Sicuri che la fuga dagli atenei sia negativa?
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di Marco Lepore04-02-2013 AA+A++

Allarme rosso: è quello lanciato dal Cun (Consiglio Universitario Nazionale) che ha diffuso un documento da cui risulta che in dieci anni gli immatricolati sono scesi da 338.482 (anno accademico 2003/2004) a 280.144 (anno 2011/2012), con un calo di 58.000 studenti, pari al 17% in meno. Quasi fosse scomparso un ateneo di grandi dimensioni come la Statale di Milano. La notizia è stata subito raccolta e commentata da tutti i mass media nazionali; non senza ragioni, intendiamoci, perché quanto segnalato dal Cun è dovuto a molteplici aspetti indubbiamente problematici, che meritano però di essere capiti e giudicati nella loro completezza. Anche perché non sono solo quelli su cui – in modo forse un po’ strumentale, data la vicinanza delle elezioni - i commentatori si stanno soffermando di più.

Certo, i numeri sono impietosi: quanto a laureati, nel 2012 siamo al 34° posto su 36 Paesi. Solo il 19% dei 30-34enni possiede una laurea, contro una media europea del 30%. Il 33,6% degli iscritti ai corsi di laurea è fuori corso mentre il 17,3% non fa esami. Negli ultimi 3 anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato ridotto: nel 2009 le risorse coprivano l'84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%. Il 25% dei ragazzi quindi è rimasto fuori. In soli sei anni (2006/2012) il numero dei docenti si è ridotto del 22%. Le spese di funzionamento superano i fondi disponibili: dal 2009 il Fondo di finanziamento ordinario (FFO) ha iniziato a scendere del 5% ogni anno, con un calo complessivo che per il 2013 si annuncia prossimo al 20%.

Ma il calo è dovuto solo a questi fattori? Proviamo a fornire alcuni spunti di riflessione ulteriori. Innanzitutto sul dato demografico: per la fascia dei giovani tra i 15 e i 19 anni, negli ultimi dieci anni c'è stata una variazione minima, ma comunque importante viste le cifre sull'Università: da 2 milioni 949mila a 2 milioni 934mila. Tuttavia, la differenza più sensibile la si vede proprio nella fascia di età che corrisponde agli anni dell'Università. In pratica, per la fascia 20-24 anni, nel 2002 c'erano in Italia 3 milioni 395mila giovani, scesi nel 2011 a 3 milioni 134mila: 260 mila in meno.

Un paese per vecchi, con poca speranza nel futuro e dunque sempre meno figli. Non può essere questa una delle cause? Altro aspetto da non sottovalutare è quello dell’orientamento. Per decenni si è comunicato ai giovani che per essere qualcuno nella vita occorre studiare, laurearsi, arrivare in alto, avere successo e possibilmente arricchirsi. E i nostri figli cosa hanno capito? Meglio iscriversi al liceo perché sennò sei un “minus habens” intellettuale e sociale. Dal liceo all’università, poi, il passo è breve, anzi quasi obbligato. A fronte di una sostanziale stabilità del numero assoluto dei diplomati negli ultimi 10 anni (con una forte prevalenza delle opzioni liceali, solo di recente un po’ scalfita), è sceso di oltre il 10% (circa 30mila unità) il numero degli studenti che si iscrivono al primo anno di università, a dimostrazione di una caduta di interesse per il percorso scolastico scelto; il dato più eclatante, tuttavia, è quello della dispersione successiva”: il 33,6% degli iscritti ai corsi di laurea è fuori corso mentre il 17,3% proprio non fa esami.

I giovani che si immatricolano, sono davvero tutti da università? Vogliamo tornare a dire ai nostri ragazzi che il successo nella vita non dipende dalla ricchezza, dal prestigio sociale, dal potere etc, ma dal mettere a frutto i talenti ricevuti per la propria realizzazione e per il bene di tutti, quali che essi siano? E che i lavori manuali non sono meno degni e utili di quelli intellettuali?

C’è poi un aspetto economico. Studiare all’università costa sempre di più, le tasse sono aumentate sensibilmente in questi ultimi anni e le famiglie fanno sempre più fatica. Se poi si intende frequentare un ateneo lontano da casa propria, i costi diventano proibitivi. Magari più di qualcuno rinuncia. Non sarà il caso di ripensare in modo sostanziale, e non solo con le solite borse di studio, le politiche economiche a sostegno delle famiglie con figli?

Quanto detto non esclude anche tutte le altre cause messe in luce nei diversi contributi apparsi in questi giorni; ma le ragioni strutturali (organizzazione dei corsi, finanziamenti, organici, strumentazioni, etc….) per quanto importanti non devono mai far dimenticare – come spesso purtroppo accade - che c’è qualcosa che viene prima su cui occorre investire prioritariamente: il valore ontologico del singolo e il valore sociale della famiglia. Se non si riparte da qui, difficilmente le riforme di ordinamento (e neppure una pioggia di soldi) otterranno i risultati sperati. Meglio, forse, avere università più piccole, ma che funzionano meglio perché popolate da persone davvero motivate.


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