• SCIENZA E FEDE

C'è acqua su Cerere, il pianetino scoperto da don Piazzi

C'è acqua sulla superficie del pianeta nano Cerere. Mentre è ancora improbabile che vi si trovi la vita, iniziamo col ricordare quando fu scoperto e da chi: nel 1801, da un sacerdote. Si chiamava Giuseppe Piazzi. E il suo esempio smonta la leggenda nera della Chiesa "nemica della scienza".

Giuseppe Piazzi

È la notizia del giorno. C’è acqua sulla superficie del pianeta nano Cerere, così detto per i suoi soli 950 chilometri di diametro. C’è acqua, ma ancora non si sa bene se si trovi allo stato liquido o ghiacciato oppure imprigionata nelle rocce. L’ha appurato lo strumento italiano Vir (Visual and Infrared Spectrometer) montato a bordo della sonda Dawn della Nasa e fornito dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi). Orgoglio nazionale e solito bla bla sulla vita extraterrestre, dimenticando semplicisticamente che l’acqua è condizione necessaria ma non sufficiente per la vita.

Si può tranquillamente passare dunque ad altro e però l’occasione è buona per ricordare un fatto. Lo scopritore del pianetino fu un fior di astronomo “italiano”, Giuseppe Piazzi. Le virgolette che circondano l’aggettivo “italiano” sono però d’obbligo, visto che il Nostro nacque il 16 luglio 1746 a Ponte in Valtellina che allora era dominio dei Grigioni e morì il 22 luglio 1826 a Napoli che era Regno delle Due Sicilie. Piazzi battezzò quel corpo celeste Ceres Ferdinandea, in onore della dea romana Cerere, che nei tempi antichi era la protettrice del grano e della Sicilia, e del re Ferdinando I delle Due Sicilie.

Ebbene, nei manuali e nei trattati scientifici, com’è uso, lo scopritore del “pianeta nano”, viene indicato (come tutti i protagonisti del mondo scientifico) solo con il nome e con il cognome, eppure a quel suo nome e a quel suo cognome è corretto e giusto anteporre il titolo di “don”. Perché Giuseppe Piazzi era sacerdote cattolico, entrato nel 1764 nell’ordine dei Teatini del convento di Sant’Antonio a Milano e ordinato sacerdote nel 1769. Studiò nei più prestigiosi collegi della Penisola. Insegnò poi Filosofia a Genova e Matematica nell’Università di Malta. Poi Teologia dogmatica a Roma, collega di Barnaba Chiaramonti (1742-1823), cioè il futuro Papa Pio VII, fatto prigioniero e deportato da Napoleone Bonaparte (1769-1821). Nel marzo del 1781 don Piazzi viene chiamato alla Reale Accademia degli Studi di Palermo per insegnare dalla cattedra di (pensate come lo chiamavano, che bel nome…) “calcolo sublime”, cioè il calcolo infinitesimale, e nel 1787 viene nominato professore di Astronomia.

Il 1º luglio 1790 ottiene dal re l’autorizzazione per costruire una specola nella Torre di Santa Ninfa del Palazzo Reale di Palermo, opera che viene completata, con la sua diretta supervisione, nel 1791 e battezzata Osservatorio Astronomico di Palermo. Poi nel 1817 don Piazzi si spostò nella capitale, Napoli, per dirigere la costruzione dell’Osservatorio di Capodiponte, divenendo quindi Direttore Generale degli Osservatori sia di Napoli sia di Palermo.

Poi un dì, era il 1° gennaio 1801, scrutando le stelle, lui che ne conosceva alla perfezione misure e quantità così come venerava con timore e tremore le qualità del loro Creatore, scoprì Cerere battendo qualunque altro scienziato dell’epoca con mezzi tecnici che oggi chiameremmo “di fortuna” e che proprio nulla hanno a che vedere con i sofisticatissimi strumenti odierni. Un miracolo. Non la sua scoperta improbabile dell’astro, ma la bellezza del cosmo disegnato da mano divina che ci circonda e che è ordinato in modo che la nostra ragione, come insegna il luminare don Pazzi, ne possa scoprire i segreti e le suggestioni.

Niente “leggenda nera” sulla fede cattolica nemica della scienza, insomma, come tra l’altro perfettamente ricorda il padre gesuita William F. Rigge, S.J. (1857-1927), direttore del Creighton University Observatory di Omaha, nel Nebraska, nel saggio What Catholics Have Done for Astronomy (in The Report of the Proceedings and Addresses of the Seventh Annual Meeting of The Catholic Educational Association, 1910). Rigge, puntuto, smonta tra l’altro un mucchio di dicerie su questo argomento osservando che i “famosi” astronomi arabi seguirono in realtà sempre pedissequamente solo il sistema tolemaico senza mai osare nulla di più e ricordando che, come dice lo scienziato anglo-americano John William Draper (1811-1882), uno dei grandi maestri della bufala del conflitto tra scienza e fede cattolica, «per quanto riguarda la scienza, nulla dobbiamo alla Riforma protestante».