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Comey silurato perché coprì Hillary Clinton

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Con una lettera al diretto interessato, immediatamente seguita da un comunicato stampa ufficiale, martedì 9 maggio il presidente Donald J. Trump ha licenziato il direttore dell’FBI, James B. Comey Jr., su consiglio del ministro della Giustizia Jeff Sessions e del suo vice, Rod J. Rosenstein.  Ovvie le critiche dell’opposizione Democratica, ma non mancano perplessità nemmeno in casa Repubblicana. Trump è infatti accusato di voler bloccare una FBI troppo curiosa su certi suoi presunti legami con la Russia ai tempi della campagna elettorale, ma è qui che casca l’asino. Quale sarebbe infatti il crimine?

Non è necessario essere dei fan sfegatati di Vladimir Putin per rendersi conto che, dopo la fine dell’Unione Sovietica, Mosca non è più un governo automaticamente nemico. Forse lo sciupafemmine Trump simpatizza davvero per il machismo di Putin, ma sono questioni politiche, al massimo culturali. Dove sta invece l’illecito giudiziario? Semplicemente non c’è. E infatti Trump non è affatto indagato dall’FBI, come il direttore Comey gli ha espressamente e pubblicamente detto in più occasioni. Chi per la “Russian Connection” cita i precedenti del dimissionato Michael T. Flynn, ex Consigliere per la sicurezza nazionale, e del sospettato ministro Sessions sbaglia quindi un’altra volta. Flynn non è stato messo alla porta per chissà quali nefandezze con Mosca, ma semplicemente perché, chissà perché, ha mentito al vicepresidente Mike Pence su alcune telefonate scambiate con l’ambasciatore russo a Washington, Sergej I. Kisljak, costringendo Pence a mentire a propria volta al mondo. E il secondo è “colpevole” dello stesso non-reato: da senatore americano ha incontrato l’ambasciatore russo, ma, non avendo mentito sul fatto, né si è dimesso né lo farà. 

Non c’entra dunque la Russia con il licenziamento di Comey. C’entra invece la famosa inchiesta sulle e-mail riservate che l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton gestì sottraendosi ai controlli. Trump lo ha detto espressamente, idem il ministro Sessions e il suo vice. Chi non ci crede, sostiene che con quell’inchiesta Comey danneggiò la Clinton e che dunque non sia possibile che proprio per questo venga ora messo da parte. Ma non è così. Basta ripercorrere la timeline.

Il 5 luglio 2016, nel pieno dello scontro fra i candidati presidenziali e in tempo per la Convenzione nazionale del Partito Democratico (25-28 luglio), Comey tenne un’inusitata conferenza stampa per dire che, nonostante molte leggerezze, Hillary andava assolta d’ufficio prima che un giudice potesse vederci chiaro. Il 28 ottobre, però, Comey riaprì in tutta fretta l’indagine. Eccolo qui, si dice, il favore fatto a Trump. Sbagliato ancora. Passarono infatti solo nove giorni e Comey, veloce come la luce, assicurò che nelle 650mila e-mail “indagate” non una sola inchiodava la Clinton. Era la vigilia del voto dell’8 novembre, secondo regalone ai Democratici, o forse terzo. Il fatto è che Comey è sempre stato appiattito sull’allora ministro della Giustizia Loretta Lynch, obamiana di ferro. Decisa a salvare la Clinton a tutti i costi.

Adesso la Destra conservatrice e molti Repubblicani eletti fanno benissimo a non concedere nulla a Trump, ma è proprio sempre stata la Destra a giudicare inammissibile il comportamento di Comey. Perché probabilmente quelle famose email scomparse e distrutte contengono traccia degli enormi abusi di potere e dei malaffari clamorosi, danarosissimi, lucrati sulla palle di gente innocente (Nigeria, Haiti, etc) e - si dice - compiuti per anni da un Segretario di Stato, Hillary Clinton, senza che il suo presidente, Barack Obama, se ne accorgesse. Malaffari documentati da una letteratura cartacea e video oramai imponente di cui l’FBI non si è mai occupata. Magari potrebbe farlo il successore di Comey.