• VENEZUELA

Chavez, il mito e la realtà

Morto Chavez, è già ora di bilanci sui suoi 15 anni di potere: una dittatura che ha costruito il suo sostegno dal basso e ha condizionato gli altri paesi latino-americani. Ma soprattutto ha fatto crollare l'economia del Venezuela e allo stesso tempo è diventato il Paese con il maggior tasso di violenza.

Hugo Chavez

Morto all’età di 58 anni, da quasi due anni malato di tumore, l’ex presidente venezuelano Hugo Chavez lascia un’eredità politica difficile, a dir poco.

Nel 1992 il giovane tenente colonnello fu a capo di un tentativo di rovesciare il presidente liberale Carlos Andres Perez. Il movimento che guidava allora e con cui tentò il colpo di Stato, l’Mbr200 (Movimento Bolivariano Rivoluzionario 200), era costituito da marxisti dell’America Latina, reduci da una guerra fredda appena finita. Gli slogan dei rivoluzionari erano i soliti: lotta contro la corruzione, il Nord America e le multinazionali. Si trattava di una scena classica della politica sudamericana. Il fallimento del tentativo militare di presa del potere fu visto universalmente come il segno che la democrazia liberale avesse trionfato anche in quell’area del mondo.

Fu un errore di ottimismo. Chavez, dopo aver trascorso appena 2 anni di galera, ritornò sulla scena in veste di democratico, alla testa di un movimento (Quinta Repubblica) che mirava alla riforma presidenziale della Costituzione. Piacque all’estrema destra così come all’estrema sinistra e venne eletto nelle elezioni del 1998. Da subito iniziò, usando i mezzi della democrazia, a ritagliarsi un potere sempre più assoluto. Due furono gli eventi che accelerarono la svolta autoritaria. La prima fu la crisi economica argentina del 2001 diede ulteriore impulso alle sue politiche anti-liberali e lo spinsero ad intensificare il suo programma di nazionalizzazioni. La seconda fu il fallito tentativo militare di rovesciare il suo potere nel 2002, che gli diede l’opportunità di militarizzare la società (con la diffusione delle squadre di paramilitari bolivariani) e di assumere poteri straordinari.

Contrariamente ai dittatori tradizionali, Chavez è riuscito a conquistare il Venezuela dal basso all’alto, invece che limitarsi ad occupare il vertice. Il suo potere, proprio per questo motivo, è risultato molto più pervasivo rispetto ai classici autoritarismi. Lettore di Antonio Gramsci, l’ex golpista militare ha occupato tutte le cittadelle della società. Prima di tutto: i mezzi di produzione. Ha nazionalizzato il petrolio e tutte le industrie strategiche e, dopo il golpe del 2002 (che era appoggiato anche dai sindacati dell’opposizione), ha preso il controllo delle organizzazioni sindacali. In totale ha espropriato 1168 aziende, nazionali e straniere. Ha occupato le scuole, imponendo un programma di studi ideologicamente orientato e inquadrando il più possibile gli studenti nelle organizzazioni bolivariane.

Chavez ha occupato i media, imponendo loro palinsesti politicamente controllati, intimidendo  i giornalisti vicini all’opposizione, facendo chiudere radio e Tv private (compresa la popolarissima Rctv) che considerava ostili. Ha occupato i quartieri poveri, le favelas di Caracas, dove ha mandato le sue “missioni” di consulenti cubani, ad aiutare e curare la gente, ma anche ad indottrinarla ideologicamente. Ha occupato le campagne, nazionalizzando 2,5 milioni di ettari di terreno. A questo punto non ha più avuto bisogno di conquistare il potere con la forza, come aveva tentato di fare nel 1992. La sua presa sulla società è stata sempre abbastanza stretta da consentirgli facili vittorie elettorali. Almeno fino al 2012, quando, indebolito dalla malattia, rischiava (per la prima volta) di essere battuto dall’opposizione democratica.

L’eredità del bolivarismo è un mistero anche per gli stessi bolivariani. E’ uno strano miscuglio di ideologie. Hugo Chavez ha rivitalizzato l’indigenismo, l’esaltazione dei popoli indio visti come gli unici veri cittadini del Sud America. Il presidente venezuelano l’ha usato come il grimaldello contro la borghesia di origine europea e il capitalismo nel suo complesso. Nel suo programma elettorale del 2006, il presidente venezuelano aveva addirittura promesso l’abolizione della moneta e la sua sostituzione con forme tradizionali di scambio fra i villaggi rurali. Il bolivarismo, però, prende anche il suo stesso nome da Simon Bolivar, simbolo dell’indipendenza dalla Spagna, ma europeo a sua volta.

