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Da Prodi a Veltroni, il ritorno dei dinosauri

Con la crisi di governo riemergono vecchie patologie del sistema italiano, con la ricomparsa di attori - da Prodi a Veltroni, fino ai due Letta - che sembravano aver finito il loro corso politico. In particolare il Professore è accreditato come il principale manovratore dei giochi di palazzo che potrebbero portare alla nascita di un governo Pd-5 Stelle, uniti dalla brama di potere.

Mentre la crisi di governo sembra avvitarsi su se stessa, senza che emerga un’ipotesi chiaramente praticabile per uscire dal pantano, stiamo assistendo all’esplodere di alcune patologie del sistema politico italiano che facevamo evidentemente male a considerare archiviate.

La più offensiva per la dignità degli elettori italiani è quella della ricomparsa sulla scena dei cosiddetti “dinosauri”, dei quali speravamo di esserci per sempre politicamente liberati. Nulla di personale né di ideologico, semplicemente una questione di legittimo ricambio della classe dirigente, visto che con frequenza gli italiani vengono chiamati alle urne e si spera che le loro preferenze si traducano in governi rappresentativi della loro volontà.

Sepolta la Prima Repubblica a causa di Tangentopoli, nella Seconda abbiamo vissuto il bipolarismo Prodi-Berlusconi e immaginavamo che quella contrapposizione tra di loro, anche per ragioni anagrafiche, venisse definitivamente confinata nelle ricostruzioni storiche. Stupisce, quindi, che Romano Prodi venga accreditato in queste ore dai più noti commentatori come il principale manovratore dei giochi di palazzo che dovrebbero portare alla nascita di un governo tra Movimento Cinque Stelle e Pd, con la benedizione del Quirinale.

L’unico movente di questa alleanza è la brama di potere, certificata peraltro dalla dichiarata paura di andare al voto, considerate le percentuali che i due partiti raccolgono in tutti i più autorevoli sondaggi. Una sorta di patto diabolico, l’incontro disperato di due forze politiche che fino a luglio se le cantavano di santa ragione e che da qualche settimana stanno cercando di governare insieme per spartirsi poltrone, incarichi, risorse dei cittadini.

La maschera di questa operazione è la collocazione europeista dell’Italia, che peraltro era già fuori discussione con il governo Conte e che mai il centrodestra si sognerebbe di intaccare, stanti gli equilibri creatisi a Bruxelles. Ma tant’è. Ora il duo Romano Prodi-Walter Veltroni (che costituivano il ticket di governo del centrosinistra già 23 anni fa, alle elezioni del 21 aprile 1996, che poi vinsero) è sceso in campo per assicurare una prospettiva di governo al Paese, riunendo quelli che apparivano fino a un mese fa il diavolo e l’acqua santa.

Va ricordato che Romano Prodi, nel 2013, all’indomani della sua mancata elezione al Quirinale, disse che avrebbe fatto il nonno e si sarebbe ritirato dalla vita politica. Walter Veltroni, ancora prima di lui, aveva annunciato che si sarebbe trasferito in Africa per alcune iniziative umanitarie. Invece, ora la crisi di governo è nelle loro mani. Ed è anche nelle mani di altri attori politici a dir poco intramontabili, dall’ex ministro della Cultura, Dario Franceschini, che ha rapporti solidi con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Enrico Letta, che pur essendosi trasferito in Francia per attività accademiche e avendo annunciato il suo ritiro dalla politica con le lodevoli dimissioni da parlamentare, ora pare covi sentimenti di rivincita, dopo il tradimento renziano.

Permangono dietro le quinte con ruoli delicati in questa fase di trattativa altre vecchie volpi della politica italiana tra cui Gianni Letta, che vorrebbe un governo europeista con Pd, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle, magari travestito da “operazione responsabile”.

E che dire di Matteo Renzi, che all’indomani della sconfitta referendaria nel dicembre 2016 avrebbe dovuto tenere fede all’impegno preso solennemente con gli italiani, cioè quello di lasciare la politica e invece oggi attacca i suoi compagni di partito perché vogliono sabotare l’accordo dem-pentastellati, ultima sua speranza di salvare il cadreghino.

Neppure Silvio Berlusconi molla, anzi dopo l’elezione in Europa è sempre più determinato a giocare un ruolo decisivo anche nei bizantinismi e nei tatticismi di questa ingarbugliata crisi di governo. Ha fatto fuori tutti i suoi potenziali successori e nonostante la costante emorragia di voti non accenna a fare alcun passo indietro.

Nel frattempo, però, tra le piroette e le alchimie degli attori politici, l’Italia continua a non essere governata. Non bisogna solo tenere sotto controllo spread e mercati, cancellerie europee e parametri economici. Ci sono tanti nodi che verranno al pettine già il mese prossimo e che riguardano le crisi aziendali, come quelle dell’Alitalia e dell’ex Ilva, le scelte di politica economica da inserire in manovra, la collocazione internazionale dell’Italia, l’autonomia differenziata (peraltro votata due anni fa dai cittadini lombardi e veneti), la riforma della giustizia.

Tutte queste cose sembrano non interessare a chi oggi si sta occupando di crisi di governo e che è disposto a tutto pur di salvare il proprio tornaconto personale. In questa sindrome opportunistica nessun partito è esente da colpe, ma il fatto che a tirare i fili delle trattative siano i “dinosauri” della politica ci porta amaramente a concludere, a prescindere da come andrà a finire, che neppure questa può considerarsi la legislatura del cambiamento.