• IL SEMINARIO PER I GIORNALISTI

Corso pro gay L'Ordine ferma gli insulti

Dopo l'articolo della Bussola sulle lezioni ai cronisti del pedagogo gay, che insulta chi non la pensa come lui, l'Ordine ha cancellato l'evento per inadeguatezza del relatore. Il quale ieri è sparito da Twitter, tribuna sulla quale diffamava giornalisti, ecclesiastici e politici. Ma la battaglia non è finita: altri seminari sul linguaggio gay da imporre ai giornalisti sono ancora nell'agenda dell'Ordine. 

Un bacio gay

Il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti ha cancellato il corso riservato ai cronisti su Unioni civili, omofobia, famiglia. L’uso del linguaggio per le minoranze sessuali nei mass media. La decisione è avvenuta dopo la lettura dell'articolo denuncia della Nuova BQ di ieri in cui evidenziavamo come il seminario, che si sarebbe dovuto tenere l'8 giugno prossimo, fosse tenuto da un sedicente pedagogo dei diritti gay che però sui social network aggrediva, insultandoli, tutti quei giornalisti o politici che si oppongono alla dittatura del relativismo e all'indottrinamento forzato della nuova lingua gay friendly

Dopo il nostro articolo, il presidente dell'Ordine Enzo Iacopino è stato informato da alcuni consiglieri circa l'opportunità di sponsorizzare un corso di quel tenore e tenuto da un "formatore" così poco sensibile al concetto di libertà di espressione. E poco importa che il seminario fosse valido per avere i punti formativi obbligatori per i giornalisti.  

Dopo alcune verifiche, in serata la decisione: il corso di Milano è stato cancellato e l'organizzatore per conto dell'Ordine, la Società Umanitaria di Milano, ha dovuto così comunicare ad Alessandro Galvani che il suo evento non si farà. Galvani in mattinata aveva ironizzato sull'articolo della Nuova BQ con il suo consueto stile: "Comunque alla nuova bq hanno ragione, non può fare seminari ai giornalisti uno che non insulta i froci, ma i fasci".

Il riferimento, scurrile e squadrista è a quei giornalisti che contestando la deriva antropologica odierna si oppongono alla gender theory e a parole ormai nel vocabolario comune, ma senza costrutto, come omofobia, rivendicando il proprio diritto di difendere non solo la legge naturale universale, ma anche il principio della libertà di espressione. 

Il catalogo degli insulti si può leggere qui. Su Facebook si spinge fino alla gogna pubblica mostrando le foto di Bagnasco, Luigi Amicone, Mario Adinolfi, Costanza Miriano, Eugenia Roccella, Massimo Gandolfini, Carlo Giovanardi e Gianfranco Amato scrivendo: "Volete le facce responsabili della violenza omofoba in Italia? Eccoli. Sono i mandanti, ricordatevelo".

Poco dopo però Galvani deve aver compreso che la sua posizione era davvero insostenibile, così ha reso inaccessibile il suo profilo Twitter, riservandosi la facoltà di decidere chi ammettere tra la cerchia dei suoi followers personali. In più ha anche provato a cambiare la foto del profilo, con un'immagine più rassicurante di lui in cravatta.

Ma non è bastato: l'Ordine ha deciso di cancellare il suo corso per evidente inopportunità e inadeguatezza e per rimanere fedele a quel sacrosanto principio di rispetto umano che deve animare ogni giornalista e che un sedicente pedagogo della causa gay, con il livore espresso su Twitter, non avrebbe potuto garantire se chiamato a "indottrinare" i cronisti.

Ma c'è di più: da fonti interne al consiglio nazionale si apprende che il corso era a rischio cancellazione anche perché fino a ieri gli iscritti si contavano sulle dita di una mano. 

Ma la battaglia non è finita. Se da un lato la Nuova BQ registra con soddisfazione la correttezza deontologica dell'Ordine, dall'altro non può fare a meno di tacere il fatto che corsi di questo tipo sono previsti anche nei prossimi mesi e in altre città. E sicuramente con relatori più testati e meno militanti. Ciò non toglie la pericolosità di queste iniziative perché questi corsi nascono in ossequio ad una precisa strategia ministeriale già più volte denunciata che punta a mettere il bavaglio (parola che non amiamo, ma essendo previste sanzioni non possiamo chiamarlo diversamente) a quei giornalisti che in coscienza si oppongono, ad esempio, a chiamare al femminile un maschio che quella mattina si sveglia donna. 

Intanto però, con la decisione dell'Ordine, è stato riconosciuto un fatto: esistono anche giornalisti che non hanno l'anello al naso circa la martellante pressione che le lobby gay stanno facendo nei versanti di scuola, politica, sanità e giornali. E che non staranno zitti di fronte a questo tentativo di rivoluzione antropologica.