Chavez ha usato quell’icona per puntare alla cosiddetta “indipendenza economica” (nazionalizzazioni ed esportazione selettiva del petrolio concedendo prezzi politici agli alleati) ed alla riunificazione del continente sudamericano. La sua alleanza, l’Alba, è la principale alternativa locale alle aree di libero scambio. Benché si sia sempre detto cristiano, Chavez ha strizzato l’occhio all’Islam più radicale. Hezbollah è attualmente un’organizzazione politica ben radicata in Venezuela, rappresentata addirittura da un viceministro agli Interni dopo le elezioni del 2006. Anche in questo caso si è trattato di un’alleanza anti-americana: Iran e Venezuela hanno creato un asse contro gli “imperialisti”, gli Usa soprattutto, ma anche la stessa Israele, oggetto di numerosi discorsi incendiari dello stesso Chavez.

A proposito del suo vantato cristianesimo, Chavez ha ingaggiato un duro braccio di ferro, lungo 15 anni, con la Conferenza Episcopale del Venezuela e con lo stesso Vaticano. Sempre per motivi di potere. I vescovi venezuelani, denunciando l’eccessiva concentrazione di potere nelle mani del presidente, già nel 2002 non avevano sostenuto il capo dello Stato nel corso del tentativo di golpe militare. La Chiesa è sempre stata critica, anche se mai esplicitamente ribelle o dissidente. Nel 2007, l’allora cardinale di Caracas Rosalio Castillo Lara, aveva avvertito: “Se il popolo venezuelano non riesce a comprendere la serietà della situazione e non riesce ad esprimersi a favore della democrazia e della libertà, ci troveremo soggiogati a un regime di tipo marxista-leninista”. Il suo predecessore, Ignacio Velasco, nel 2002, diceva del rapporto fra Chiesa e Stato in Venezuela: “Ogni giorno porgiamo l’altra guancia, ma finiremo per non avere più guance”. Quando Velasco morì, Chavez gli augurò di andare “all’inferno” e al funerale del cardinale i bolivaristi fecero un’irruzione con lanci di pietre. Nel secondo mandato presidenziale (2006-2012), Chavez ha ulteriormente alzato i toni contro la Chiesa cattolica.

Nel 2009 era scoppiato un grave conflitto, quando la Conferenza Episcopale si era opposta alla riforma dei governatorati, che avrebbe ridotto i poteri delle amministrazioni locali. Nel 2010 aveva proposto di rivedere il concordato. Da notare che fu solo nel 1964, durante il governo di Romulo Betancourt, mediante la firma e la ratifica del concordato con la Santa Sede, che si pose fine al regime del Patronato Real che subordinava le attività Chiesa al controllo dello Stato. L’accordo confermava il finanziamento pubblico per le missioni cattoliche presso le popolazioni indigene e le misure generali di supporto finanziario. Tutti i settori in cui Chavez voleva avere l’esclusiva assoluta. Il presidente ha sempre considerato quella libertà come un “privilegio” nei confronti delle altre religioni. E in quell’occasione, disconobbe Benedetto XVI: “E’ il capo di Stato del Vaticano, non l’ambasciatore di Cristo sulla terra: Cristo non ha bisogno di ambasciatori, Cristo è nel popolo e tra quelli che lottano per la giustizia e la libertà degli umili”. Contro l’arcivescovo di Caracas, Jorge Urosa Savino, ne aveva dette di tutte, nel corso del suo show presidenziale a reti unificate. E intanto chiudeva Vale Tv, la televisione di proprietà della Chiesa, per “restituirla al popolo”. Il presidente bolivariano ha sempre tentato di introdurre nel Paese la “sua” versione del cristianesimo, collettivista, pauperista, anti-capitalista, nel solco della tradizione della Teologia della Liberazione.

In 15 anni di bolivarismo, tuttavia, non ha neppure tracciato alcun progetto di lungo termine. L’ideologia di Chavez è un insieme di argomenti a contrario: ha usato l’indigenismo contro il capitalismo e la borghesia di origine europea, il bolivarismo contro gli Usa e le multinazionali, l’alleanza con l’Iran ed Hezbollah contro gli Stati Uniti. Ma alla fine, dopo 15 anni di dominio, il bolivarismo ha lasciato un Paese fra i più poveri dell’America del Sud (nonostante sia il maggior produttore di petrolio della regione), il più violento in assoluto (120mila omicidi dal 1999 ad oggi, il più alto tasso di criminalità del mondo) e una società in cui non esiste più il concetto di proprietà individuale, né alcun governo della legge. La sua eredità consiste nell’aver messo i venezuelani gli uni contro gli altri per dominarli meglio. Fino alla sua morte, che probabilmente sarà foriera di nuove violenze: già i suoi discepoli accusano gli Stati Uniti.