Vietnam, persecuzione dietro una facciata di tolleranza
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di Stefano Magni12-02-2016 AA+A++

Il Vietnam ha firmato l’anno scorso il Trattato Trans-Pacifico di libero scambio, che permette al paese comunista di commerciare liberamente ed entrare maggiormente in contatto con paesi liberi e democratici d’Asia e America. Nel 2013, il regime ha riformato la sua Costituzione, garantendo più libertà al suo popolo. Da quest’anno è entrata in vigore una nuova legge sulla libertà di culto che, stando alle parole dei suoi promotori, dovrebbe adeguare la legge locale alla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. Tutto questo esiste solo sulla carta. Al suo interno, nella realtà, il regime comunista vietnamita pratica ancora una repressione capillare di cristiani e buddisti. E con la nuova legge sulla religione, sarà molto probabilmente ancora peggio.

A denunciarlo è l’Associazione per la Difesa della Libertà Religiosa, un’organizzazione dissidente formata da attivisti della società civile, promossa da un gruppo di coraggiosi cattolici del Vietnam settentrionale (nel luogo di nascita dell’attuale regime, dunque). Secondo un rapporto dettagliato pubblicato dall’Associazione la scorsa settimana, fra il 2014 e il 2015, il governo vietnamita ha commesso almeno 100 abusi contro la libertà di culto, fra violenze contro fedeli e religiosi, espropriazioni, danneggiamenti di chiese e templi, arresti e maltrattamenti. Durante il primo anno preso in considerazione vi sono stati 11 episodi nel primo trimestre, 14 nel secondo, altri 14 nel terzo e 11 nel quarto. Lo scorso anno le autorità governative hanno commesso un totale di 50 violazioni. La comunità più perseguitata è ancora quella dei Montagnards, gli abitanti degli altipiani centrali. Negli anni ’60 si schierarono compatti contro il regime comunista e ora sono collettivamente considerati come “collaborazionisti” del vecchio regime del Sud e degli americani. La comunità è quasi interamente cristiana. Il pretesto per la persecuzione, attualmente, è quello di considerare i culti del Montagnards delle forme di cristianesimo “deviate” e “non autorizzate”. Secondo il rapporto di Human Rights Watch, da gennaio, il regime di Hanoi ha lanciato una campagna repressiva, mettendo sotto stretta sorveglianza pastori, preti e leader delle comunità locali. Centinaia sono fuggiti in Cambogia, ma 54 sono stati riconsegnati al Vietnam e ad altri 118 è stato negato lo status di rifugiato.

La forma di pressione più frequente è comunque il sequestro delle terre. Come in Cina e negli altri regimi comunisti, anche in Vietnam non esiste un vero diritto di proprietà sulla terra, per cui i leader locali del Partito possono sequestrarla e usarla per altri programmi governativi, risarcendo i contadini con somme spesso insufficienti. Il sequestro delle terre è molto spesso legato anche alla persecuzione religiosa. Nel 2015 minacce, spoliazioni e abusi hanno riguardato la comunità dei redentoristi, che hanno perso la proprietà del lago di Ba Giang, nel convento di Thai Ha; e ancora, il convento benedettino di Thiên An, nei pressi di Hue; la Congregazione delle suore Amanti della santa Croce di Thu Thiêm, nella ex Saigon. Le espropriazioni hanno riguardato anche la comunità buddista, come avvenuto nel caso della pagoda Liên Tri. Già a gennaio, la piccola chiesa domestica di Dak Jak, a Kontum, negli altipiani centrali del Vietnam, è entrata nel mirino delle autorità. Il 7 gennaio scorso l'amministrazione locale ha emanato un ordine di espulsione nei confronti del parroco Dominic Tran Van Vu, e la demolizione della chiesa costruita dai fedeli. Si tratta di un edificio provvisorio, ma ormai storico: venne realizzato nel 1965, primo anno di intervento americano in Vietnam, con materiali di fortuna e con una struttura improvvisata, per l'estrema povertà della popolazione locale e le dure persecuzioni delle autorità comuniste. A gennaio migliaia di cattolici hanno organizzato manifestazioni e proteste di piazza, rivendicando il diritto alla libertà religiosa e la difesa del luogo di culto.

A marzo, ad essere contesa è stata una piccola e remota parrocchia della diocesi di Vinh, nella provincia di Ngh? An, nel nord del Vietnam. Le autorità locali vogliono abbattere la chiesa e trasferire la locale popolazione cattolica, per costruire un nuovo porto. La grande maggioranza dei cattolici locali, obbedendo agli ordini del governo, ha lasciato la zona e ricostruito la comunità altrove. Tuttavia, un gruppo di parrocchiani (almeno 150 persone) resiste e rifiuta il trasferimento. Contro di loro le autorità e i vertici governativi hanno promosso una campagna di intimidazioni sempre più pesante. La pressione è giunta fino all’esclusione, a settembre 2014, dei bambini delle famiglie cattoliche dalle scuole della zona. La tensione è cresciuta fino al raid punitivo della polizia del 17 marzo, che ha provocato diversi feriti.

Con la nuova legge sulla religione, approvata dal Parlamento (mono-partitico) di Hanoi, le cose potrebbero addirittura peggiorare. La nuova normativa è infatti piena di condizionamenti sulla registrazione dei luoghi di culto, sul personale, sulle attività, sulle destinazioni del personale, sui programmi (che devono essere presentati un anno prima per la loro approvazione), tanto da rendere impossibile ogni azione. P. Anton Thanh Le Ngoc, redentorista, e religiosi di cinque istituti, secondo quanto riferisce l’agenzia missionaria Asia News, definiscono la bozza “un passo indietro perfino sui Regolamenti su fedi e religioni del 2004. La nuova legge crea procedure farraginose, meccanismi soffocanti, una serie di vincoli tali da rendere impossibile ogni attività religiosa”. Da parte cattolica, il vescovo di Kontum, mons. Michael Hoang Duc Oanh, ha scritto una lettera al presidente dell’Assemblea nazionale, giudicando la bozza della nuova legge come “una violazione al diritto della libertà religiosa, che va contro la Dichiarazione universale sui diritti umani e la Costituzione della repubblica socialista del Vietnam”. Essa dimostra pure lo scopo del governo a “interferire in profondità negli affari religiosi”, attuando politiche di controllo che “incoraggiano la corruzione e danno luogo ad abusi da parte delle autorità locali”.


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