• LA LEGGE

Cyberbullismo, gli Lgbt veglieranno sui diritti di tutti

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Dopo un doppio passaggio tra i due rami del Parlamento, mercoledì 17 maggio la Camera dei deputati ha approvato all’unanimità (un solo astenuto su 432 voti favorevoli) la legge per il contrasto al cyberbullismo. Il provvedimento è stato dedicato a Carolina Picchio, morta suicida nel 2013, a 14 anni, a seguito della diffusione di alcune sue immagini in Rete che la ritraevano in atteggiamenti intimi. Ma la vicenda di Carolina è solo uno dei tanti episodi che hanno visto giovani vite stravolte da vessazioni, ingiurie e minacce subite tramite l’uso di dispositivi digitali e all’interno della cornice dei propri profili social. 

Senza dubbio, in questi ultimi anni sono maturati tutti i presupposti affinché in maniera trasversale a tutte le forze politiche emergesse l’urgenza di varare un testo di legge per arginare la crescente emergenza del bullismo digitale. 

L’iniziativa legislativa, oltre a fornire prima definizione del fenomeno, si distingue per il suo carattere esclusivamente preventivo ed educativo, non sono infatti previste nuove sanzioni penali. Nel concreto c’è pero la possibilità di poter richiedere ai gestori di siti Internet la rimozione di contenuti entro 48 ore dalla loro diffusione e l’obbligo per ogni scuola di nominare un professore referente per tutte le iniziative finalizzate al contrasto del fenomeno. 

Ma sugli aspetti preventivi della legge torneremo dopo, perché vale la pena segnalare che, dietro il pretesto della sacrosanta lotta al bullismo e alle discriminazioni, la solita manina ideologica ha lasciato tracce nell’articolo 3 della legge, quello che istituisce presso la Presidenza del Consiglio un tavolo tecnico di coordinamento tra i vari attori che partecipano alla “prevenzione e il contrasto” del cyberbullismo. 

Di questo organismo faranno parte: rappresentanti di diversi ministeri, dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, del Garante per l'infanzia e l'adolescenza, del Comitato di applicazione del codice di autoregolamentazione media e minori, del Garante per la protezione dei dati personali, di associazioni con comprovata esperienza nella promozione dei diritti dei minori e degli adolescenti e nelle tematiche di genere, degli operatori che forniscono servizi di social networking e degli altri operatori della rete internet, una rappresentanza delle associazioni studentesche e dei genitori, una rappresentanza delle associazioni attive nel contrasto del bullismo e del cyberbullismo”. 

Come avevano già denunciato con un precedente articolo, in occasione dell’ultimo passaggio in Senato del gennaio scorso è stata volutamente inserita una menzione speciale alle associazioni impegnate nelle “tematiche di genere”. Durante la discussione in aula i senatori Malan e Giovanardi presentarono una modifica che eliminava il riferimento che fa di questa forma di bullismo una superiore e distinta da tutte le altre. Ma la richiesta fu respinta dai banchi della maggioranza, anche grazie alla ferma opposizione esercitata dal senatore Pd Sergio Lo Giudice, noto attivista lgbt, che nel suo intervento affermò che il gender non esiste e che le questioni di genere attengono primariamente al rapporto tra genere maschile e genere femminile. Tornato alla Camera per la seconda volta il ddl è quindi stato votato in via definitiva con un definizione che lascia ampi margini interpretazione.

Nella composizione del tavolo, che avrà anche il compito di redigere il piano di azione integrato, se si escludono le associazioni per i diritti dei minori, l’unico richiamo esplicito è quello dedicato alle tematiche di genere. Perché? Forse, come indicano alcune statistiche sulle principali motivazioni di esclusione sociale, sarebbe stato meglio coinvolgere soprattutto le realtà impegnate nella lotta al razzismo e all’intolleranza religiosa. Per non parlare delle ingiurie subite dai ragazzi in sovrappeso. 

Una risposta a questi interrogativi è stata fornita sempre dal senatore Lo Giudice, il quale, nella discussione a Palazzo Madama, sostenne che è necessario che a questi tavoli “siedano le associazioni Lgbt”, poiché “in questo Paese sono da tempo antico le principali sostenitrici e promotrici di azioni e di progetti contro il bullismo nelle scuole e nella società”.

Ricapitolando, nell’articolo 3 della legge si parla di associazioni con comprovata esperienza nelle “tematiche di genere” e un parlamentare della Repubblica spiega esplicitamente che tra queste vi dovranno essere quelle che da sempre vicine al movimentismo gay. Si può affermare quindi, senza essere tacciati di allarmismo, che c’è il rischio concreto che le strategie per il contrasto al cyberbullismo dovranno essere concordate con soggetti fortemente ideologizzati. 

Su questo punto è necessario però sospendere ogni giudizio in attesa di conoscere la vera composizione di questa cabina di regia. Nel frattempo, per implementare la lotta al bullismo digitale, sarà necessario sviluppare un’alleanza educativa scuola – famiglia. Non è infatti sufficiente né la repressione né l’argine imposto dalla legge per indurre i ragazzi ad un uso consapevole dei social media. I giovani estendono le loro identità nell’ambiente digitale riducendo il confine tra la vita fuori e dentro il web. La cura dell’intimità e la custodia della dimensione privata sono valori che bisogna diffondere per affrontare questa sfida.

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