Quella profezia sull'Italia apostata
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di Angela Pellicciari09-09-2016 AA+A++

Mentre scrivevo Una storia della chiesa mi sono rimaste impresse due profezie che fino ad allora non avevo avuto così chiare: la prima è l’ineluttabilità della persecuzione che Gesù predice a tutti i suoi discepoli («In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”, Mc 10, 29-30).

La seconda è l’insistenza di tutti gli autori del Nuovo Testamento sull’attacco satanico alla dottrina rivelata che si sarebbe manifestato, anche questo da subito, indipendentemente dalla forza e dalla consistenza delle comunità cristiane. Qui i riferimenti sono davvero molti, mi limito a citarne tre: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci” (Mt 7,15); “perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare  discepoli dietro di se” (At 20,30); “ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati ed attirandosi una pronta rovina” (2 Pt, 2,2).

L’ultima citazione, tratta dalla seconda lettera di Pietro, è la lettura riproposta lunedì scorso dall’ufficio delle letture all’interno della liturgia delle ore. Perché ne parlo? Perché il contrasto con l’ideologia della misericordia che va di moda di questi tempi è netto. Ai falsi maestri Pietro predice che “la loro rovina è in agguato” e che sarà ineluttabile come ineluttabile è stata nel tempo la rovina di quanti si sono ribellati a Dio: così è successo agli angeli ribelli (“li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno, serbandoli per il giudizio”), così all’epoca di Noè, salvato con altri sette, “mentre faceva piombare il diluvio su un mondo di empi”, così al tempo di Lot, liberato per la sua giustizia dall’ira divina caduta su Sodoma e Gomorra (“condannò alla distruzione Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, ponendo un esempio a quanti sarebbero vissuti empiamente”, 2 Pt, 2,6). A riguardo di Sodoma mi vengono in mente le parole di alcuni prelati che hanno scordato o non conoscono affatto la Scrittura, e che quando parlano di misericordia antepongono i loro sogni ad occhi aperti al dettato della Rivelazione.

Quanto a noi italiani, ci converrebbe ricordare che la nostra storia è stata benedetta da Dio che ha scelto Roma come sede di Pietro e ci ha regalato uno stuolo di santi e sante che hanno costruito nel corso del tempo, insieme alla popolazione tutta, la nazione più bella del mondo: la nostra apostasia sarebbe tanto grave da meritare la fine della nostra patria. Lo scriveva Leone XIII l’8 dicembre 1892, rivolgendosi nella lettera Custodi alla popolazione italiana: siate “italiani e cattolici, liberi e non settari, fedeli alla patria e insieme a Cristo ed al visibile Vicario suo, persuasi che un’Italia anticristiana e antipapale sarebbe opposta all’ordinamento divino, e quindi condannata a perire”.

 


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