il network televisivo A&E, che produce «Duck Dynasty», ha sospeso Robertson dalla trasmissione, ingiungendogli di pentirsi e chiedere scusa. Non solo: lo sponsor di Robertson, la catena di ristoranti e negozi Cracker Barrel, ha cercato di tagliargli i viveri ritirando dalla vendita i gadget con la sua immagine. Gli attivisti LGBT attendevano l’happy end alla Barilla: Robertson su YouTube, con lo sguardo perso nel vuoto da industriale italiano politicamente corretto, a chiedere scusa e a pentirsi, magari accogliendo qualche omosessuale nella sua trasmissione.

Ma non è andata così. Robertson, l’«uomo delle anatre», si è ostinatamente rifiutato di pentirsi, mandando anzi a quel paese i gay nei consueti termini coloriti. Un isolato marginale? Macché. Immediatamente il rating del network televisivo A&E, che aveva escluso Robertson, è cominciato a crollare, con una perdita del 13% in assoluto e del 22% fra i maggiori di 25 anni (i giovani, cui A&E dedica alcuni popolari programmi, avevano seguito meno la controversia). In pochi giorni il network ha perso più di un quinto dei suoi spettatori adulti. Tre gruppi Facebook di sostegno a Robertson su Facebook hanno superato in due giorni l’incredibile cifra di cinque milioni di aderenti. Facebook, molto sensibile alle pressioni LGBT, ha cercato di chiuderli con la scusa del «traffico eccessivo», ma ha dovuto fare marcia indietro quando è stata sommersa dalle proteste. A Twitter è andata peggio. Dopo avere cercato di bloccare i tweet dei sostenitori di Robertson ha ricevuto così tante proteste da dovere a sua volta chiedere scusa. Lo stesso ha finito per fare la catena Cracker Barrel. Forse perché si era accorta che i prodotti con l’immagine di Robertson, venduti dai concorrenti dei grandi magazzini Walmart, erano un successone per Natale, ha finito a sua volta per rimetterli in vendita, anche lei con una lettera di scuse ai clienti dove afferma: «Ci avete detto chiaramente che avevamo torto. Vi abbiamo ascoltato. Abbiamo rimesso in vendita i prodotti “Duck Dynasty” in tutti i nostri negozi. E vi chiediamo scusa per avervi offeso».

Mentre la solidità finanziaria della rete televisiva A&E scricchiolava pericolosamente, Robertson faceva sapere che non si accontentava neppure di essere riassunto. Voleva le scuse del network, e anche della comunità LGBT che aveva violato la sua libertà religiosa. Non le ha avute dalle organizzazioni militanti, ma si sono mossi personaggi significativi. La prima dama del mondo lesbico e femminista americano, Camille Paglia, ha affermato alla radio che le tattiche usate contro Robertson sono «staliniste e fasciste», che la libertà di espressione è in pericolo e che «in un Paese democratico le persone hanno diritto a essere omofobe come hanno diritto a sostenere gli omosessuali – come faccio io, al cento per cento. E se le persone basano la loro posizione contro i gay sulla Bibbia, in questo Paese hanno diritto alla libertà religiosa». Il popolare giornalista televisivo della CNN Don Lemon, apertamente omosessuale, ha sostenuto che Robertson «ha diritto di dire esattamente quello che vuole. Questa è l’America… Alle persone è permesso dire quello che vogliono». E non si tratta degli unici casi.

L’happy end c’è stato. Ma non quello che si aspettavano i militanti LGBT. Qualcuno ha chiesto scusa, ma non è stato il Barilla di turno. Si sono scusati esponenti di punta della comunità omosessuale, si è scusata la A&E, si è scusato Twitter, si sono scusati gli sponsor della Cracker Barrel. La settimana scorsa Robertson è tornato trionfalmente in televisione, con la sua Bibbia e il suo fucile, accolto per una nuova stagione di «Duck Dynasty» da oltre undici milioni di telespettatori, un record. Che hanno dato una grande lezione anche a noi, e forse perfino a Barilla. I poteri forti cercano di convincerci che la mentalità politicamente corretta è ampiamente maggioritaria, che la lobby LGBT è onnipotente, che resistere è futile e che abbiamo già perso. Ma non è vero. Se si prova a resistere si scopre che il re è nudo, che il popolo della famiglia è vasto e forte, che è possibile costringere anche grandi aziende ad ascoltare non minoranze rumorose e arroganti ma la maggioranza. In piazza, sui giornali, nelle istituzioni facciamoci sentire anche in Italia.


28
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