Quanti equivoci sull'accoglienza ai gay
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di Roberto Marchesini10-10-2014 AA+A++

Sollecitato da un amico, sono costretto ad occuparmi del Sinodo straordinario attualmente in corso e a leggere l'articolo di Marco Tosatti su «l'accoglienza di figli gay». Scopro che, in questo Sinodo sulla famiglia è stata invitata una coppia australiana che ha parlato dell'importanza della sessualità nel matrimonio. Non si sa bene per quale motivo, sta di fatto che i due coniugi hanno ritenuto opportuno aggiungere altra carne al fuoco parlando di accoglienza a «figli gay». Queste le loro parole nel virgolettato riportato da Tosatti: «Dei nostri amici stavano progettando la loro riunione di famiglia per Natale, quando il loro figlio gay ha detto di voler portare a casa il compagno. Loro credevano fino in fondo agli insegnamenti della Chiesa e sapevano che i loro nipoti avrebbero voluto vederli accogliere il loro figlio e il suo compagno in famiglia. La loro risposta potrebbe essere riassunta in tre parole: È nostro figlio».

Ovviamente (lo sapevo, e avrei voluto evitarlo) sono stato assalito dalle domande: come mai, in un Sinodo al quale i laici non sono ammessi, è stata invitata questa coppia? Da chi? Perché proprio loro? Perché hanno introdotto il tema dell'omosessualità? Chi li ha invitati conosceva il loro intervento? La loro affermazione conclusiva richiama un documento intitolato «Always our children» pubblicato nel 1997 dal Comitato su Matrimonio e Famiglia della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. Nove giorni dopo l'approvazione del documento l'allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Ratzinger, inviò ai vescovi una (durissima) lettera con la quale chiedeva di apportare al documento dieci modifiche e alcune integrazioni. Il riferimento a questo documento è voluto o casuale?

Sempre su Vatican Insider, questa volta a firma di Andrea Tornielli, leggo che secondo un non meglio identificato padre sinodale «espressioni quali “intrinsecamente disordinato” (utilizzata a proposito dell’omosessualità, ndr) o “mentalità contraccettiva” non aiutano a portare le persone a Cristo».

Sembra quasi che certi padri sinodali abbiamo deciso di accogliere le richieste della conferenza teologica internazionale «Le strade dell'amore» (clicca qui) promossa dal Forum europeo di cristiani Lgbt e realizzata con il contributo del ministero dell'Istruzione dei Paesi Bassi (?).

Che dire?

Innanzitutto possiamo dire che la Chiesa predica l'accoglienza delle persone con tendenze omosessuali in modo esplicito fin dal 1975 (cfr. Persona humana, § 8; Catechismo della Chiesa Cattolica § 238), e il fatto che al Sinodo l'invito all'accoglienza di queste persone suoni come una novità è sconcertante.

Secondariamente va detto che l'accoglienza della persona con tendenze omosessuali non implica una accettazione delle tendenze stesse. Questo è il motivo per cui il Magistero non parla di «omosessuali» o di «gay», ma di «persone con tendenze omosessuali», distinguendo tra persona e tendenze. È una distinzione importante, spiegata dai documenti, nei quali leggiamo (Homosexualitatis problema, § 16): «La Chiesa offre quel contesto nel quale oggi si sente una estrema esigenza per la cura della persona umana, proprio quando rifiuta di considerare la persona puramente come un “eterosessuale” o un “omosessuale” e sottolinea che ognuno ha la stessa identità fondamentale: essere creatura e, per grazia, figlio di Dio, erede della vita eterna».

Ancora più deciso monsignor Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, che scrive: «[...] Le persone con inclinazioni omosessuali sono uomini e donne e pertanto [...] sembrerebbe orpportuno superare il termine “persona omosessuale” e sostituirlo con “persona con inclinazioni omosessuali”, in quanto una inclinazione che non assume significati rilevanti non può definire esaurientemente il soggetto». È la vecchia distinzione aristotelica tra «sostanza» e «accidente». Ma tutto questo al Sinodo non pare aver diritto di cittadinanza, e si parla tranquillamente di «figlio gay» (nemmeno «omosessuale», proprio «gay» come se tutte le persone con tendenze omosessuali fossero attivisti omosessualisti) come se l'omosessualità fosse sostanza (e non, come insegna il Magistero, accidente).

Infine, come commentare l'anonimo padre sinodale secondo il quale definire l'omosessualità come una inclinazione «oggettivamente disordinata» non aiuterebbe a portare le persone a Cristo? Cominciamo con il dire che è (ancora) il Magistero a definire l'omosessualità come «oggettivamente disordinata» perché «costituisce [...] una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale» (Homosexualitatis problema § 3; cfr. il Catechismo della Chiesa Cattolica § 2358). Gli atti omosessuali, infatti, sono considerati (sempre secondo il Catechismo) offese alla castità, semplicemente perché sono atti sessuali compiuti al di fuori del matrimonio, «precludono all'atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale» (ibidem). Non vedo altri modi per non definire in questo modo gli atti omosessuali se non: 1) elevando a sacramento il «matrimonio gay» (e, almeno su questo, non pare che il Sinodo voglia concedere tale apertura) oppure 2) modificando la Dottrina che considera leciti solamente gli atti sessuali casti (cioè aperti alla vita e che siano un dono totale di sé all'altro).

In effetti, se la proposta del cardinale Kasper dovesse essere accettata (permettere che i divorziati che hanno rapporti sessuali con un convivente che non è il coniuge si accostino all'Eucarestia senza pentirsi, confessarsi ed aver ricevuto l'assoluzione), questa Dottrina sarebbe ovviamente divelta. E allora perché continuare a considerare peccaminosi gli atti sessuali, ad esempio, di due fidanzati? In questo modo potrebbero non essere più considerati peccaminosi gli atti omosessuali, e quindi l'omosessualità non sarebbe più una inclinazione «oggettivamente disordinata».

Il discorso potrebbe continuare chiedendosi perché, a questo punto, abolire solo il sesto comandamento. Perché non abolire il quinto, il settimo o l'ottavo? Perché non giungere ad abolire il primo comandamento che, detto in tutta franchezza, non aiuta certo a portare le persone a Cristo?

Mi fermo qui, per non incorrere nell'accusa di volermi autonominare teologo.

Resta solo la desolante impressione che almeno una parte dei padri sinodali, abbandonando l'uso del latino per l'italiano corrente come lingua ufficiale, sembrano abbandonare anche il Magistero per la mentalità di questo mondo come pensiero ufficiale.


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