• LA CAMPAGNA

Brasile, l'abortificio usa Francesco come testimonial

L'esortazione Misericordia et Misera viene manipolata per invogliare le donne ad abortire usando la figura del Pontefice come testimonial. Succede in Brasile dove un abortificio del Planned Parenthood ha lanciato una campagna sul "perdono papale". Corredata da un articolo dell'Huffington Post Brazil falso. Il solito meccanismo di strumentalizzazione mediatica, su cui però è bene che le autorità pontificie riflettano, per accompagnare con precisazioni e chiarimenti quelle che in pasto all'opinione pubblica potrebbero diventare manipolazioni. 

 

-DAL PERDONO NASCE LA CHIESA. DI MATTONI di Francesco Leone Grotti

L’Anis- Istituto di Bioetica è un’organizzazione brasiliana abortista affiliata alla rete di Planned Parenthood, il più grande abortificio al mondo. L’Anis ha lanciato su Facebook, Twitter e Whatsapp una campagna pro-aborto che sicuramente sta facendo molto parlare di sé. Quei creativi dell’Anis hanno pensato bene di prendere l’immagine di una Papa Francesco sorridente e a lato hanno vergato questa frase: “Donne che abortiscono: sono migliaia in Brasile. Tutte perdonate da papa Francesco”.

Il riferimento è al recente documento firmato dal PonteficeMisericordia et misera” in cui al punto 12 viene concessa ad ogni sacerdote la possibilità di assolvere dal peccato di aborto. L’antropologa Débora Diniz ha affermato sull’Huffington Post, a commento del banner di cui sopra, “non c’è più scomunica per la donna che abortisce, c’è perdono, dice papa Francesco”.

Ma questo è falso. Infatti rimane ancora valida la sanzione della scomunica per la donna che ha abortito e per chi ha collaborato direttamente all’aborto. L’aborto è un peccato gravissimo che, oltre alla penitenza comminata dal confessore, merita ipso facto anche la pena della scomunica. Il perdono della Chiesa amministrato per tramite del confessore toglie il peccato, ma non la scomunica. Ad oggi non è ancora chiaro, dopo Misericordia et misera, chi può rimettere la scomunica, se l’Ordinario del luogo, un suo delegato o un qualsiasi vescovo ma solo nell’atto della confessione sacramentale così come prevede il Codice di diritto canonico (can. 1355 § 2) oppure il sacerdote medesimo. Però rimane il fatto che la donna che ha abortito è ancor oggi scomunicata.

La Diniz aggiunge che “ora il peccato di aborto può essere perdonato”, rivoluzionando la disciplina indicata dal Codice di diritto canonico secondo il quale “l’aborto è […] un grave peccato senza perdono”. Pura fantasia: il peccato di aborto poteva essere perdonato anche prima della pubblicazione del documento del Pontefice, così come chiaramente indicato anche dal Codice di diritto canonico.  Inoltre per l’antropologa i cattolici d’ora in poi non dovrebbero “minacciare la donna con le pene dell’inferno”. Ma ahinoi l’inferno non è una pena scelta dai cattolici, bensì da Dio stesso per i peccati gravissimi compiuti liberamente e con pieno consenso. L’aborto rientra a pieno titolo tra questi. Che la Diniz se la prenda con l’Altissimo.

L’antropologa poi insiste negli errori marchiani e chiede che i confessori “si astengano dal castigare” e scelgano un “perdono incondizionato”. In breve la Diniz pare proprio che voglia coprire con il manto dell’amnistia l’omicidio prenatale. Ma così non può essere. Ogni peccato merita un castigo, sia per un fine retributivo sia per far recuperare al peccatore quella quota di umanità che ha perso peccando, e il perdono poi non può essere incondizionato ma necessita da parte del penitente il sincero dolore per i peccati commessi e il fermo proposito di non commetterne altri.

La Diniz puoi conclude dicendo che “il prossimo passo sarà che il nostro ordinamento giuridico si ispiri a Papa Francesco e dunque consideri l’aborto un crimine senza pena”, dato che per la legge brasiliana l’accesso all’aborto legale non è sempre consentito.

Torniamo al banner in cui l’Anis ha arruolato Papa Francesco come testimonial dell’aborto. Il messaggio è adamantino, è un chiaro invito ad abortire dato che ormai anche il Papa ha cancellato con un colpo di spugna l’aborto dalla lista dei peccati gravi. Spiace contraddire, ma Francesco proprio in Misericordia et misera esprime un parere leggermente contrario: “Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente”.

A chiudere un paio di riflessioni. La maggior parte dei giornalisti, esperti e commentatori marcia per tesi precostituite e da avvalorare in ogni modo. Questo comporta che le tesi di segno opposto vengono osteggiate o ignorate e che si usa strumentalmente parole e atti del proprio avversario, selezionando ciò che è utile per la causa da ciò che sarebbe dannoso. Da qui una domanda: sarebbe opportuno che tali nuove direttive pontificie più inclini all’accoglienza del peccatore fossero accompagnate da precisazioni da parte delle autorità competenti al fine che l’opinione pubblica non cada nell’errore di credere che, ad esempio, ammazzare il figlio che si porta in grembo è questione bagatellare? Sì, sarebbe decisione meritoria, ma assolutamente inutile, proprio perché, come detto sopra, simili precisazioni sarebbero ignorate. In breve si prende ciò che più aggrada dalle parole del Papa, lo si torce ai propri scopi e sul resto cala il silenzio, nella consapevolezza poi che se i media semplificano, il lettore a sua volta diluisce ancor più la brodaglia cucinata dai giornali, Tv e internet. E’ la teoria del pollaio: una gallina ha perso una piuma e, a furia di raccontare questa storia nel pollaio, la gallina risulta essere morta. Il Papa apre ad una prassi più agevole per perdonare il peccato d’aborto, ergo tutti i polli del pollaio credono che l’aborto non sia più peccato.

E’ proprio perché la Chiesa da sempre è stata cosciente che il suo messaggio poteva essere manipolato e che la percezione collettiva – così facilmente pilotabile – è fattore da tenere in massimo conto che aveva previsto un iter più elaborato per arrivare all’assoluzione della donna che aveva abortito. In tal modo non solo la donna era messa nella condizione di prendere coscienza della gravità del proprio gesto, ma anche l’intera collettività. Inoltre, come accennato, una pena con procedura più articolata e meno snella aiutava la donna ad espiare meglio questa colpa gravissima.