• PAPA FRANCESCO

Cuba, tra desiderio di libertà e realtà di repressione

Riferimento ai detenuti politici e agli esuli nel primi discorso di saluto di papa Francesco all'Avana, dove è giunto ieri sera. «Risveglierà nei cubani il meglio della loro cultura e della loro storia», dice a La Nuova BQ padre Robert Sirico.
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Papa Francesco a Cuba

«Vorrei che il mio saluto giungesse in modo particolare a tutte quelle persone che, per diversi motivi, non potrò incontrare e a tutti i cubani dispersi nel mondo». Così ha detto papa Francesco, ricordando detenuti politici ed esuli, nel suo discorso di saluto appena arrivato all'Avana (ieri sera alle 22 ora italiana), prima tappa di un lungo viaggio che dopo Cuba, prevede diversi appuntamenti importanti negli Stati Uniti.
Sceso dall’aereo, Bergoglio ha salutato con una stretta di mano il presidente Raul Castro e ha abbracciato i bambini accorsi alla scaletta. C’era anche l’arcivescovo di San Cristobal dell’Avana Jaime Lucas Ortega y Alamino.
Il Papa ha poi detto che spera che «La Chiesa continui ad accompagnare e incoraggiare il popolo cubano nelle sue speranze e nelle sue preoccupazioni con libertà e con i mezzi e gli spazi necessari per far giungere l’annuncio del Regno fino alle periferie esistenziali della società».
Su questo lungo viaggio del Papa, abbiamo sentito don Robert A. Sirico, fondatore dell'Acton Institute.

Nato a Brooklyn nella Grande Mela, di origini italiane, fratello dell’attore Tony Sirico (battezzato Genaro con una “n” sola) ‒ che poi è uno dei migliori gangster dello schermo ‒, un passato da predicatore protestante pentecostale (nonostante sia nato e cresciuto in una famiglia cattolica) e un altro da attivista di sinistra, negli anni padre Robert A. Sirico è cambiato tantissimo. Nel 1977 ha riguadagnato una fede cattolica profonda e matura, nel 1989 è stato ordinato sacerdote e nel 1990, con Kris A. Mauren, ha fondato a Gran Rapids nel Michigan l’Acton Institute for the Study of Religion and Liberty. Per un motivo preciso: ovviare all’ignoranza economica di molti ecclesiastici, in specie cattolici, al motto di «coniugare le buone intenzioni con una solida economia» e mostrare non solo il legame intimo tra morale giudeo-cristiana e libertà d’intrapresa, ma addirittura che proprio lo spirito cattolico è all’origine dell’economia di mercato e dei sui frutti abbondanti per tutti. La chiama “opzione preferenziale per la libertà” e alla vigilia del viaggio del Papa negli Stati Uniti torna di enorme attualità, come padre Sirico spiega a La Nuova Bussola Quotidiana.

Partiamo però da Cuba, come il Papa… Con il presidente Barack Obama gli Stati Uniti hanno drasticamente mutato rotta nei confronti dell’Isola caraibica che però resta un grosso problema in termina di libertà autentica e che laddove non è più marxista è volgarmente relativista. Che parole si aspetta dal Pontefice a L’Avana? 
Il presidente Obama non ha cambiato l’atteggiamento degli Stati Uniti verso Cuba, ha modificato la politica statunitense nei suoi confronti. E per me, che da anni invoco il cambiamento, è un fatto positivo. Non mi è mai infatti sembrato logico che, per rendere Cuba simile a noi, noi attuassimo politiche simili alle loro. Ciò detto, come lei appunto nota, la realtà cubana è complessa e si muove al passo alla lenta uscita di Fidel Castro dalla scena. Il marxismo ha prodotto una cultura relativista, eppure nel Paese sopravvive il ricordo di una qualità della vita migliore di quella imposta da Castro. Per questo, a mio avviso, le possibilità di miglioramento reale per quell’isola vessata crescono al crescere delle opportunità che i cubani hanno d’incontrare degli statunitensi, specialmente quelli che conoscono e che comprendono bene le menzogne del marxismo e del relativismo. Penso che il Santo Padre risveglierà nei cubani il meglio della loro cultura e della loro storia.

Arriviamo allora agli Stati Uniti. Negli ultimi decenni la rilevanza dei cattolici è cresciuta molto, ma la morale tradizionale ha perso comunque terreno. Che Paese troverà Papa Francesco?
Sarà in assoluto ‒ e questo è sorprendente ‒ la sua prima visita in un Paese vitale e accogliente. Incontrerà un popolo ansioso di mostrargli come la fede che lo anima s’integri bene con quella che proprio il Pontefice chiama la «nobile vocazione agli affari»*, i cui successi permettono agli americani non solo di godere un elevato livello di prosperità, ma pure di essere tra i sostenitori più generosi sia della Chiesa sia di tutti i progetti sociali che nel mondo aiutano i bisognosi.

