Storture di laurea e Erasmus. Ricordando Gloria
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di Roberto Marchesini19-06-2017 AA+A++

Qualche ulteriore riflessione sull'articolo di Cazzullo a proposito della morte di Gloria e Marco. Li chiamiamo per nome, come se fossimo nostri amici...

Cazzullo: «sono laureati. Spinti dalla giusta ambizione più che dal bisogno. Avanguardia dei disoccupati intellettuali, che sono la grande piaga dell’Italia di oggi: un Paese che di laureati ne ha meno degli altri in Europa, ma non riesce a trovargli un lavoro; anche perché investe troppo poco in cultura, istruzione, ricerca».

In questa frase ci sono tutte le storture del nostro sistema. «Sono laureati», quindi hanno diritto ad un lavoro ben retribuito. Falso. La laurea dovrebbe (dovrebbe!) indicare l'appartenenza all'élite culturale del paese. Siamo abituati a considerare l'appartenenza ad una élite come un privilegio.

Niente di più sbagliato. Appartenere ad una élite non è un privilegio, un modo per fare soldi, per avere una vita agiata senza fatiche. È un compito. Un sacrificio fatto per la propria comunità, la propria nazione. La laurea non dà diritto ad alcun lavoro ben retribuito per due motivi.

Innanzitutto perché il lavoro non c'è. A causa di una crisi che dura ormai da dieci anni e che, ufficialmente, non ha cause né responsabili. Ma nemmeno soluzioni, politiche economiche nazionali. Solo laissez faire, austerità e grande fiducia nelle istituzioni alle quali abbiamo affidato il governo.

Che fare, dunque, in questa situazione, per garantire un lavoro ai laureati? Istituire il lavoro di stato garantito, come avveniva nei paesi sovietici?

Secondariamente, e in conseguenza del primo punto: perché di laureati ce ne sono troppi. La laurea è considerata un «diritto» per chiunque; altro che élite. Ecco perché le psicologhe devono trovarsi un fidanzato ricco; ecco perché architetti e avvocati lavorano 12 ore al giorno per 300 – 400 euro al mese; ecco perché laureate in lettere fanno le segretarie. Non parliamo dei biologi, degli scienziati politici e delle comunicazioni... Si chiama «inflazione».

Ci sono troppi laureati perché – come cantava Pietrangeli - «anche l'operaio vuole il figlio dottore»; non perché si immoli per la patria, ma perché «non deve passare quello che ho passato io». La laurea come privilegio, non come compito. Todos laureatos, quindi. Qualche anno di sacrifici e poi hai diritto alla bella vita. Infatti...

Ci sono troppi laureati perché «di laureati [l'Italia] ne ha meno degli altri in Europa». Ma non tutti possono vivere come gli euroburocrati, ai quali la laurea ha garantito l'ufficio in una capitale straniera con pianta di ficus e segretaria (laureata in lettere) in minigonna. Qualcuno deve produrre. Non di solo terziario (servizi) vive l'uomo, ma anche di primario (agricoltura) e secondario (manifattura). L'Europa, evidentemente, questo lo ignora; e vuole più laureati (non importa se occupati o meno). L'Europa ce lo chiede; e noi obbediamo.

Ci sono troppi laureati perché le riforme (dalla legge 910/1969 alla riforma Bassanini) hanno eliminato ogni possibile politica nazionale accademica e consegnato la «autonomia funzionale» agli atenei. Il che significa: più iscritti, più tasse universitarie, più soldi. La porta degli atenei si è spalancata a chiunque e ai desideri di chiunque. Sarà vero che investiamo «troppo poco in cultura, istruzione, ricerca»?

Caro Lucignolo, ti attizza la psicologia? Ti sfrucuglia la politica? Iscriviti alla nostra facoltà, ti offriamo un sacco di servizi e un campus universitario che ti farà sentire più mmerigano... E poi? Ci sarà lavoro? Non ti preoccupare: ti venderemo un master, un dottorato e mille altre mirabolanti novità che ti daranno un curriculum spaziale.

Ma con un curriculum spaziale troverò lavoro? Beh, ha già risposto Bennato: «[...] e se proprio non trovi niente da fare non fare la vittima se ti devi sacrificare, perché in nome del progresso della nazione, in fondo in fondo puoi sempre emigrare...»!

Ed ecco l'ultimo punto. Tutti affranti perché Gloria e Marco hanno dovuto emigrare per trovare un lavoro. Ma come? E l'entusiasmo per la «generazione Erasmus»? E l'obbligo di emigrazione chiesto (anche per i lavoratori) da Umberto Eco. E l'elogio di nomadismo e precarietà del ministro Giannini?

Cari Gloria e Marco, forse è vero, dovremmo chiedervi scusa. Per aver lasciato il nostro paese in mano a questa gente...


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