«Sana dottrina morale e misericordia devono andare insieme»
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di Massimo Introvigne07-03-2014 AA+A++

Il 6 marzo 2014 Papa Francesco ha incontrato i parroci di Roma per l’inizio della Quaresima, e ha loro tenuto uno dei discorsi più lunghi del suo pontificato, incentrato su un tema che gli sta a cuore: la misericordia. Partendo dal Vangelo del giorno, il Papa ha rilevato un fatto «curioso. Qual è il posto dove Gesù era più spesso, dove lo si poteva trovare con più facilità? Sulle strade». Non si tratta di una curiosità, perché permette di «cogliere la profondità del suo cuore, ciò che Lui prova per le folle, per la gente che incontra: quell’atteggiamento interiore di “compassione”, vedendo le folle, ne sentì compassione. Perché vede le persone “stanche e sfinite, come pecore senza pastore”». Questa espressione è molto attuale per i parroci e i sacerdoti. Dipinge bene «tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri», non solo a Roma. 

La Quaresima è un tempo di misericordia. Ma in verità la Chiesa sta vivendo «il tempo della misericordia», ha detto il Pontefice, da quattordici anni. Perché quattordici? Perché nel 2000 è successo un avvenimento che rischia di perdersi fra i tanti che occupano le cronache, ma che sul piano soprannaturale ha una grande importanza. Il beato Giovanni Paolo II (1920-2005) ha voluto la canonizzato santa Faustina Kowalska (1905-1938), poi ha introdotto la festa della Divina Misericordia. 

Sappiamo che anche Papa Francesco è molto devoto alla santa della Divina Misericordia, e ai parroci ha ricordato che «il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si colloca temporalmente tra le due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del ventesimo secolo». Francesco ha citato le parole del beato Giovanni Paolo II nell’omelia della canonizzazione: «Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. È certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio». 

È l’intuizione di un santo a proposito di un messaggio dal Cielo, ha detto Papa Francesco. «Oggi dimentichiamo tutto troppo in fretta, anche il Magistero della Chiesa!». Ma il messaggio di suor Faustina è una delle lezioni del Magistero che non possiamo dimenticare. «È una consegna» del Magistero del beato Giovanni Paolo II, ma «viene dall’alto. Sta a noi, come ministri della Chiesa, tenere vivo questo messaggio soprattutto nella predicazione e nei gesti, nei segni, nelle scelte pastorali, ad esempio la scelta di restituire priorità al sacramento della Riconciliazione, e al tempo stesso alle opere di misericordia». La priorità della Confessione, come sanno i nostri lettori, è qualcosa che Papa Francesco raccomanda incessantemente ai sacerdoti – e ai laici.

«Alcuni di voi – ha proseguito il Pontefice – mi hanno telefonato, scritto una lettera, poi ho parlato al telefono… “Ma Padre, perché Lei ce l’ha con i preti?”. Perché dicevano che io bastono i preti!». Il riferimento è alle critiche ripetute del Papa ai sacerdoti «autoreferenziali», che passano il tempo in interminabili riunioni di commissioni e consigli frequentate sempre dalle stesse, poche persone anziché «uscire» a cercare d’incontrare la grande maggioranza che in chiesa non ci va mai. Ma anche questo, ha detto il Pontefice, c’entra con la misericordia, che implica «la vicinanza». «Questo è un criterio pastorale che vorrei sottolineare tanto: la vicinanza. La prossimità e il servizio, ma la prossimità, la vicinanza!…».

«Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo» deve essere raggiunto dal sacerdote. E deve poter trovare facilmente un confessore. Ma un prete che confessa è anzitutto un prete che si confessa, la sua assiduità alla Confessione «deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio… Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero». Con l’esempio di un vecchio prete di Buenos Aires, un grande confessore, il Papa ha spiegato che solo confessandosi spesso e bene il sacerdote impara come amministrare la misericordia nella confessione, con «un cuore che si commuove». «I preti – mi permetto la parola – “asettici”, quelli “di laboratorio”, tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa». 

