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Bimbo morto nella sporta, il paradosso della legge

Rischia l'ergastolo la donna di Terni che ha partorito in segreto e abbandonato fino a farlo morire il figlio appena nato. Eppure, se avesse abortito non le sarebbe accaduto nulla dal punto di vista penale. Così come nessuno ha informato quella donna che avrebbe potuto partorire anonimamente e persino accedere a una delle tante culle per la vita presenti in Italia. Una tragedia figlia dell'ignoranza, ma anche della scarsità di informazioni istituzionali e culturali. 

Il caso è noto: oramai una settimana fa, nella serata di giovedì 2 agosto, un neonato veniva rinvenuto a Terni, nei pressi di un supermercato, chiuso in un sacchetto di plastica e oramai morto. Le varie testate online, in quelle prime ore dal fatto, lanciavano titoli sgomenti, a sottolineare l’evidente gravità dell’accaduto.

Con il passare delle ore, la matassa della vicenda si è dipanata in maniera piuttosto rapida: è stata individuata la madre, una donna del posto di 27 anni che ha già una bambina di due anni e che pare aver agito nel segreto, la quale ha confessato di aver partorito nella mattinata di giovedì e di aver poi abbandonato il bambino ancora vivo, «nella speranza – ha dichiarato – che qualcuno lo vedesse e lo salvasse», in quanto lei non era in grado di provvedere economicamente al sostentamento di un altro figlio.

Dopo cinque giorni di indagini, tuttavia, l’iniziale accusa di infanticidio in condizioni di abbandono, ha lasciato spazio a un’ipotesi ancora più grave, quella di omicidio volontario aggravato, che potrebbe comportare per la donna la pena dell’ergastolo.

Questi dunque i fatti, che impongono almeno due riflessioni, su piani differenti.

Da un lato, la constatazione del paradosso per cui se la madre avesse deciso di abortire quando era ancora incinta, ora non rischierebbe l’ergastolo: suo figlio sarebbe legalmente finito tra i “rifiuti speciali ospedalieri” e la cosa non avrebbe fatto, purtroppo, alcuna notizia. Il che tradotto significa che – per la legislazione italiana, ma non solo – la vita di un essere umano nel grembo materno, al di là dell’epoca gestazionale, vale infinitamente meno (per non dire che non vale “nulla”) della vita di un essere umano appena nato. Su quale criterio si basa questa distinzione? La scienza forse non afferma che fin dal concepimento si è di fronte a un nuovo essere umano, unico e irripetibile? Il fatto è che, anche grazie a leggi ingiuste che determinano nella società un “minimo etico” e all’uso della neolingua che edulcora i termini e alterano la visione del mondo, diventa sempre più difficile rendersi conto delle logiche di matrice eugenetica in cui siamo immersi, e quindi combatterle.

Una seconda riflessione, invece, interessa il piano della prevenzione al succedersi di fenomeni simili. Una prevenzione che si esercita per mezzo di una corretta informazione a sostegno della vita nascente, altro grande tabù dei tempi moderni. Perché, per esempio, nessuno ha detto a quella mamma di Terni che in Italia – secondo il DPR 396/2000, art. 30 – è possibile partorire in anonimato il proprio bambino in ospedale, garantendogli così una corretta assistenza e la tutela giuridica? E, ancora, come sarebbero andate le cose se la mamma di Terni avesse saputo dell’esistenza di almeno quattro Culle per la Vita (qui una sintesi dei circa cinquanta luoghi in cui sono presenti), dislocate a neanche 100 Km dal luogo dove ha abbandonato il suo bambino?

Le Culle per la Vita, inizialmente denominate Cassonetti per la Vita, sono frutto di una felice intuizione avuta nel 1992 dal fondatore del Movimento per la Vita di Casale Monferrato, il compianto dottor Giuseppe Garrone. Si tratta di una riproposizione moderna della medievale Ruota degli esposti, comparsa alla fine del XII secolo in Francia, per poi diffondersi anche in Italia (la prima fu presso l’ospedale di Santo Spirito in Sassia, a Roma): questo sistema permetteva la consegna in anonimato del neonato che la madre pensava di non essere in grado di mantenere, semplicemente adagiandolo in un cilindro di legno rotante posto nel vano di una finestra e suonando un campanello affinché l’addetto potesse prontamente accogliere il bambino. Questo sistema, fino alla soppressione ufficiale nel 1923, conobbe una diffusione cospicua – si parla di circa 1.2000 Ruote degli esposti – e capillare in tutto il Bel paese, salvando migliaia di bambini, come è evidente se solo si pensa alla diffusione di cognomi quali Esposito, Esposto, Degl’Innocenti, Trovato, Amato, etc. che venivano dati ai bambini trovatelli, così come al rapido diffondersi nel gergo comune, purtroppo in senso dispregiativo, della parola “mignotta”, che altro non è che l’abbreviazione di “madre (m.) ignota”.

Ancora oggi, dunque, le Culle per la Vita garantiscono l’anonimato alle donne che non ritengono di tenere con sé il bambino che hanno dato alla luce, oltre a presentare caratteristiche tecnologiche atte a salvaguardare il benessere fisico del neonato, tra le quali il riscaldamento, una chiusura in sicurezza della botola, il presidio di controllo 24 ore su 24 e una rete con il servizio di soccorso medico.

Concludendo, quindi, si può dire che il neonato di Terni, con i suoi pochi minuti di vita, ha reso un servizio all’Italia, o almeno a quella parte di popolazione che ancora è in grado di leggere in maniera critica la realtà: ha mostrato come l’eterna lotta tra la vita e la morte potrebbe risolversi in maniera positiva solo se, a livello di società e di singoli, si scegliesse di investire nella giusta direzione, coltivando la speranza nel futuro.

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