Una marocchina a Montecitorio un caso montato
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di Robi Ronza21-03-2017 AA+A++

Così come praticamente quasi tutti i giornali e i telegiornali l’hanno raccontato, il  recente episodio della giovane marocchina Ihlam Mounssif è la storia a lieto fine di un sopruso cui è stato posto solenne rimedio. A Ihlam, si è detto, non era stato consentito di entrare alla Camera “perché non italiana” oppure “perché marocchina”. La stessa presidente della Camera, Laura Boldrini, ha allora riaccolto la giovane donna, che ha vent’anni e vive in Sardegna da quando ne aveva due, accompagnandola di persona a visitare il palazzo. Mounssif è cittadina marocchina ma, ha sentenziato al riguardo la presidente della Camera, “è italiana quanto noi”.

Molto commovente, però nella sostanza molto falso.  Vediamo allora innanzitutto come sono andate realmente le cose. Neo-laureata in scienze politiche di ottimo profitto recatasi a Roma a ricevere un premio proprio alla Camera, Ilham, desiderando poi visitare il palazzo, si è presentata all’ingresso riservato ai visitatori. A norma però dei regolamenti in vigore, mentre per i cittadini italiani e degli altri Paesi dell’area Schengen l’ingresso è consentito dietro semplice presentazione di un documento di identità, per tutti gli altri occorre un particolare accredito che l’interessato deve chiedere all’ambasciata a Roma dello Stato di cui è cittadino. Perciò a Ilham è stato detto che appunto avrebbe dovuto recarsi all’ambasciata del Marocco per richiedere il documento prescritto. La norma è di validità generale: se la giovane donna fosse stata cittadina degli Usa o di qualunque altro Paese non aderente al trattato di Schengen sarebbe accaduto lo stesso. Che poi lei, essendo vissuta in Italia dalla primissima infanzia, si senta molto italiana non significa nulla. La cittadinanza è una realtà giuridica, non un sentimento soggettivo. Nel nostro Paese ci sono famiglie residenti che conservano la cittadinanza straniera anche da generazioni, e viceversa ci sono all’estero famiglie italiane che conservano da generazioni la cittadinanza del nostro Paese. Se poi Ilham, laureata (e quindi, si deve presumere, non sprovveduta), non ha mai chiesto la cittadinanza italiana, avrà pure avuto i suoi motivi.

Male informata malgrado i suoi ottimi studi, a quanto pare Ilham Mounssif nel vedersi rifiutare l’ingresso immediato a Montecitorio ci è però rimasta male. E soprattutto chi fa campagna per l’estensione automatica della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati residenti ha colto al volo l’occasione. In primis la presidente della Camera che di questa idea astratta e molto paternalistica è la più nota sostenitrice. 

Lasciando adesso Ilham Mounssif a godersi il suo quarto d’ora di celebrità veniamo non al fatto, ma alla sua strumentalizzazione. Se si scorrono le cronache che i giornali hanno dedicato all’episodio ci si imbatte nella consueta girandola di equivoci e di luoghi comuni che purtroppo è ormai di rigore in questi casi. Andando al fondo della questione c’è in primo luogo quell’ossessivo rifiuto della diversità che è la chiave di volta dell’odierno progressismo. Qui tale pretesa riguarda la cittadinanza, ma come si sa la sua applicazione è universale. Dà fastidio l’idea che qualcuno possa essere insediato nel Paese senza tuttavia averne la cittadinanza, ovvero ci si immagina che lo straniero residente in Italia muoia dalla voglia di averla. Non è detto, e soprattutto non è affatto un obbligo morale né per lo straniero residente chiederla né per lo Stato concederla. 

In secondo luogo, innanzitutto per rispetto della storia personale e dei sentimenti dei diretti interessati, non è giusto né opportuno legare  la nascita o gli studi in Italia, oppure la permanenza in Italia dai primi anni di vita a una concessione automatica o specificamente facilitata della cittadinanza italiana. Malgrado tutte queste circostanze uno può avere soggettivamente tutti i motivi per conservare la sua cittadinanza originaria. Ovvero essere così poco integrato nella società italiana da non averne titolo oggettivamente. In Svizzera, dove gli stranieri domiciliati o residenti sono oltre il 20% degli abitanti (da noi sono l’8,3%), è il consiglio comunale del Comune in cui lo straniero vive che vota sulla domanda di cittadinanza tenendo conto dell’avvenuta integrazione o meno del candidato. E’ un criterio molto realistico e anche molto democratico che meriterebbe di essere preso ad esempio. 


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