Sant'Anastasia, scrigno gotico per una fede martire
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di Margherita del Castillo15-07-2017 AA+A++

Anastasia di Sirmio fu una martire cristiana, arsa viva per non avere voluto abiurare la propria fede durante l’ultima persecuzione dell’imperatore Diocleziano nei primi anni del IV secolo. A lei il re degli Ostrogoti Teodorico aveva dedicato una chiesa, in quel di Verona, che aveva a sua volta inglobato l’antico tempio di San Remigio. L’edificio attuale, che continua ad essere conosciuto con la primitiva dedicazione, è però intitolato al compatrono della città, San Pietro da Verona, predicatore domenicano assassinato non lontano da Monza nel 1252. La sua costruzione, mai completata, fu iniziata nel 1290 e la consacrazione definitiva avvenne solo nel 1471. Si tratta della chiesa più grande della città veneta, nonché del suo più importante monumento gotico, ricco di pregevoli opere d’arte.

Pur essendo incompiuta, la facciata in cotto risulta essere solenne ed imponente, tripartita da lesene verticali che suggeriscono la spartizione in tre navate dello spazio interno. Il registro superiore è mosso da un semplice rosone sotto cui si apre, invece, un portale biforo riccamente decorato. Cinque archi a sesto acuto, concentrici, poggianti su leggere colonnine di marmi bianchi rossi e neri, inquadrano le due aperture, anch’esse ad arco acuto. La SS. Trinità campeggia nella lunetta maggiore mentre nelle due minori sono rappresentati, a destra, il popolo che guidato dal proprio Vescovo adora la Triade e, a sinistra, San Pietro martire con lo stendardo domenicano che conduce i suoi frati verso il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sei storie cristologiche, a partire dall’Annunciazione, sono scolpite simmetricamente negli architravi dei due ingressi. Sul lato sinistro, all’altezza del transetto, si eleva, con i suoi 72 metri, la torre campanaria il cui elegante fusto in laterizio termina in trifore su ogni lato ed è sormontato da cuspide conica.

La pavimentazione è ancora quella originale e, nei colori, rimanda all’ordine domenicano per il bianco e il nero e al martirio di San Pietro per il rosso. Sei colonne per lato, in marmo veronese, con capitelli gotici, separano le navate e le volte a crociera. All’ingresso il fedele è sorpreso dalle due particolari acquasantiere sorrette da rispettivi caratteristici gobbi, che rappresentano l’umile e semplice popolo veronese, uno dei quali poggia le mani sulle ginocchia e l’altro ne porta una sulla testa.

Rialzato rispetto al livello della chiesa, il profondo presbiterio si conclude in un’abside poligonale illuminata da cinque monofore allungate e preceduta da una campata quadrata sulla cui parete destra Turone di Maxio illustrò nel XIV secolo un grande Giudizio Universale. 

Dei numerosi altari e delle preziose opere nelle bellissime cappelle citiamo, per tutte, quella Pellegrini, o cappella Giusti, nel transetto destro. Essa è nota soprattutto per il celeberrimo affresco di Pisanello, considerato il capolavoro del maestro nonché eccelsa espressione del gotico internazionale. Sulla parete esterna sopra l’arco di accesso è raffigurato il commiato di San Giorgio dalla principessa di Trebisonda: il santo cavaliere ha già un piede sulla staffa del suo cavallo bianco con il quale si accinge a raggiungere il vascello che lo condurrà ad uccidere il drago che voleva divorare la figlia del re. L’affresco, realizzato probabilmente tra il 1433 e il 1438, era parte di un ciclo, purtroppo perduto, che interessava l’intera cappella.


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