Un "cattolicesimo evangelico" per tornare missionari
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di Massimo Introvigne26-05-2013 AA+A++

Siano progressisti o conservatori – se queste etichette hanno ancora un senso –, tutti i maggiori periodici cattolici degli Stati uniti ospitano nelle ultime settimane un dibattito, non privo di toni accesi, sull’ultimo libro di George Weigel: «Cattolicesimo evangelico. Una profonda riforma nella Chiesa del XXI secolo» (Evangelical Catholicism. Deep Reform in the 21st-Century Church, Basic Books, New York 2013).

In America più o meno tutti sanno chi è George Weigel, che è forse meno conosciuto in Italia. È uno degli intellettuali cattolici più influenti del Paese, ed è stato amico e biografo del beato Giovanni Paolo II (1920-2005).
Il suo testo su Papa Wojtyla, «Testimone della speranza» (trad. it., Mondadori, Milano 2005), è stato un best seller in molte lingue, italiano compreso. Dell’Europa scristianizzata si è occupato in un bellissimo libro del 2005, «La Cattedrale e il Cubo» (trad. it., Rubbettino, Soveria Mannelli 2006).

Ho incontrato Weigel una sola volta, e l’incontro mi ha fatto capire la radice di alcuni giudizi negativi – che non condivido – sul pontificato (non sulla persona) di Benedetto XVI e in particolare sull’enciclica «Caritas in veritate», che per lo studioso americano sarebbe stata influenzata da pregiudizi anti-americani di alcuni ambienti della Curia Romana.
Weigel mi disse che la sua Camelot – un’espressione utilizzata spesso da intellettuali di lingua inglese, che si riferisce al mitico regno di Re Artù e indica una terra incantata e perduta cui si guarda con nostalgia – era stato il pontificato del beato Giovanni Paolo II. Questa Camelot, in cui Weigel era più giovane ed era regolarmente consultato dal Pontefice polacco su questioni politiche ed economiche, era perduta per sempre, e non era tornata con Benedetto XVI. Alla fine, si ha più o meno l’impressione che il peccato originale della «Caritas in veritate» sia la mancata consultazione di Weigel per la sua redazione…

Giudizi discutibili – in parte radicati in comprensibili presupposti psicologici: dopo tutto, ogni uomo ha la sua Camelot – si ritrovano, a proposito del pontificato di Benedetto XVI, nel libro «Cattolicesimo evangelico», dove certi collaboratori di Papa Ratzinger, al di là del merito delle questioni, sono criticati con quello che sembra uno zelo amaro. Ma questi spunti non devono distrarci dalla trama di fondo del volume, un testo importante di cui si dibatterà, almeno negli Stati Uniti, ancora per anni.

Scritto prima della rinuncia al ministero petrino di Benedetto XVI, diventa di fatto un programma ideale per Papa Francesco. E alcune affermazioni del volume si ritrovano con sorprendente consonanza nei primi interventi del nuovo Pontefice, di cui non so se sia lettore di Weigel ma che credo abbia letto gli interventi pastorali di due o tre cardinali americani che dell’autore di «Cattolicesimo evangelico» sono buoni amici.
Il titolo è volutamente provocatorio, e Weigel deve precisare che non suggerisce affatto alla Chiesa Cattolica d’imitare un certo mondo protestante. È certamente così: ma l’uso dell’aggettivo «evangelico» non è casuale. In lingua inglese «evangelico» non è sinonimo di «protestante». Indica una corrente del protestantesimo, che critica le derive progressiste delle denominazioni storiche, diffida del Consiglio Ecumenico delle Chiese, è conservatrice in teologia e in morale e fortemente missionaria.

Un secolo fa il protestantesimo «storico» – quello delle denominazioni tradizionali luterane, riformate, battiste, metodiste, e anche degli anglicani – ha cominciato a perdere colpi, e oggi è quasi moribondo. Ma nel frattempo il protestantesimo «evangelico» – le cui denominazioni quasi sempre non aderiscono al Consiglio Ecumenico delle Chiese, considerato troppo progressista – è diventato il fenomeno religioso mondiale in più rapida crescita.
Secondo Todd Johnson, uno dei maggiori esperti internazionali di statistiche religiose, nel mondo i protestanti «missionari» – sommando agli «evangelici» in senso stretto i pentecostali, che hanno un culto diverso, ma una teologia simile – sono passati da 277 milioni nel 1970 a 702 milioni nel 2013. Weigel lo ripete spesso: i cattolici «evangelici» per lui non sono una semplice versione cattolica degli «evangelici» protestanti. Ma c’è un dato essenziale comune. Il protestantesimo «evangelico» è definito anzitutto dalla sua missionarietà.

