Trump epura i conservatori. Una pessima scelta
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di Marco Respinti31-07-2017 AA+A++

Quando le cose vanno bene si vede meno, ma l’inimicizia fra il Partito Repubblicano e il presidente Donald J. Trump non è mai cessata. E ora che lo scontro sull’abolizione della riforma sanitaria voluta a suo tempo da Barack Obama (la cosiddetta “Obamacare”) ha riacceso gli animi, si nota più che mai. Le dimissioni, giovedì 27 luglio, di Reince Priebus, capo di gabinetto del presidente, ne è un esempio eclatante. Al contempo, è un segnale inquietante.

Il casus belli sono state le uscite a dir poco sgangherate (e sboccate) del nuovo direttore dell’Ufficio comunicazioni della Casa Bianca, Anthony Scaramucci, che, mercoledì 26, ha accusato Priebus d’improvvide fughe di notizie a favore della stampa. Ora, magari è vero. Magari Scaramucci ha ragione e Priebus ha commesso leggerezze. Ma se, a soli cinque giorni dalla nomina, il nuovo direttore dell’Ufficio comunicazioni del presidente del Paese più importante del mondo prende per il bavero il capo di gabinetto del presidente del Paese più importante del mondo per questioni, se vere, al massimo inopportune, causandone le dimissioni con l’avallo del presidente del Paese più importante del mondo, significa che la questione è seria. Ben oltre, cioè, la bagarre scatenata da Scaramucci, più adatta ai dissidi tra esponenti di partiti nemici che fra colleghi di governo.

Tutto va infatti riportato alla bocciatura, giovedì stesso, dell’abolizione dell’Obamacare, fortemente voluta da Trump e invece osteggiata da un drappello di Repubblicani che temono il salto nel buio. Era già successo alla Camera il 24 marzo, con un parziale dietrofront il 4 maggio, ed è riaccaduto adesso al Senato. Una classica divergenza, seria e maschia, di opinioni politiche che però Trump vive come un affronto personale fattogli da un partito che non lo ama - Trump lo sa, il partito lo sa - e il cui astio egli ricambia. Dato che, prima di essere nominato capo del gabinetto presidenziale, Priebus era il presidente del Comitato Nazionale Repubblicano (CNR), l’organo direttivo del partito, Trump vede in lui (e lo ha scelto come guida dei suoi consiglieri proprio per questo) l’uomo che può e anzi deve compattare la maggioranza Repubblicana al Congresso sul proprio volere. E che però evidentemente - così ragiona Trump - non lo ha fatto, dato che al Congresso la maggioranza Repubblicana gli ha votato contro sull’Obamacare.

Nelle dimissioni di Priebus, però, la cosa davvero grave non è questa, ma il fatto che, prima, egli appunto presiedeva il CNR.

Visto che l’amore fra il Grand Old Party (GOP, l’altro nome del Partito Repubblicano) e Trump  non è mai sbocciato, che tutta la campagna elettorale dell’anno scorso è stata marcata da una costante (e talora clamorosa) presa di distanze del GOP da Trump, che il GOP ha cercato di disarcionare Trump in tutti i modi (alcuni francamente surreali) e che Trump ha sempre trattato il GOP allo stesso modo, se non peggio, la scelta del leader del CNR Priebus a capo del gabinetto presidenziale era stato il segnale non di una riappacificazione buonista, ma della volontà, encomiabile, di Trump di superare i pur gravi motivi di dissidio per fare opportunamente quadrato.

La cosa era stata peraltro tanto più importante perché Priebus non era stato un presidente qualsiasi dell’organo direttivo di un GOP qualsiasi, bensì il presidente conservatore dell’organo direttivo di un GOP oramai egregiamente conservatore. Stante che l’astio fra Trump e il GOP si basava e si basa sul fatto che questo GOP oramai conservatore considerava e considera Trump un “corpo estraneo” così come Trump giudicava (e giudica?) il conservatorismo del GOP solo un ferro vecchio, l’avere scelto Priebus per un posto di tale importanza indicava una retromarcia intelligente di un Trump arresosi all’indispensabilità delle forze conservatrici (anche) per il proprio governo. Il che non ha cancellato l’atavica inimicizia, ma ha fatto fare a Trump una figura maiuscola. Anche perché, al contempo, Trump sceglieva Steven K. Bannon come capo stratega, facendo una volta in più rientrare dalla finestra quel conservatorismo che aveva spavaldamente voluto cacciare dalla porta anche nella fattispecie del movimento (non solo, cioè, il conservatorismo partitico incarnato dal GOP attuale) che Bannon simboleggia. Priebus più Bannon dentro l’Amministrazione, diversi ma fondamentali per ciò che sono e rappresentano, sono stati insomma il segno della virtuosa resa di Trump al conservatorismo. Senza Priebus, però, quest’architettura fondamentale scricchiola.

Anche perché la vocalità esagerata di Scaramucci se l’è appena presa pure con Bannon. Significa che il consigliere più stretto, e dalla stampa peggio descritto, di Trump non è più gradito al principe? Forse no; forse Trump continua a non avere nulla di personale nei confronti di Bannon. Ma forse significa “solo” che Trump è tornato a pensare di non avere (più) bisogno dei conservatori, sia di partito sia del movimento.

Due indizi portando su questa strada. Il primo è l’uomo scelto al posto di Priebus alla guida del gabinetto presidenziale, John F. Kelly, fino a ora ministro della Sicurezza nazionale e lì sostituito, da lunedì 31 luglio, da Elaine C. Duke, già sua vice. Kelly, un ex militare, è persona degnissima e capace, ma non appartiene, in senso “tecnico”, né al movimento conservatore né al GOP oggi egregiamente conservatore. Il secondo è l’innesco di questa svolta drastica, ovvero Scaramucci, la cui nomina da parte di Trump, il 21 luglio, alla direzione dell’Ufficio comunicazioni della Casa Bianca ha comportato le dimissioni dell’addetto stampa del presidente, Sean Spicer, per incompatibilità d’indirizzi strategici. Rampollo del mondo finanziario newyorkese, membro del Council on Foreign Relation, sostenitore delle campagne elettorali di Barack Obama nel 2008 e di Hillary Clinton nel 2016 (anche se nel 2012 fu condirettore della raccolta fondi per la campagna presidenziale del Repubblicano Mitt Romney), già critico durissimo di Trump e molto liberal su cose decisive come il “matrimonio” omosessuale, la domanda seria di tutta questa faccenda è cosa ci faccia adesso nella Casa Bianca. In attesa di una risposta sensata, il suo arrivo nell’Amministrazione Trump, e soprattutto la fuoriuscita di Priebus, resta una delle mosse peggiori sinora compiute dal presidente degli Stati Uniti.


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