Sentenza Hobby Lobby, la fede non è un fatto privato
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di Tommaso Scandroglio02-07-2014 AA+A++

Hobby Lobby è una grande catena di negozi di hobbistica e oggettistica presente in tutti gli States. I loro proprietari, per motivi di credo religioso, avevano deciso di non rispettare quella norma dell’Obama-care che prevede, a favore dei propri dipendenti, la copertura delle spese sanitarie anche per contraccezione e pratiche abortive, spese che ammonterebbero a 475 milioni di dollari all’anno. Lunedì la Corte Suprema degli Stati Uniti nella sentenza Burwell (Ministro della Salute) vs Hobby Lobby ha dato ragione a quest’ultima, con una decisione simile a quella che, qualche mese fa, aveva interessato l’ente religioso delle Piccole Sorelle dei Poveri. I giudici hanno applicato il Religious Freedom Restoration Act (RFRA), una legge del 1993, successivamente modificata nel 2000, che tutela la libertà religiosa. Tale norma proibisce al “Governo sostanzialmente di comprimere, a danno delle persone, l’esercizio dell’espressione religiosa” eccetto nel caso in cui ci sia un interesse generale per farlo.

Come i giudici ricordano, il Dipartimento della Salute ha escluso dall’Obama-care la chiese e gli enti confessionali no-profit, ma non le aziende, come la Hobby Lobby, che fanno del business la loro attività principale. Oltre a questo, la tutela della libertà religiosa è accordata alle persone fisiche – i singoli – ma non alle persone giuridiche, come appunto le aziende.

La Corte Suprema è stata però dell’avviso che anche gli enti con scopo di lucro possono avvalersi del RFRA perché “il fine di estendere i diritti [di espressione religiosa] alle aziende è quello di tutelare i diritti delle persone che stringono relazioni con le aziende, inclusi gli azionisti, gli agenti e i datori di lavoro”. Quindi il nocciolo del problema non è sapere se la tale persona giuridica sia profit o no-profit, ma se la libertà religiosa di tutte le persone che ivi lavorano, dall’ultimo dei dipendenti ai proprietari, è rispettata. Riguardo poi ai datori di lavoro i giudici rammentano che “un’azienda è semplicemente una forma di organizzazione che gli esseri umani usano per raggiungere i fini desiderati. Tutelare il libero esercizio di impresa di aziende come la Hobby Lobby […] significa tutelare la liberà religiosa di quegli esseri umani che possiedono e controllano tali società”.

In merito a quest’ultimo punto, la sentenza specifica che la legge sulla libertà religiosa del 1993 intende garantire ai datori di lavoro “la possibilità di svolgere un’attività commerciale in accordo con il proprio credo religioso. Il credo di Hahns and Greens [i proprietari di Hobby Lobby] interessa una complessa ed importante questione di carattere religioso e afferente alla filosofia morale. In particolare si tratta del caso secondo cui è immorale per una persona assumere una condotta che di per se stessa è lecita ma che produce l’effetto di rendere capace un terzo di compiere un atto immorale o di aiutarlo nella commissione di questo atto”.

La Corte poi appunta una contraddizione riguardo a coloro che sostengono che l’Obama-care si possa applicare solo agli enti no-profit. Se questi enti sono esclusi dagli obblighi di assicurazione sanitaria laddove questi obblighi entrino in conflitto con il loro statuto, perché non ritenere che pure aziende che producono profitti non perseguano anch’essi, tra gli altri obiettivi, alcuni scopi di carattere religioso? Perché una mission aziendale non può avere contenuto confessionale? In tale prospettiva è ragionevole estendere l’immunità dall’Obama-care prevista per gli enti no-profit anche alle imprese.

Relativamente invece alla tutela dei “diritti” dei dipendenti che vogliono essere coperti dagli oneri per le spese di contraccezione e aborto, la soluzione potrebbe essere duplice: copertura garantita dalle compagnie assicurative che di contro si vedrebbero riconosciute un trattamento fiscale agevolato, oppure una copertura assicurativa fornita dallo Stato.

La decisione della Suprema Corte mette in luce un aspetto assai interessante. La libertà religiosa non è affare privato che può avere diritti di cittadinanza solo all’interno delle quattro mura domestiche, un gioco di società da fare davanti al focolare domestico. Bensì riguarda ogni piega del nostro esistere, informa ogni nostra attività, inclusa quelle commerciali. Il credere e il vivere non si possono dissociare e così non abbiamo il credente e il professionista, ma un professionista che è contemporaneamente anche credente. Impossibile scindere le due sfere e chi vuole tentare di separare questi due aspetti mina la libertà religiosa. Per i giudici questo è così vero che – come abbiamo visto – la fede religiosa può a ben diritto essere inclusa negli scopi statutari di un’azienda. Un’erronea idea liberals pretende di recludere i propri convincimenti di fede e morale nel recinto della coscienza individuale, ma come hanno bene sottolineato i giudici, alcuni nostri principi interessano di necessità le relazioni con gli altri – ad esempio la collaborazione al male – e dunque il privato diviene inevitabilmente “pubblico”. Non tutelare questo diritto della persona che esige di comportarsi così come la sua coscienza chiede, significherebbe obbligarla ad assumere scelte in dissonanza con i propri valori. Significherebbe farle violenza.


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