Soldati Usa contro l’Is in Siria, ma non sono graditi
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di Gianandrea Gaiani25-01-2016 AA+A++

Gli Stati Unii sembrano voler inviare forze terrestri a combattere in Siria superando l’esclusione, assicurata finora da Barack Obama, di boots on the ground nella guerra allo Stato Islamico. A rompere il ghiaccio hanno contribuito due interventi ad altissimo livello dell’Amministrazione Obama. Il più recente è autorevole è quello del vice presidente Joe Biden che alla tv al-Arabiya non ha escluso una «soluzione militare» in Siria. «Sappiamo che sarebbe meglio una soluzione politica... ma se questo non fosse possibile siamo pronti per una soluzione militare».

Parole che lasciano aperti molti dubbi circa la pianificazione e gli obiettivi militari di Washington. Mettere in relazione un’azione militare con una “soluzione politica” significa mischiare la guerra allo Stato Islamico, che non prevede trattative con Abu Bakr al-Baghdad, con il conflitto civile siriano che invece nei summit di Ginevra ha aperto al negoziato tra il regime di Bashar Assad e le opposizioni. Minacciare un intervento militare in Siria qualora fallissero le ipotesi politiche, come ha fatto Biden, significa riproporre lo scenario dell’estate 2013 quando gli Stati Uniti e alcuni alleati europei erano sul punto di attaccare Bashar Assad o quanto meno lasciare aperto il dubbio che l’Isis non sia il vero nemico che Washington vuole colpire. 

Un’ipotesi simile a quella fatta balenare in dicembre dai sauditi, postisi alla guida di una Coalizione araba che dalla Giordania potrebbe penetrare in Siria ufficialmente per combattere il “terrorismo”. Termine utilizzato per indicare anche il regime di Bashar Assad (accusato da Riad di colpire indiscriminatamente i civili ) con il probabile risultato che un intervento armato arabo (e turco) in Siria vedrebbe le truppe puntare su Damasco, non su Raqqa. Superfluo sottolineare che Mosca non ha digerito le dichiarazioni di Biden definendole  «distruttive» come ha affermato una fonte diplomatica russa all'agenzia Interfax. «É bizzarro», ha detto la fonte, «sentire queste dichiarazioni in un contesto in cui tutti i Paesi stanno cercando una soluzione politica, e tali minacce possono semplicemente essere distruttive». 

Qualche ora prima i capi delle diplomazie di Russia e Usa, Serghiei Lavrov e John Kerry, avevano discusso della crisi siriana in una conversazione telefonica su iniziativa americana, prestando «particolare attenzione alla necessità di formare una delegazione dell'opposizione rappresentativa e assicurare la conformità dell'agenda dei negoziati ai requisiti della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, inclusi la lotta all'Isis e agli altri gruppi terroristici e il rispetto del diritto del popolo siriano a decidere il futuro del proprio Paese».

A parlare esplicitamente di boots on the groun  statunitensi in Siria e Iraq era stato la scorsa settimana il segretario alla difesa Ashton Carter in un’intervista alla Cnbc. «Non penso che nessuno possa sostituirsi a loro», ha sottolineato il segretario alla Difesa parlando delle forze locali, «ma possiamo fare molto per aiutarli, incluso essere sul terreno insieme a loro. Stiamo cercando opportunità per fare di più e ci saranno militari sul terreno. Su questo voglio essere chiaro», ha aggiunto Carter, «ma è una domanda strategica capire se aiutare le forze locali a conquistare e a mantenere aree o se tentare di sostituirsi ad esse». Carter ha reso noto pochi giorni or sono che in Siria sono operativi una cinquantina di incursori delle forze speciali statunitensi: una presenza che sfida il diritto internazionale poiché il governo di Damasco non ha mai né chiesto né autorizzato il dispiegamento di queste forze assegnate in supporto ai curdi nel nord del Paese con l’obiettivo di colpire l’Isis.

Altre 200 unità di incursori sono arrivati in Iraq per dare la caccia ai leader dell’Isis in un contesto non meno delicato poiché il governo di Baghdad vorrebbe limitare la presenza Usa e straniera al solo supporto aereo mentre le milizie scite filo-iraniane minacciano di considerare bersagli i soldati americani in Iraq. Progressivamente il contingente statunitense in Iraq subirà un forte incremento dagli attuali 3.500 militari impiegati come istruttori, consiglieri militari e per la sicurezza di Basi e sedi diplomatiche Usa, a oltre 5mila. Carter è stato in visita alla base della 101a divisione aviotrasportata, di cui circa 500 uomini saranno inviati in Iraq alla fine di febbraio mentre altri 1.300 soldati del gruppo di combattimento della Seconda brigata verranno mandati in tarda primavera, più o meno insieme agli italiani che dovranno proteggere la diga di Mosul. «Li uccideremo o cattureremo ovunque li troveremo», ha detto Carter riferendosi ai miliziani dell'Isis. Ma la reazione del premier iracheno, Haider Al-Abadi, non è stata delle migliori: «non c'è necessità di truppe di terra straniere da combattimento», ha precisato, sollecitando invece più armi, addestramento e sostegno all'esercito iracheno da parte dei partner internazionali di Baghdad.

Insomma, ora che gli Usa vorrebbero (a parole) combattere più intensamente l’Isis, nessuno li vuole sul terreno a conferma di come la strategia di destabilizzazione perseguita da Obama sia stata ormai compresa da tutti i protagonisti della crisi in Medio Oriente che ora diffidano di Washington. Il capo del governo iracheno ha anche ammonito che qualsiasi operazione speciale contro l'Isis nel suo Paese richiede l'approvazione del governo e il coordinamento con le forze irachene, nel pieno rispetto della sovranità nazionale. Il Segretario di Stato, John Kerry, ha tentato di prevenire eventuali polemiche sostenendo che Baghdad era stata informata in anticipo dagli Usa e che Washington coopererà consultandosi sul tipo di forze inviate, sulla zona d'intervento e sulla natura delle missioni delle forze speciali americane. La task force della 101a divisione costituirà la prima brigata operativa da combattimento statunitense a tornare in Iraq dopo il ritiro affrettato voluto da Obama nel 2011.

 


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