Se ritornasse la noia della naja
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di Rino Cammilleri20-05-2017 AA+A++

Il ballon d’essai lanciato dalla ministra Pinotti sul ripristino della leva, a mio modesto avviso, avrebbe senso:  a) se si trattasse di leva militare e non civile (costerebbe troppo, meglio usare le risorse per potenziare-ammodernare le forze armate), b) se fosse una cosa seria. Il sottoscritto fece parte di uno degli ultimi scaglioni della naja prima che venisse abolita. Fu un dramma farsesco (o una farsa drammatica?).

Poiché appartenevo alla generazione del baby boom, i ranghi traboccavano e molti della mia classe ricevevano il congedo per posta senza colpo ferire. Io ero laureato da anni e, per non svegliare il can che dorme, non feci neanche domanda per allievo ufficiale. E male feci, perché mi ritrovai arruolato a ventotto anni, soldato semplice in mezzo ai diciottenni. Lavoravo in uno studio di commercialista e dovetti lasciarlo. Car (Centro addestramento reclute), 3500 giovani in divisa. Mi colpì la dotazione di scarpe da ginnastica: interamente di gomma, la gomma dei palloni-giocattolo, una schifezza. Chissà che razza di ditta si era aggiudicata l’appalto. Docce, quando funzionavano, una volta ogni quindici giorni. Alla prima libera uscita affittammo in dieci una stanza d’albergo per poterci lavare. Il fucile? Sempre il Garand americano, quello dell’ultima guerra (dopo più di trent’anni ch’era finita), pesante una tonnellata. Il rancio? Abbondante, ma ogni piatto aveva lo stesso sapore, dai rigatoni al dolce. Per forza: a cucinare, in pentoloni immani, erano le reclute, tra cui io, che non avevo mai cotto un uovo.

Le marce, le esercitazioni? Pro-forma, alcune addirittura dichiarate come tali. Speravo di imparare almeno a sparare, macché. L’unica sparatoria: pancia a terra, tiravo mentre un caporale, inginocchiato accanto, mi muoveva lo stantuffo per ricaricare (spostandomi la mira). Altrettanto ridicolo il lancio della bomba a mano Srcm. Comandata di picchetto: il nome non tragga in inganno, si trattava di spazzare il cortile. Grande come uno stadio. Quando eri arrivato in fondo, ti voltavi e lo vedevi di nuovo pieno di cicche e cartacce. E ricominciavi. Una volta che piovve, un ufficiale pretese che io svuotassi le conche d’acqua con la sola scopa di saggina. Dopo settimane, qualcuno (da fuori) fece presente al colonnello che io ero laureato. Allora mi misero in un ufficio, la cui polvere risaliva ai tempi del Duce. Ne avevo i polmoni pieni, tanto che, controluce, divertivo i camerati a farla uscire con colpi di tosse. Gli analfabeti? Ebbene, nel 1978 ce n’erano ancora, e io dovevo scrivere per loro le cartoline ai genitori. E si trattava di diciottenni.

Quando finalmente il Car finì, mi mandarono in treno alla destinazione, affardellato con uno zaino spropositato: non si pensi agli zaini odierni, ben accessoriati; no, juta da Grande Guerra. A destinazione, il capitano mi disse che la dotazione di mostrine non era ancora arrivata, dopo mesi di richieste. Perciò, dovevo comprarmele, di tasca mia, in un negozio di «militaria». Altrimenti sarei rimasto con le stellette da recluta e la ronda mi avrebbe rimandato in caserma. Be’, sempre meglio che lustrare la suola degli scarponi infangati, come preteso, al Car, da un altro capitano. Chiesi di far domanda per almeno imparare qualcosa, che so, guidare un camion. Niente. Fui assegnato a un comando militare di stazione ferroviaria, a certificare i treni in ritardo per i soldati. Alloggiato presso l’ospedale militare, dovevo cenare alle 17.30, orario ospedaliero. E mi fermo qui. Un anno buttato. Magari avessi fatto il militare come in Svizzera, adesso avrei almeno il porto d’armi. 


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