• ROBIN WILLIAMS

Caro capitano, a fuggire non è l'attimo ma il giorno

Chissà se Robin Williams conosceva il vero significato dell'espressione "carpe diem". L'Attimo fuggente gli aveva dato quella notorietà iscrivendolo nell'Olimpo, ma a fuggire nell'ode oraziana non era l'attimo, ma la nostra età, il tempo che ci è concesso di vivere mentre siamo intenti a fare tutt'altro.

Robin Williams

Chissà se Robin Williams conosceva il vero significato che si cela dietro l'abusata espressione "carpe diem". L'Attimo fuggente gli aveva dato quella notorietà iscrivendolo nell'Olimpo, ma a fuggire nell'ode oraziana non era l'attimo, ma la nostra età, il tempo che ci è concesso di vivere mentre siamo intenti a fare tutt'altro. Williams aveva interpretato magistralmente la parte del professore-capitano, diventando un'icona di libertà, di coraggio, di impegno, di tutti quei valori che la nostra mentalità consumistica ha triturato a suo uso e consumo stravolgendone il significato. E forse ne era diventato anch'egli vittima. Il suo cuore aveva qualche cosa di non detto che si è infranto tra le pareti di una villa californiana nel silenzio dei suoi fantasmi. 

Parlare di attimo fuggente oggi risulta tanto anacronistico quanto sviante e inutile. Orazio invitava a gustare il giorno, a coglierlo nella sua intima e disarmante bellezza. Come quando si mangia una ciliegia: la si coglie, la si gusta nella sua effimera e minuscola perfezione. Una sola ciliegia basta per racchiudere il concetto, non serve mangiarne dei canestri interi. Allo stesso modo è la nostra vita, che si dipana giorno dopo giorno mentre viviamo solo il presente. Orazio questo lo sapeva, ma lo sapeva da porcu de grege Epicuri, perché non aveva avuto la possibilità di un Incontro che gli mostrasse di più. 

Se ci pensiamo, il concetto espresso dal "carpe diem" è lo stesso che Matteo ha scolpito nel suo capitolo sesto, quello della Provvidenza di Dio. In quel «non affannatevi per il domani, a ciascun giorno basta la sua pena» c'è la spiegazione di quell'intuizione precristiana, per dirla con Simone Weil, che Orazio aveva cercato di esprimere mentre rassicurava l'amica Leoconoe. La quale, mutatis mutandis, è oggi la nostra amica che legge l'oroscopo alla mattina mentre si prepara la colazione, siamo noi che speriamo di affidare ad altri il nostro destino. Eppure nella straordinaria carriera di Robin Williams, sembra essere mancata quella consapevolezza. Di quel film si ricorda solo la scena finale, quando gli studenti salutano il professore ormai alla porta salendo sul banco. Ma quella scena era figlia di una tragedia indicibile: il suicidio del giovane Neil dopo uno straordinario successo teatrale. La contrarietà del padre, la ferma volontà del giovane di andare in scena. E l'umiliazione di vedersi sottratta la gloria per quel debutto. 

É una dinamica che tutti gli adolescenti hanno vissuto. Perché se tuo padre è contrario alle tue aspirazioni hai due strade: o ti ribelli o accetti la croce, con obbedienza. La croce oggi non la vuole nessuno, così in quella ribellione si era vista una scorciatoia liberatoria e stoica. Ma se ti ribelli togliendoti la vita hai tolto a quel giorno l'anima, hai disperato nel futuro, quel futuro che a noi non è dato conoscere. Anzi, come dice Orazio, non è concesso conoscere (nefas) perché il "carpe diem" è nient'altro che un inno alla gaudente finitezza dell'umano.

Chissà se Williams era stato mai capace di cogliere il giorno dei suoi successi e gustarli come una ciliegia o se invece la malattia terribile che lo ha divorato facendolo sprofondare nell'alcool lo ricacciava indietro a temptaris numeros, a consultare gli astri, ad affidare alla cabala, alle circostanze, alle droghe, ai palliativi consolatori postmoderni i suoi giorni tristi quando non c'era nessuno ad alzarsi per lui chiamandolo «capitano, mio capitano». Anche lui così ha tolto al suo giorno l'anima, il midollo della vita, che la setta dei poeti estinti nel film cercava, estraniandosi dalla realtà, nel bosco. Quando semmai, bastava cercarla nel seme di quella ciliegia.