Rimettere la famiglia al centro della politica
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di Robi Ronza18-03-2016 AA+A++

Siamo all’anno zero della Repubblica, della democrazia italiana? Guardando alle cronache viene da domandarselo. Per quanto si vada indietro con la memoria non si riesce a trovare un momento in cui il ceto politico, i partiti, le istituzioni siano stati circondati (ahimè con buone ragioni) da altrettanto discredito. Un discredito che è stato ulteriormente accresciuto, se ancora fosse possibile, dalle desolanti vicende che, da un estremo all’altro della scena politica, hanno accompagnato e accompagnano la scelte dei candidati sindaci alle imminenti elezioni comunali a Milano e a Roma. 

Se poi da queste pantomime di infimo livello si  volge lo sguardo verso la politica nazionale viene da rabbrividire. La realtà è ormai più forte anche della straordinaria capacità di affabulazione che, al di là della differenza di stile e di carattere, accumuna il premier e il suo ministro dell’Economia. Saremmo tutti felicissimi di vivere nell’Italia che Renzi e Padoan ci raccontano, l’uno con la sua eloquenza tribunizia e l’altro con le sue laconiche sentenze da grande capo indiano. Purtroppo però non è quella in cui viviamo noi. 

Ancora più dei dati obiettivi dell’economia, ciò che rende drammatica la situazione è l’evidente incapacità del ceto politico a farsene carico in modo credibile. Per quanto con la memoria si risalga indietro nel tempo non si ritrova nella storia della Repubblica Italiana un momento in cui la politica abbia dato peggior prova di sé. Nemmeno negli anni di “Tangentopoli” il discredito era così diffuso. Sussisteva in quegli anni ancora l’idea – non importa qui se fondata o infondata - che si potesse ancora sperare e puntare su uomini e su forze in grado di portarci fuori da quella crisi. 

Adesso non è più così. Dobbiamo comunque sperare che la politica, le istituzioni escano dal baratro in cui sono cadute, ma di certo ciò non accadrà immediatamente. Nell’immediato alla loro incapacità devono supplire le forze migliori della società civile; quindi in primo luogo la famiglia o più precisamente quel cruciale e gigantesco soggetto sociale che è costituito dall’insieme degli oltre 24 milioni e mezzo di famiglie che si contano nel nostro Paese. Un cruciale e gigantesco soggetto sociale che tutti gli ultimi governi hanno irresponsabilmente ignorato fino al culmine (negativo) dell’attuale governo Renzi che nel pieno della crisi in cui ci troviamo ha bloccato per mesi il Parlamento attorno al dibattito su un progetto, il ddl Cirinnà, che a quanto risulta dal più recente censimento potrebbe interessare al massimo poco più di 7500 coppie di omosessuali conviventi e coabitanti.

Fermo restando che persone di buona volontà impegnate in politica possono comunque essere di aiuto, in un’epoca di sbandamento politico di queste  dimensioni sarebbe una perdita di tempo sperare troppo dalla sfera del potere pubblico. Se le famiglie possono fare qualcosa, e  a nostro avviso possono fare molto, devono farlo in proprio. Considerata la situazione di cui si diceva, si tratta allora di vedere chi abbia tutta la  credibilità e l’autorevolezza morale  che sono necessarie per mobilitarle. Come in altri momenti di grande vuoto istituzionale della nostra storia a nostro avviso l’unico soggetto che può farlo è la  Chiesa.

Nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei, riunito a Genova negli scorsi 15-16 marzo, il suo cardinale presidente, mons. Angelo Bagnasco, ha osservato tra l’altro: «Sembra che il Paese, nel suo insieme, stia reagendo alla crisi, ma il cammino si presenta faticoso. La gente è ammirevole, continua a rivelare una grande capacità di resistere e lottare, di non perdere la fiducia, di unire le forze. La famiglia, poi, ancora una volta dà prova di essere il perno della rete sociale, luogo in cui si condividono le risorse e si genera fiducia e coraggio per andare avanti. Essa è veramente il più grande capitale di impresa e di solidarietà, un tesoro da non indebolire e disperdere con omologazioni infondate, trattando nello stesso modo realtà diverse».  

Con questo ha lucidamente ribadito l’importanza politica, nel senso originario del termine, della famiglia. E quindi l’urgenza di darle spazio invece che mirare sconsideratamente a indebolirla. In tale orizzonte sarebbe a nostro avviso di grande utilità per il Paese se, avvalendosi di uno strumento cui non ricorrono da troppo tempo, i vescovi italiani pubblicassero una lettera pastorale collettiva sulla crisi economica e culturale in atto in Italia, e sui modi per uscirne. 

Nella prolusione di  cui dicevamo il cardinale Bagnasco  lamentava poi «l’inverno demografico» osservando che «i dati ISTAT sono chiari: quelli del 2015 sono i dati peggiori dall’Unità d’Italia: lo scorso anno, a fronte di 653.000 decessi, le nascite sono state 488.000, mentre 100.000 italiani hanno lasciato il Paese. È il sintomo di una crisi più profonda di quella economica».

La politica, osserviamo noi, riesce (quando ci riesce) ad affrontare le crisi economiche, ma non ha mezzi per dare risposta alle crisi morali. Innanzitutto per questo dunque è impari alle urgenze del momento. Solo una realtà come la Chiesa può intervenire con efficacia al livello più profondo. In tale prospettiva una ferma e aperta presa di posizione dei vescovi italiani a sostegno del ruolo pubblico della famiglia e un loro appello alla ripresa della natalità potrebbe avere un effetto importante, forse decisivo. Mai è accaduto che un’economia si riprendesse nel quadro di una  crisi demografica. Viceversa la ripresa demografica è tra l’altro un motore certo di ripresa dei consumi e quindi degli investimenti. Ed è anche per natura sua un potente mutamento a breve termine che dipende non dalla politica o dalle opinioni imposte dei padroni dei giornali e delle tv bensì dalla fiducia nel futuro di centinaia di migliaia di coniugi, dalla semplice capacità di speranza e di accoglienza di milioni di famiglie. Una forte iniziativa dei vescovi italiani, una loro autorevole lettera pastorale collettiva su questi temi potrebbe fare la differenza.


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