Quelli che fanno finta di difendere la famiglia
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di Riccardo Cascioli08-01-2016 AA+A++

Non c’è niente da fare. Ci vogliono convincere – almeno in casa cattolica – che il problema del ddl Cirinnà sulle unioni civili sia essenzialmente sulla stepchild adoption (letteralmente “adozione del figliastro”), soprattutto perché aprirebbe all’utero in affitto.

Così in queste ore tutto il dibattito si è spostato su quest’ultima questione, grazie anche alla rumorosa intervista ad Avvenire del ministro dell’Interno nonché leader del Nuovo Centro Destra (NCD), Angelino Alfano. Egli ha chiesto addirittura che l’utero in affitto sia considerato un «reato universale da punire con il carcere». Ma così facendo ha ulteriormente concentrato l’attenzione su una conseguenza del ddl Cirinnà, distraendo dalla vera questione che – come abbiamo più volte ripetuto – è quella delle unioni civili. Una mossa non casuale: perché se fosse stralciato l’articolo 5 sulla stepchild adoption, alla fine Alfano voterebbe a favore pur se non totalmente soddisfatto della formulazione degli altri articoli.

Ciò che invece il leader del NCD non intende assolutamente fare è mettere in discussione la sua partecipazione a un governo in cui il PD, a cominciare dal presidente del Consiglio Renzi, spinge fortemente per chiudere in fretta la questione e approvare la legge così com’è. C’è anche chi arriva a dire – come Il Sole 24ore – che siamo di fronte a un gioco delle parti: Alfano alza la voce per ingraziarsi i “cattolici moderati” ma lascia che Renzi approvi la legge con il voto dei Cinque Stelle; così il PD ha la legge che vuole, l’NCD si pone come punto di riferimento per quel mondo che ancora crede nella famiglia naturale e poi si continua a governare insieme come se niente fosse. La posizione di Alfano è sfidata da quel gruppetto di parlamentari – da Carlo Giovanardi a Eugenia Roccella – che sono usciti dall’NCD e dal governo proprio in polemica per la posizione assunta sul ddl Cirinnà e che invitano l’NCD a mettere in discussione la presenza nel governo se il PD andrà avanti ignorando gli alleati; posizione peraltro sostenuta anche da qualcuno rimasto nel NCD, come Alessandro Pagano. Ma stessa richiesta fanno anche le associazioni pro-famiglia, quelle del 20 giugno per intenderci, perché questo è un vero e proprio test di credibilità. 

In ballo non c’è una questione semplicemente etica o ideologica o identitaria: se si è davvero convinti che questa legge – adozione o non adozione - darebbe il colpo di grazia alla famiglia e che questo comporterebbe gravi conseguenze sociali ed economiche al punto da minare qualsiasi sogno di ripresa, è chiaro che diventa impossibile fare parte di un governo che vuole proprio questo. Se non si è disposti a mettere in gioco la propria posizione si deve concludere che certi presunti riferimenti ideali sono solo strumentali. E cercare di guadagnare consensi tra i cattolici affermando ora - come fa Alfano - l’intenzione di promuovere un referendum per l’abrogazione della eventuale legge (che poi potrebbe riguardare solo l’articolo sull’adozione) è una mossa politica patetica quanto inefficace.

Nel frattempo ci sono i fantomatici cattolici del PD che - guidati dall’esperto in mediazioni, il senatore Giorgio Tonini – per facilitare il compito offrono all’NCD l’affido rafforzato invece dell’adozione, vale a dire un riconoscimento della genitorialità fino alla maggiore età del figlio che poi deciderà autonomamente se essere adottato o meno. Per ora Alfano dice no. Per ora. Perché da qui al 26 gennaio, quando comincerà la discussione in Senato, possono accadere ancora molte cose, soprattutto visto il rilievo che anche ieri il quotidiano della CEI Avvenire dava a questo tentativo di mediazione dei cattolici del PD. 

Ciò che comunque è evidente è che tra i cattolici in Parlamento – a parte rarissime eccezioni, peraltro da verificare – prevale la convinzione che una certa forma di riconoscimento delle unioni gay sia necessaria (la differenza è sul grado di riconoscimento) e se la Cirinnà – oltre ad evitare il capitolo adozioni – fosse più chiara nel distinguere tra unioni civili e matrimonio non avrebbero alcun problema a votarla. Perché «è un elemento di civiltà», ha detto ieri il ministro Graziano Del Rio. C’è da dire che non è un problema soltanto dei politici, anche nelle gerarchie ecclesiastiche si ragiona allo stesso modo.

Al che viene da chiedersi - è una domanda non polemica - in che modo ci si possa definire cattolici quando non si prende neanche in considerazione ciò che la Chiesa sull’argomento dice non certo da oggi. Oltre ai principi generali enunciati nel Catechismo infatti, la Congregazione per la Dottrina della Fede, nel 2003 è intervenuta con precisione sull’argomento con la Nota «circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali», che ovviamente ha valore universale. È una nota – controfirmata da papa Giovanni Paolo II - che è rivolta a tutti ma in modo particolare ai politici cattolici che si trovano davanti a questo fenomeno «preoccupante».

La Nota afferma intanto che «La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l'approvazione delle relazioni omosessuali sia l'ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali». Il rispetto delle persone dunque non può tradursi in riconoscimento di unioni che – dice la Nota – «contrastano con la legge morale naturale». Per questo, ed essendo il matrimonio santo, «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia».

Dopo aver spiegato il significato biologico, antropologico, sociale e giuridico del matrimonio, la Nota afferma con chiarezza che: «Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale». Nessuno spazio dunque per qualsivoglia riconoscimento di unioni gay.

 La conclusione riguarda tutti, politici, vescovi, laici:

«La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l'unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell'umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società».

Parole semplici e chiare che fanno piazza pulita di tante discussioni sentite in questi mesi a proposito di male minore, inutilità delle leggi, inefficacia di un impegno pubblico per la famiglia. Parole semplici e chiare che però continueranno ad essere ignorate.

 

P.S. Da notare che su Avvenire di ieri nella pagina dedicata alle unioni civili non ha trovato posto la forte dichiarazione in proposito del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, il quale si è espresso in termini più in consonanza con la Nota succitata. Le sue parole sono state invece nascoste in altra pagina alla fine di un colonnino dedicato alle sue dichiarazioni sul problema delle migrazioni. Se Avvenire arriva a censurare il presidente della CEI, è probabile che presto ne vedremo delle belle.

 

 


28
Mag
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SCHEGGE DI VANGELO

Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose. (Mc 11,27-33)



Nozze gay

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- La lettera: Politici ignoranti, di A. Pellicciari

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