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Candidati "inadatti" in un dibattito "disgustoso"

Un dibattito "disgustoso", quello di domenica, fra i candidati Usa. Una Clinton visibilmente in imbarazzo per un passato pieno di errori. Un Trump che non ha ancora capito che potrebbe andare a governare e nel frattempo ha dimenticato le promesse fatte ai conservatori su vita e famiglia.

Hillary Clinton e Donald Trump

Ghastly, “disgustante”, e unfit, “inadatto”, sono le parole che più ricorrono dopo il secondo duello televisivo tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, svoltosi domenica sera alla Washington University di St. Louis, nel Missouri. Donald J. Trump e Hillary Clinton sono assolutamente pari.

Trump è un uomo di bassezze immense, e il video diffuso venerdì 7 ottobre da The Washington Post, in cui il magnate si vanta delle proprie esuberanze come fosse su Lando (il fumetto “per adulti” che spopolava negli anni 1970), è solo l’ennesimo esempio: dal tempismo sospetto (tra l’altro è un “fuori onda” di 11 anni fa), ma non di meno squalificante. E Hillary è irricevibile: vive di scandali, ha sempre manovrato in modo da uscire indenne e la calcolata difesa del marito Bill, che sul sesso è identico a Trump (e che alcune sue vittime accusano persino di stupro), ha del perverso. La cosa più impressionante, però, è che di questo, solo di questo si parla. Perché il resto del confronto è stato soltanto uno scambio di accuse direttamente proporzionali alle debolezze dei due candidati e alla loro foga di nasconderne la polvere sotto il tappeto.

La Clinton cammina infatti sulle uova cercando di difendere l’imbarazzante eredità dell’Amministrazione retta da Barack Obama, di cui lei è stata magna pars, ma al contempo provando a smarcarsi dal suo peso tombale: la politica estera fallimentare e quella riforma sanitaria (l’Affordable Care Act popolarmente noto come “Obamacare”) definita persino da Bill Clinton «la cosa più folle del mondo». Ma ancora più ripugnante è che questo minuetto sia il frutto di un accordo tra Hillary e Obama che “si sacrifica” per tirarle la volata. La staffetta tra i due è dunque un disegno politico preciso, non una maldicenza degli avversari.

Invece Trump non ha ancora capito la differenza tra il governo e l’opposizione. La sua fortuna è che tutte le accuse rivolte a Obama e a Hillary sono vere, motivo per cui, seppur malconcio, non è ancora al tappeto. La ricreazione però è finita e Trump non ha sentito la campanella. Per guadagnare voti deve dettagliare e non solo annunciare l’alternativa. Ha promesso che se sarà presidente avvierà un’inchiesta sulle famose migliaia di e-mail di governo sottratte da Hillary alla giustizia, ma è il suo unico argomento. Eppure, oltre che rinfacciarle di averne distrutte a bizzeffe dopo essere stata citata in giudizio dall’FBI, potrebbe facilmente contestarle il modo gravemente gratuito con cui il Bureau alla fine l’ha prosciolta e molte altre inquietanti concessioni. Perché non lo fa? Perché Trump non contesta punto su punto a Hillary anche il colossale conflitto d’interesse della Clinton Foundation mediante la quale l’allora Segretario di Stato si è documentatamente posta al centro di un giro vorticoso di milioni e milioni di dollari, inquietanti donazioni da faccendieri e governi esteri, interessi privati in atti di governo, turbative della politica estere americana e forse persino quelli che la magistratura potrebbe anche giudicare illeciti?

Nell’amaro silenzio generalizzato dei media, l’unica risposta è che il “re del mattone” pare un ammazzasette ma è un fanfarone. Domenica sera, la penultima domanda dei due moderatori ? la giornalista di ABC Martha Raddatz e il popolare Anderson Cooper della CNN (tra l’altro dichiaratamente gay e giudicato dalla rivista “di settore” Out il quarto più potente del mondo nel 2016) ? ha servito ai due un assist da manuale per galvanizzare i fan e convincere gl’indecisi. Indeciso, infatti, non è chi ancora non sa come votare, ma chi ancora non ha sentito il candidato che voterebbero dire la parola magica che lo confermerebbe. Hillary non aspettava altro e spavalda ha detto che la sua eventuale presidenza nominerebbe alla Corte Suprema giudici abortisti e pro LGBT. Trump, che non avrebbe dovuto aspettare altro, ha scelto il messaggio trasversale, dicendo che la sua eventuale presidenza sceglierebbe giudici difensori della Costituzione in continuità con il defunto Antonin G. Scalia (1936-2016). Non ha cioè detto “aborto”, non ha detto “gender”, non ha ribadito il patto con i conservatori. Ghastly e unfit, entrambi.

I conservatori e la Destra cristiana sono imbarazzati. Parecchi si sono già alzati dal tavolo di Trump. Nessuno ha mai pensato che il magnate fosse quello che non è, però molti hanno pensato che si può sempre cambiare e che «Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!» (come dice la Lucia manzoniana). Ma Trump mostra di non avere la stoffa nemmeno dello splendido perdente. Chi dal suo tavolo ancora non si è alzato spera adesso che un vero miracolo possa portare al vertice del Paese quel mondo cui Trump non appartiene ma che in qualche modo ha avuto la sfacciataggine di convocare. Magari sognando, come ha scritto nientemeno che The Wall Street Journal, in un ritiro post-elezioni del tycoon in favore del vice Mike Pence (da cui tra l’altro il milionario domenica sera ha preso le distanze).

«Dopo questa campagna disgustante [ghastly] […] ai conservatori rimane una sola via ?quella verso l’alto. L’8 novembre la distruzione, intellettuale e forse politica, sarà troppo grande perché si possa semplicemente ricostruire, rinnovare, ricostituire o restaurare. Sarà il tempo di ri-fare tutto. Usciti dal naufragio di Trump e del trumpismo, sarà necessario costruire daccapo. Ovviamente useremo i materiali a portata di mano, molti dei quali sono materiali ottimi. Certamente dovremo imparare dal passato: dal passato americano e dal passato conservatore. Ma non potremo tornare indietro. Dopo il 2016 avremo bisogno di un nuovo inizio». Lo ha scritto William Kristol sul giornale che dirige, The Weekly Standard, del 10 ottobre. Impeccabile.