"Roba mia vientene con me", la nuova schiavitù
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di Giovanni Fighera16-07-2017 AA+A++

Novelle rusticane raccoglie dodici novelle quasi tutte già pubblicate tra il 1881 e il 1882 e sottoposte ad un’accurata revisione stilistica: Il reverendo, Cos’è il Re?, Don Licciu Papa, Il Mistero, Malaria, Gli orfani, La roba, Storia dell’asino di san Giuseppe, Pane nero, I galantuomini, Libertà, Di là del mare

Lo sguardo di Verga diventa sempre più attento alla realtà storica e sociale della Sicilia, sempre più acuto nel descrivere con cupo pessimismo l’inesorabilità del destino umano e l’impotenza ultima delle azioni. L’uomo è dominato dall’ambizione di possedere sempre di più, animato dalla roba che è il fine della religione del lavoro. Perché faticare e rompersi la schiena se non per possedere un maggior numero di terreni o di beni? Se nel Ciclo dei vinti Verga demistifica l’idolo del progresso che sommerge personaggi appartenenti a differenti classi sociali, nella raccolta Novelle rusticane (1882) lo scrittore attacca l’idolo della roba e del possesso, una brama che attanaglia l’uomo radicandosi addirittura nelle sue vene e divenendo la sua sola ragione di vivere.

Un personaggio su tutti è, senz’altro, la stigmatizzazione dell’idolo del possesso, quel Mazzarò che è descritto nella novella La roba. Cresciuto lontano dagli affetti familiari e dalle amicizie, dedito soltanto al lavoro, divenuto ragazzo inizia ad acquistare terreni con i soldi che riesce ad accantonare col sudore. Ben presto il suo diventa un patrimonio non monetario, ma fondiario tanto che i suoi possedimenti assorbono anche quelli del barone presso cui lavorava e che si era nel tempo indebitato. 

Abilissimo è Verga nell’introdurre in medias res il lettore, quando la ricchezza di Mazzarò ha già preso forma e consistenza tanto che tutte le terre descritte sono di sua proprietà. Il lunghissimo e complesso periodo iniziale trasmette l’impressione di un’estensione vastissima e sterminata: «Il viandante che andava lungo il Biviere di lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: — Qui di chi è? — sentiva rispondersi: — Di Mazzarò. — E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi magazzini che sembrano chiese, e le galline a stormi accoccolate all’ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava: — E qui? — Di Mazzarò. —».

Non un piacere o un affetto amicale o muliebre allieta le giornate di Mazzarò. Scrive Verga: «Non beveva vino, non fumava, non usava tabacco […]. Non aveva il vizio del gioco, né quello delle donne. Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre». Vive come un asceta, ponendo sempre più in alto l’esito da raggiungere, i personaggi con cui confrontarsi: «Voleva arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed essere meglio del re».

Quando gli muore la madre, ormai adulto e gran possidente, si dispiace solo del fatto che abbia dovuto impegnare «dodici tarì» per il suo funerale. La gente lo invidia, senza sapere «quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera e come quella testa che era un brillante avesse lavorato  giorno e notte, meglio di una macina di mulino, per fare la roba». Il tempo passa inesorabile anche per Mazzarò, la vecchiaia incombe segnando sempre più la sua solitaria lamentela: «Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla!». Quando Mazzarò si ammala e i medici gli comunicano che ha poco tempo da vivere, furioso ammazza «le sue anitre e i suoi tacchini», gridando: «Roba mia, vientene con me». Lui, che non è stato mai cosciente del destino che attende ogni uomo, si sente tradito dalla vita che gli ha fatto pensare per qualche tempo di essere un vincitore, rivelandogli in fondo che è solo un vinto. Per questo cerca la vendetta nei confronti della sua stessa roba pensando di poterla eliminare: ma la essa gli sopravvivrà.

Lungi dall’essere un eroe, Mazzarò è una vittima. Il suo cuore è più che indurito, è come reificato, divenuto della stessa sostanza della roba. È proprio vero, come affermava il grande san Tommaso, che la vita dell’uomo consiste dell’affetto che maggiormente lo sostiene. Mazzarò non è triste, ma arrabbiato con gli altri e con la vita. Lui che non ha conosciuto altra legge che il possesso non ha nostalgia o rimpianto, non è cosciente di non aver vissuto e di non aver guardato in faccia la realtà. Manca in lui qualsiasi consapevolezza che la vita è domanda, ricerca e viaggio verso un destino.


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