A un certo punto, prende atto che il mondo è scristianizzato e comincia a investire tutte le sue energie nell’annuncio missionario ai «lontani», cui propone una teologia e una morale ortodosse, dopo aver constatato che la diluizione progressista del messaggio cristiano ottiene gli applausi dei media secolari, ma non converte nessuno.
Weigel non solo raccomanda qualche cosa di simile ai cattolici: prendere atto del fatto che il mondo, o almeno l’Occidente, è composto in larga maggioranza da persone «lontane» dalla religione istituzionale, e dedicare tutte le proprie energie ad andare a cercare le persone che sono «fuori», una per una, proponendo loro un Vangelo senza sconti, il solo capace di attirarle.

Ma afferma che questa «nuova evangelizzazione» nel mondo cattolico è già in atto. E non dal pontificato del beato Giovanni Paolo II, il Papa della nuova evangelizzazione, e neppure dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Ma da Papa Leone XIII (1810-1903), che per Weigel è il primo Pontefice a prendere atto che il tempo della Contro-Riforma, che pure era stato glorioso, è finito. Il problema della Contro-Riforma era organizzare al meglio la vita della Chiesa in un contesto sociale che era in maggioranza cattolico, o almeno cristiano.
Nel grande «corpus» di Leone XIII si cominciano a trovare i primi segni di consapevolezza che quel mondo sta finendo. E con ogni successore di Leone XIII le cose vanno peggio. L’Occidente, e in particolare l’Europa, diventano terra di missione. Il primo problema della Chiesa occidentale non è più come gestire la sua vita interna, ma come andare a riconquistare le masse e le maggioranze che si sono allontanate non solo dalla Chiesa Cattolica, ma dalla religione organizzata in genere.

Il cattolicesimo «evangelico» per Weigel è quello dove la Chiesa non «fa» missione come una delle sue tante attività, ma «è» missione, costante sforzo di andare a parlare a chi non va mai in chiesa. I progressisti e i tradizionalisti – termine, quest’ultimo, con il quale Weigel si riferisce in particolare ai seguaci di mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) – sbagliano entrambi perché sono fermi al modello della Contro-Riforma e ragionano «come se» la Chiesa in Occidente potesse ancora limitarsi a gestire i suoi pochi e declinanti fedeli, irrigidendo oppure diluendo il suo messaggio.

Già Joseph Ratzinger opponeva a «progressista» e a «conservatore» la categoria di una Chiesa «missionaria». E questo per Weigel era anche il vero messaggio del Concilio Ecumenico Vaticano II, a lungo frainteso, ma che trovava un modello di applicazione corretta nell’episcopato del cardinale Wojtyla a Cracovia e nel libro derivato da quell’esperienza, «Alle fonti del rinnovamento».

Il programma di riforma proposto da Weigel deriva tutto da questo primato della missione. Scegliendo vescovi, liturgie, seminaristi, preti, modelli della Curia romana la domanda dovrebbe essere sempre se la scelta favorisce non la gestione, ma la missione, non il girare in tondo autoreferenziale in tristi comunità di fedeli che dibattono sempre sulle stesse cose, ma la capacità di «uscire» e andare a cercare le maggioranze che in chiesa non vanno più.
Si tratta, come si vede, di temi già ampiamente presenti nelle prime settimane di Magistero di Papa Francesco.

E Weigel lo spiega bene: non serve alla missione diluire il messaggio. Le comunità protestanti storiche che si sono adattate al «mondo» su temi come l’aborto, l’omosessualità, la disciplina stanno chiudendo bottega. Gli «evangelici» che convertono e prosperano invece sui temi morali sono spesso più rigidi dei cattolici.
Ultimamente, però, non è la rigidità che converte. È l’annuncio gioioso e convinto del Cristo crocefisso, la proposta a tutti e a ciascuno di un incontro personale con il Signore. Sono formule forse un po’ «americane». Ma sono anche una sfida all’Europa.


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