Sturgeon: macché Braveheart, è solo una laicona
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di Marco Respinti21-03-2017 AA+A++

Nicola Sturgeon, 47 anni, leader dello Scottish National Party (SNP), primo ministro di Scozia dal 2014, ha un solo piatto forte: l’indipendentismo. Perché per esempio sui princìpi non negoziabili le sbaglia tutte. Premesso che l’SNP è da sempre un partito socialdemocratico (sindacalismo, assistenzialismo, statalismo), e che prima di entrare nei suoi ranghi nel 1986 lei era già entrata nella Campagna per il Disarmo Nucleare (la famosa organizzazione di sinistra che ha inventato il simbolo del “fate l’amore e non la guerra”), la Sturgeon è una gran femminista. Coerentemente, è dunque una lucida sostenitrice dell’aborto e dell’omosessualismo.

Contro la vita è schierata da sempre. La sua uscita più recente (fine novembre) mette il naso anche negli affari dell’Irlanda del Nord, dove l’aborto è praticamente vietato: cioè consentito solo se vi è rischio serio di danni di lungo termine o permanenti per la madre, mai per stupro o incesto, e chi abortisce illegalmente finisce all’ergastolo. Ebbene, la Sturgeon sta studiando il modo per aggirare l’ostacolo offrendo i servigi del Sistema sanitario scozzese pagato dai suoi concittadini. Curioso per una pasionaria dell’autodeterminazione dei popoli.

Quanto all’ideologia del gender, alla vigilia delle elezioni per il parlamento scozzese celebrate il 5 maggio dell’anno scorso (poi vinte anche se con qualche cedimento), la Sturgeon annunciò cinque punti programmatici precisi: aggiornamenti per educare gl’insegnanti all’“inclusione”; idem per le altre figure professionali a contatto con i minori; modifica dei programmi scolastici per ammaestrare i bambini di elementari e medie alla “tolleranza” contro i “pregiudizi”; addestramento specifico per le forze dell’ordine chiamate a indagare gli hate crime; riforma della legge sui diritti degli omosessuali per portare la Scozia ai più elevanti standard internazionali. Solo qualche settimana fa, a gennaio, ha pienamente appoggiato il piano della lobby omosessualista per portare le tematiche LGBT dentro le scuole.

Del resto, l’indipendentismo scozzese è tutt’uno con la causa LGBT+ (visto che il numero “riconosciuto” dei sessi è legione, adesso la sigla si scrive così). Il referendum istituzionale del 2014 lo ha dimostrato nettamente. Per le lobby omosessuali del Paese, l’indipendenza sarebbe infatti una manna. Davanti al voto di tre anni fa, l’attore e regista gay Alan Cumming (parti in James Bond e X-Men), disse che la Scozia indipendente «[…] darebbe ai propri cittadini LGBT i diritti e il rispetto che meritano, inserendo quei diritti nella Costituzione». A spiegare perché fu allora il leader bisessuale dei Verdi, Patrick Harvie, che dal 2007 ha stretto un forte relazione politica con l’SNP: il parlamento scozzese «[…] non ha mai votato una sola volta contro nulla che riguardi l’eguaglianza LGBT e lo stesso non si può invece dire di Westminster». L’interessante fu che il fronte del “no” all’indipendenza rispose che non è vero perché il Regno Unito è già il “paradiso” dei diritti omosessuali….

In Scozia le unioni civili tra persone dello stesso sesso sono state riconosciute nel 2005, la stepchild adoption nel 2009 e il “matrimonio” nel 2014 (perfettamente in linea con il resto del Regno Unito, Irlanda del Nord esclusa). Sotto la guida della Sturgeon il Paese è stato riconosciuto il più giuridicamente gay-friendly d’Europa nel 2015 e nel 2016. Il clima dunque è quello che è. I leader di quattro dei sei maggiori partiti scozzesi sono gay, lesbiche o bisex dichiarati: la Laburista Kezia Dugdale, che ha fatto coming out sul periodico della Fabian Society; la Conservatrice e Unionista Ruth Davidson; il citato Verde Harvie; e pure l’eurodeputato David Coburn del “populista” e antieuropeista UKIP di Nigel Farage. The Guardian, che non è certo una testata reazionaria, dice che su questi temi la Scozia è oggi irriconoscibile. Normalizzata, visto che non c’è opposizione.

Interessante è peraltro la disputa accesasi nel fronte indipendentista sull’aborto. Quando, nell’ottobre 2015, il governo Conservatore britannico (allora presieduto da David Cameron) estese la devolution anche all’aborto, il Verde bisessuale Harvie temette che i movimenti pro-life sfruttassero l’occasione per ridiscutere la legge. Toccò allora al periodico arci-indipendentista Bella Caledonia, nato nel 2007 e divenuto famoso con il referendum del 2014, rassicurare tutti titolando “Per la legge sull’aborto, fidatevi della Scozia”. La sua secca filippica ragionava così: «I politici che abbiamo eletto nel nostro parlamento sono stati altrettanto liberal di quelli eletti a Westminster. Sulle questioni femministe possiamo invece affermare di essere stati migliori di loro». La questione la chiuse comunque l’immancabile Sturgeon, stabilendo «[…] che non vi è alcun bisogno di cambiare le leggi sull’aborto attualmente vigenti in Scozia». William Wallace e Bonnie Prince Charlie sono solo una nostalgia.


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