Francesco è anche tornato sulla sua immagine della Chiesa come «ospedale da campo». Certamente gli sono note anche le critiche che l’espressione ha incontrato. Ma ha insistito: «Questo scusatemi lo ripeto, perché lo vedo così, lo sento così: un “ospedale da campo”. C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite! C’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa... Gente ferita dalle illusioni del mondo… Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente». La misericordia dell’«ospedale da campo», ha spiegato, non consiste nel non vedere le ferite, ma nel curarle persona per persona, anziché fare un discorso teorico sulla malattia. «E ci sono anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere le ferite». «C’è gente che si allontana per la vergogna, per quella vergogna di non far vedere le ferite… E si allontanano forse un po’ con la faccia storta, contro la Chiesa, ma nel fondo, dentro c’è la ferita…».

Qualcuno, ha affermato il Papa, ha capito male l’immagine dell’«ospedale da campo», pensandolo come un luogo dove «ci si lava le mani» di fronte al peccato, lo si minimizza, non lo si prende sul serio. Il lassista «solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato». Nella Chiesa, ha detto Francesco, sono ammissibili differenze di «stile», ma non riguardo alla «sana dottrina morale». Questa, però, va coniugata con la misericordia. Non si prende davvero carico della persona il lassista che minimizza il peccato, ma neppure il rigorista che la «inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido». «Forse alcuni rigoristi sembrano santi, santi… Ma pensate a Pelagio [354-420] e poi parliamo… Non santificano il prete, e non santificano il fedele, né il lassismo né il rigorismo!».

«Sappiamo bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità». La santità cresce quando si tengono insieme «sana dottrina morale» e misericordia. È difficile? «Troppo lavoro per un parroco? E’ vero, troppo lavoro!». Ma dovrebbero comportarsi così anche i buoni genitori: fermi sui principi, misericordiosi nei casi concreti. «E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia…».

Il sacerdote dovrebbe essere capace, ha detto Papa Francesco, di piangere di fronte al male e alla sofferenza che trova nei singoli e nel «popolo». «Dimmi: Tu piangi? O abbiamo perso le lacrime?». «Ma, quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tanta gente che non trova il cammino?… Il pianto del prete… Tu piangi? O in questo presbiterio abbiamo perso le lacrime?».

Il Papa ha citato i profeti antichi che non temevano di sfidare i potenti e le idee alla moda per indicare al popolo le vie di Dio, «Ma questi – ha detto – avevano i pantaloni! E io faccio la domanda: Noi abbiamo i pantaloni per lottare con Dio per il nostro popolo?». L’espressione è forte, ma chiama in causa tutta la vita del prete: «la sera, come concludi la tua giornata? Con il Signore o con la televisione?». «Com’è il tuo rapporto con quelli che aiutano ad essere più misericordiosi? Cioè, com’è il tuo rapporto con i bambini, con gli anziani, con i malati? Sai accarezzarli, o ti vergogni di accarezzare un anziano?».

Francesco ha ricordato l’esempio del Buon Samaritano e di un samaritano moderno, un padre sacramentino di Buenos Aires, «confessore famoso» e soprattutto confessore di preti. Poi, quel religioso morì. Il Papa ricorda di avere pregato sulla sua bara, e di avere staccato la croce del suo rosario prima che la bara fosse chiusa. «Ho sentito una cosa forte che mi ha dato il coraggio di fare questo e di fare questa preghiera! E poi, quella croce l’ho messa qui, in tasca. Le camicie del Papa non hanno tasche, ma io sempre porto qui una busta di stoffa piccola, e da quel giorno fino ad oggi, quella croce è con me. E quando mi viene un cattivo pensiero contro qualche persona, la mano mi viene qui, sempre. E sento la grazia! Sento che mi fa bene. Quanto bene fa l’esempio di un prete misericordioso, di un prete che si avvicina alle ferite…».

Sicuramente, ha concluso il Pontefice, anche in Italia ci sono tanti bravi preti e tanti buoni confessori. Con un sorriso, ha affermato di pensarlo davvero, di non offrire solo un po’ di compensazione per le «bastonature». Ma di preti capaci di mettere al centro la Confessione, e di confessare bene, ce ne vogliono di più.

- DISCORSO AI PARROCI DI ROMA (Testo integrale)


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