Una legge elettorale per favorire i partiti, non gli elettori
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di Robi Ronza20-05-2017 AA+A++

Per meglio capire le ragioni della battaglia infinita per la legge elettorale, in corso a Roma ormai da settimane, occorre andare oltre la valanga di dettagli sotto cui giornali e telegiornali seppelliscono ogni giorno la sostanza delle cose. E’ sorprendente, ma anche significativo, che tutte le forze politiche siano d’accordo sull’idea che si debbano trovare modi per deformare l’esito della volontà democraticamente espressa dagli elettori dando la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento a partiti o coalizioni di partiti che abbiano ottenuto  anche solo la maggioranza relativa dei voti popolari. Il dissenso scoppia poi sui modi di questo “premio di maggioranza”, ma non sul premio di maggioranza in sé. 

Ormai ci hanno abituato a pensare che la cosa sia normale, ma in realtà non lo è affatto. E quando la consapevolezza del valore della democrazia riconquistata era molto più viva di adesso, il tentativo di De Gasperi di introdurre nel 1953 un meccanismo analogo venne bollato come “legge truffa” e provocò la fine della sua carriera politica. E questo benché la “legge truffa” prevedesse un premio di maggioranza ben meno consistente di quelli che oggi si ventilano: alla lista o al gruppo di liste per le elezioni alla Camera, che avesse ottenuto più del 50 per cento dei voti validi degli elettori, stabiliva infatti venisse assegnato il 65 per cento dei seggi. Dopo decenni di instabilità e di inconcludenza dei governi, oggi invece la domanda di solidità e di stabilità del potere esecutivo è tanto forte che tutti o quasi sono disposti senza batter ciglio a fare sacrifici anche in tema di democrazia. 

Il difetto cui si vuole così porre rimedio è una specifica conseguenza del sistema parlamentare puro che caratterizza le nostre istituzioni. Varrebbe invece la pena, prima di accettare sacrifici del genere, di verificare se non ci siano a portata di mano delle migliori alternative. In un sistema parlamentare puro come il nostro il popolo elegge il Parlamento, e questo elegge poi il governo, che dura in carica fino a quando perdura in Parlamento la maggioranza che gli ha dato la fiducia. E’ un meccanismo che funziona se ci sono maggioranze parlamentari forti e stabili che in realtà oggi non esistono più. In Italia, come ormai anche in tanti altri Paesi, la società è instabile e molto frammentata: perciò gli elettori eleggono Parlamenti che di tale instabilità e frammentazione tendono a essere un riflesso. Bene così, essendo giusto che il Parlamento sia una rappresentanza quanto più precisa possibile del Paese, della sua società e della sua economia.

Il guaio è che da noi (non negli Stati Uniti, non in Francia e così via) al Parlamento si dà anche il compito di nominare e di revocare il governo. Ne conseguono governi deboli e instabili, il che è sempre meno sopportabile nel tempo in cui viviamo. La soluzione più democratica del problema sarebbe quella – modificando in tal senso la Costituzione - di far eleggere il capo del governo direttamente dal popolo, dandogli così la possibilità di negoziare da una posizione solida con un Parlamento sia pure instabile e frammentato per i motivi che si dicevano. I partiti non hanno invece voluto che si imboccasse questa strada, che avrebbe portato a una riduzione del loro potere, preferendo la via, assai meno democratica, delle leggi elettorali con il premio di maggioranza. E come se non bastasse sono in pratica tutti d’accordo nel negare agli elettori il voto di preferenza, ovvero la possibilità di scegliere tra diversi candidati chi mandare in Parlamento. I motivi addotti sono nobili, ma la realtà è quella di mettersi al riparo dal rischio dell’entrata inattesa nelle Camere di leader locali non pre-selezionati dalle loro segreterie centrali. 

Le conseguenze negative di tale scelta sono due: da un lato le Camere finiscono per non essere più organismi di effettiva rappresentanza democratica del popolo, e dall’altro attorno alle leggi elettorali la lotta è continua. Ogni partito  e ogni coalizione che ne hanno la forza tendono  non appena possono a rifare la legge elettorale in senso a loro favorevole. E questo è ciò che sta accadendo anche adesso. Qualunque poi sia la legge elettorale cui si arriverà questa volta, si può stare poi certi che alla stessa pantomima si dovrà assistere verso la fine di ogni legislatura, ovvero all’avvicinarsi di ogni eventuale scioglimento anticipato delle Camere. Da tutti i punti di vista in fin dei conti costerebbe meno una riforma costituzionale che tra l’altro introducesse l’elezione popolare diretta del capo del governo, magari con un sistema a doppio turno simile a quello francese; e quindi il suo potere di nomina e di revoca dei ministri. 


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