Eppure alcuni giudizi dal Papa in ambito economico ed ecologico lasciano molti di stucco, fra cui lei… Se fosse uno dei consiglieri del Papa, cosa gli suggerirebbe di dire nella “terra del capitalismo”?
Gli suggerirei di sfidare gli imprenditori e gli uomini di affari degli Stati Uniti e del mondo intero a vivere all’altezza della nobiltà delle loro vocazioni affinché non le considerino solamente meccanismi di profitto (che, ovviamente, è cosa necessaria, ma non sufficiente). E gli direi di sfidarli a darsi da fare in imprese degne della persona umana, persona umana che deve essere sempre al centro dell’economia. Onestamente, credo che il Papa possa sfidare più radicalmente i capi di azienda se li capisce meglio, aiutandoli a rendersi conto che il servizio ai poveri e la costruzione del successo, e persino le imprese globali, non si escludono a vicenda ma al contrario si rafforzano l’uno l’altra.

Si dice che Papa Francesco deluda sia i progressisti sia i conservatori. Lo pensa anche lei?
Le categorie culturali, politiche ed economiche non possono mai, in nessun luogo e in nessun tempo, calzare a pennello addosso alla Chiesa Cattolica. Esattamente come Gesù andava contro la cultura del suo tempo, così il Papa deve rischiare di offendere gli adepti di questa o di quella visione del mondo. È così perché la verità trascende tutte le categorie culturali, politiche ed economiche, e con esse stride. Il Regno di Dio non è ancora giunto, ed è per questo che prima o poi una delusione arriva.

Dopo la storica sentenza della Corte Suprema federale del 26 giugno scorso, lo scontro sul “matrimonio” LGBT (di cui il presidente Obama è un supporter radicale) cresce ogni giorno che passa. Si aspetta parole nette dal Pontefice?
Prima ricordiamo che il presidente Obama è un supporter relativamente recente del “matrimonio” omosessuale e che, analogamente a Bill e a Hillary Clinton, quando mosse i suoi primi passi in politica lo fece esplicitamente non appoggiando quella causa…
Negli Stati Uniti, l’erosione culturale del matrimonio e del suo concetto teologico sono in atto ormai da molto tempo, assai prima che il movimento omosessuale diventasse forte quanto lo è oggi. La sfida concreta cui si trova innanzi il Paese adesso è il diritto delle nostre istituzioni religiose e delle nostre coscienze di credenti di ritenere vere e di praticare un insieme di credenze che il mondo intero ha ritenuto vere e ha praticato per gli ultimi cinque o seimila anni. In questo quadro, ritengo che negli Stati Uniti il Pontefice possa parlare, e sono sicuro lo farà, della stringente questione della libertà religiosa. Benché, lo ammetto, è triste che lo debba fare nel “Paese della libertà”.

Domenica 27 settembre, a Filadelfia Papa Francesco celebrerà la Messa conclusiva dell’VIII Incontro Mondiale delle Famiglie, un evento decisamente “conservatore”. Un chiaro segnale che l’insegnamento della Chiesa in materia non è cambiato e non può cambiare?
Sarà difficile vedere la presenza del Pontefice all’Incontro Mondiale della Famiglie come un segno netto della natura immutabile del magistero della Chiesa su vita e famiglia, e questo perché l’evento verrà di coda a una settimana di discorsi, di occasioni da foto, d’incontri fatti apposta per essere interpretati e travisati politicamente, e pure di chissà quali altri gesti imprevisti. C’è insomma la seria possibilità che l’interesse dei media cali proprio nel momento in cui il Santo Padre si occuperà delle questioni più serie, quelle che sono di stretta competenza della Chiesa e che peraltro sono lo scopo primario del suo viaggio apostolico negli Stati Uniti.
Poco dopo, in Vaticano si aprirà il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Nonostante tutte le manovre e tutte le manipolazioni che si agitano dietro le quinte ‒ e di cui il vaticanista britannico Edward Pentin ha intelligentemente appena scritto nel libro The Rigging of a Vatican Synod? An Investigation into Alleged Manipulation at the Extraordinary Synod on the Family (Ignatius Press, San Francisco 2015) ‒, ricordiamoci anzitutto che, per quanto sconsolante, nella Chiesa cose così non sono affatto nuove. E ricordiamoci anche del fatto che, in passato, vescovi ben più raffinati non sono stati capaci di rovesciare la Barca di Pietro; dubito quindi che il cardinale Water Kasper, il cardinale Reinhard Marx e i loro alleati siano in grado di farlo in ottobre.

 

* Il riferimento è all’esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii gaudium del 2013, n. 203, che in lingua inglese presenta però un’enfasi decisamente maggiore che non nelle versioni italiana e spagnola (le quali sono da considerare giacché, come ha detto padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il testo di riferimento per gli scritti di Papa Francesco è lo spagnolo e subito dopo l’italiano. Se la versione spagnola e italiana del passo sono infatti pressoché identiche, «La vocación de un empresario es una noble tarea […]» e «La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro [..]», quella inglese ‒ citata da don Sirico ‒ suona più incisiva: «Business is a vocation, and a noble vocation […]».

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