Un magistero parallelo ha impedito di amare i Papi
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di Gabriele Mangiarotti*25-06-2013 AA+A++

L'articolo di Rino Cammilleri ("L'effetto Bergoglio dice del nostro tempo") pubblicato domenica 23 giugno ha provocato diverse reazioni. Pubblichiamo la lettera di don Gabriele Mangiarotti perché esprime bene la radice di un disagio davanti a certe riduzioni che vengono operate nei confronti del Papa, di ogni Papa.

Carissimo Rino,

ho letto con attenzione il tuo articolo. Non so come dire: lo condivido, da un lato, e ne sono in disaccordo totale dall’altro.

È vera la tua descrizione della situazione, fino ai mala tempora di un popolo che non sa più riconoscere la verità di un Pontefice, e ha bisogno di una immagine familiare per riavvicinarsi alla fede.

Ma non condivido le motivazioni. Per me tutta la colpa sta dentro una cristianità ed ecclesiasticità che non ha voluto accogliere e educare il popolo ad amare i Papi che lo Spirito ci ha donato. Quanti seminari sono stati riempiti da un magistero parallelo che niente aveva a che fare con l’insegnamento di Giovanni Paolo II, quanti vescovi hanno infarcito le loro noiose lettere con insegnamenti mondani, dei teologi cosiddetti progressisti… Abbiamo tutti visto il doloroso spettacolo di un funerale celebrato dal Presidente dei vescovi italiani per un sacerdote che si vantava di avere portato personalmente alcune prostitute ad abortire; dove un concelebrante (leggi anche qui) ha affermato pubblicamente di avere come scopo la distruzione dell’insegnamento di Benedetto XVI; dove un «fedele» ha ricevuto dalle mani del Cardinale l’Eucaristia (lui che pubblicamente aveva abiurato la fede cattolica, proclamandosi buddista).

Ho partecipato a Convegni per responsabili dell’Insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche d’Italia (ove si raggiunge più del 90% dei giovani) in cui l’insegnamento ufficiale era quanto meno problematico rispetto al magistero pontificio (leggi qui e qui).

Da anni non vendo più in parrocchia Famiglia Cristiana dopo che ha ospitato la lettera di 63 cosiddetti teologi, che mettevano in discussione l’autorità del magistero in campo morale. E tale lettera non è stata mai smentita dai firmatari.

È il magistero parallelo che ha remato contro il papato (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) responsabile di questa débâcle. Lo stesso magistero che cancella l’insegnamento di Papa Francesco per ridurlo a macchietta folcloristica, e che non sa comunicare quanto è in continuità col magistero di sempre.
Vescovi e teologi che sposano la tesi della «ermeneutica della discontinuità» anche nei confronti di questo Papa, sperando così di mantenere l’accesso ai posti di potere e la visibilità sui mass-media.

C’è però un popolo che sa riconoscere la verità, che ama ancora il Papa e la Chiesa Cattolica, e ha solo bisogno di uomini che sappiano andare «controcorrente», come ha gridato domenica 23 giugno il Papa all’Angelus. C’è un popolo che ha bisogno di mass-media non asserviti al potere, che abbiano il coraggio di essere strumenti e voce della fedeltà alla Chiesa, che la smettano di concepirsi come prime donne orgogliose e vanitose, suscettibili nei confronti di ogni spirito critico, che non escludano collaborazioni perché non ne hanno l’esclusiva (salvo poi dare spazio a chi scrive impunemente su Avvenire, Famiglia Cristiana, la Stampa, Repubblica con una ortodossia assai discutibile).

Credo che bisogna dare voce e strumenti a questo progetto di aggregazione di autentici cattolici, al servizio della Chiesa, con una unità non uniforme e non gelosa. E credo che questo avrà anche ascoltatori, perché delle interpretazioni mondane siamo tutti un po’ stufi. Ad eccezione di coloro che  da questa situazione pensano di ricavarne lustro e prebende (che il mondo rilascia con generosità ai traditori, finché rimangono come «utili idioti»).

* Responsabile di CulturaCattolica.it
gabriele.mangiarotti@culturacattolica.it


26
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Gli attentati di Bruxelles, oltre a provocare decine di vittime, hanno risvegliato la paura in un'Europa sotto attacco, sin dentro la sua capitale. L'attacco, avvenuto proprio nel mezzo di un periodo di massima allerta, rivela anche quanto siano fragili le nostre difese, militari e morali.

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