Scorsese racconta l'epopea dei cristiani in Giappone
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di Marco Respinti10-06-2014 AA+A++

Il 6 giugno il primo ministro del Giappone, Shinzō Abe, ha incontrato Papa Francesco e in dono gli ha portato uno specchio speciale, “magico”, fabbricato da un artigiano contemporaneo ma uguale a quelli usati dai cristiani clandestini del secolo XVII. Sembra uno specchio comune, ma, esposto al sole, mostra una croce e una immagine di Gesù; così il Papa, appena ricevutolo, ha guadagnato una finestra e, portandosi dietro Abe, ha contemplato il volto del Salvatore in piena luce.

Ora, la drammatica e gloriosa epopea del cristianesimo in Giappone non è ancora conosciuta quanto merita ‒ un primo approccio lo consente Rino Cammilleri, autore nel 2012 del “quaderno” Shimabara no ran. La grande rivolta dei samurai cristiani e del romanzo storico Il crocefisso del samurai (Rizzoli, Milano 2009) ‒; ma a squarciare la coltre del silenzio arriverà presto un film, diretto nientemeno che da Martin Scorsese.

Tra eroismo e sacrificio, la vicenda dei kirishitan (i cristiani giapponesi perseguitati e poi ridotti alla clandestinità) “tormenta” il famoso regista americano sin da quel lontano 1989 in cui per la prima volta prese nella sua mente forma, seppure ancora vaga, l’idea di metterla in scena. Qualcosa di decisivo si è sbloccato però solo nel 2007, tanto da spingere Scorsese a dire pubblicamente di voler mettere mano alla macchina da presa per quel progetto quanto prima; il cineasta sperava nel 2008, ma ancora una volta ha dovuto ritardare. Nel 2009 è però riuscito a scritturare nel cast attori del calibro di Daniel Day-Lewis e di Benicio del Toro, e nel 2013 anche Andrew Garfield, Ken Watanabe e Liam Neeson nei panni del protagonista, un missionario gesuita per cui si sente adattissimo: «Sono stato cresciuto», dice Neeson, «da cattolico irlandese bello tosto». E ora finalmente, dopo aver trovato tutti i fondi necessari attraverso la compagnia Emmett/Furla Films, Scorsese inizia a girare a Taiwan, contando d’impiegarci tutti i prossimi mesi estivi e dando così appuntamento al pubblico per l’anno venturo.

La pellicola ha già un titolo, Silence. Anche perché s’ispira a quell’omonimo romanzo storico del 1966 che viene universalmente considerato il capolavoro del giapponese Shusaku Endo (1923-1996). Endo ‒ rara avis ancora oggi in Giappone ‒ era cattolico, battezzato attorno agli 11 o ai 12 anni per volontà della madre, a sua volta divenuta cattolica dopo avere subito il divorzio, o forse, come dicono altri, da una zia cui il piccolo era stato affidato. Ma questo non ha impedito alla critica di riconoscere in lui un talento indiscusso della cosiddetta “terza generazione” di scrittori successivi alla Seconda Guerra Mondiale pur in una Paese dove il cattolicesimo è stato a lungo perseguitato con raffinata crudeltà, è rimasto fuorilegge fino al 1850 e poi è stato sostanzialmente percepito come corpo estraneo. A Endo è stato persino dedicato un museo letterario personale nella “cattolica” Nagasaki (al sito, in giapponese, selezionare l’opzione di traduzione offerta dal motore di ricerca Google) e più volte il suo nome è stato sussurrato per il Nobel.

Quel suo romanzo, pluripremiato, ha ispirato nel 2002 la Sinfonia n. 3 Silence del musicista scozzese James MacMillan, è stato tradotto in moltissime lingue ed è disponibile anche in italiano, pubblicato a Milano come Silenzio da Rusconi nel 1982 e riedito da Corbaccio nel 2013. Del resto, tutte le opere di Endo tengono sempre, sottotraccia, la persecuzione dei cristiani, e le problematiche annesse, anche se praticamente mai affrontano il tema direttamente; il lettore italiano ha peraltro a disposizione soltanto un altro romanzo dello scrittore giapponese, Il samurai (trad. it. Luni, Milano 2013), anch’esso ruotante attorno al motivo forte della fede proibita.

Endo è però giudicato un cattolico molto problematico, costantemente alle prese con l’argomento spinoso dell’inculturazione della fede (una questione per lui personalissima, non certo una divagazione teorica), dell’incontro con la cultura nipponica che è quasi sempre uno scontro e con una Croce che dà scandalo. A dimostrarlo bene è proprio il capolavoro Silenzio che ha ispirato Scorsese, là dove a essere stuzzicata è una storia controversa e dolorosa: la missione del gesuita Sebastião Rodrigues ‒ modellato su una figura storica, il gesuita siciliano Giuseppe Chiara (1602-1685) ‒ che viene inviato in Giappone durante le persecuzioni del primo Seicento per indagare sull’apostasia del confratello portoghese Cristóvão Ferreira (1580 ca.-1650), un personaggio realmente esistito che, per sottrarsi al martirio, rinnega la fede, aderisce a una “setta” zen (anche se i suoi scritti pare rivelino soprattutto una filosofia fondata sul diritto naturale) e si sposa. Padre Rodrigues si rende insomma conto che, almeno in Giappone, la fede in Cristo è soprattutto la Passione.

Dopo che il regista giapponese Masahiro Shinoda, collaborando con lo stesso Endo, già ne trasse nel 1971 un film, Chinmoku (come suona il titolo giapponese originale anche del romanzo), dopo che nel 1996 la vicenda dell’apostata Ferreira ha ispirato una seconda pellicola al portoghese João Mario Grilo, Os Olhos da Ásia, ora è dunque la volta di Scorsese. C’è materiale sufficiente per farne un vero scandalo, ovvio; ma ne potrebbe invece pure uscire qualcosa di davvero buono. I martiri kirishitan se lo meriterebbero.


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