• ATTENTATI MULTIPLI

Dal Camerun alla Nigeria, il terrore jihadista fa 75 morti

Boko Haram e al-Shabaab tornano a colpire in diversi Paesi africani. Si va dalle almeno 30 vittime di domenica sera, in Nigeria, alle otto del 15 giugno a Mogadiscio (Somalia), alle 37 di tre giorni prima sull’isola di Darak (Camerun). Nel breve periodo la violenza islamista sembra destinata ad aumentare e già in Ghana si sono registrati nelle ultime settimane attacchi a chiese e cristiani.

Domenica sera, 16 giugno, degli attentatori suicidi si sono fatti esplodere in Nigeria uccidendo almeno 30 persone e ferendone altre 40. È successo a Konduga, una cittadina che dista 38 chilometri da Maiduguri, la capitale dello stato nordorientale del Borno. L’attentato è stato compiuto all’esterno di un locale affollato di tifosi che stavano guardando una partita di calcio o forse un film alla televisione.

Un testimone, Ali Harran, capo di un gruppo di autodifesa cittadino, ha raccontato che i terroristi erano quattro: tre donne e un uomo. Quest’ultimo ha tentato di entrare nel locale, ma è stato fermato dal titolare. C’è stata un’accesa discussione tra i due, dopo di che gli attentatori hanno innescato gli esplosivi. Uno degli ordigni però si è inceppato. La donna che lo indossava ha tentato di fuggire, ma è stata catturata dai presenti e consegnata alla polizia. L’attentato, per le modalità in cui è stato condotto, è stato attribuito ai jihdisti di Boko Haram, anche se ancora non è stato rivendicato.

Quattro giorni prima, il 12 giugno, un commando di Boko Haram aveva attaccato un contingente militare camerunese sull’isola di Darak, nel lago Ciad, dove i jihadisti si proponevano di issare la loro bandiera. L’ultimo bilancio pubblicato dalle autorità camerunesi è di 37 vittime.

Il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, all’inizio del suo primo mandato, nel 2015, aveva promesso di liberare il Paese da Boko Haram e pochi mesi dopo aveva annunciato che il gruppo ormai era stato “tecnicamente” sconfitto. Anche il presidente della Somalia, Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, dopo il suo insediamento nel 2017, aveva dato per imminente la fine dei jihadisti di al-Shabaab, che dal 2006 combattono contro il governo. Gli attentati nella capitale Mogadiscio che ancora “riuscivano a mettere a segno” erano presentati come l’ultima disperata reazione di un movimento sconfitto. Il suo predecessore, Hassan Sheikh Mohamud, aveva detto la stessa cosa.

Ma dal 2017 i jihadisti somali hanno compiuto alcuni dei loro più devastanti attentati. Gli ultimi due risalgono al 15 giugno a Mogadiscio e hanno provocato la morte di almeno otto persone e il ferimento di altre 25. Una macchina carica di esplosivo è stata fatta saltare in aria a un posto di blocco vicino al palazzo presidenziale e un’altra a un posto di blocco sulla strada che dalla capitale porta all’aeroporto internazionale. Nelle stesse ore in Kenya, vicino al confine con la Somalia, un mezzo della polizia è saltato in aria su una mina piazzata da al-Shabaab. Otto degli 11 agenti che viaggiavano sull’automezzo sono morti. Nei giorni precedenti le autorità kenyane avevano diramato alle compagnie di autobus l’ordine di interrompere i viaggi  dalla capitale Nairobi a Mandera, un posto di frontiera con la Somalia, perché dei jihadisti erano stati avvistati lungo la strada che collega le due città.

Non solo Boko Haram e al-Shabaab sono vivi e attivi. In tutta la fascia del Sahel altri gruppi jihadisti, legati ad al-Qaida e all’Isis, seminano morte e terrore, mettendo in fuga centinaia di migliaia di persone e mettendone in serie difficoltà milioni.

L’escalation della violenza jiahdista dall’inizio dell’anno colpisce duramente in particolare Mali, Niger e Burkina Faso. In questi tre Paesi i profughi, sfollati e rifugiati, sono 440.000, cinque volte più che nel 2018; 1,8 milioni di persone hanno problemi di insicurezza alimentare e 5,1 milioni necessitano di assistenza umanitaria. Ma i dati più impressionanti sono quelli riguardanti le vittime civili. Rispetto al 2018 i morti sono aumentati del 7.000%  in Burkina Faso, del 500% in Niger e del 300% in Mali. In valori assoluti, in Burkina Faso, Niger e Mali sono stati uccisi complessivamente 353 civili nel 2017, 1.215 nel 2018 e 1.283 nei primi cinque mesi del 2019.  

Tutto fa pensare che, nel breve periodo, la violenza jihadista sia destinata ad aumentare nel Sahel e che potrebbe estendersi ad altri Stati, più a sud della fascia del Sahel, a partire da Ghana, Togo, Costa d’Avorio e Benin. Già in Ghana, che confina a nord con il Burkina Faso, nelle ultime settimane si sono registrati ripetuti attacchi a chiese e a fedeli cristiani. Il governo ha disposto il rafforzamento dei controlli alle frontiere tra i due Stati e sono in corso incontri tra il capo della polizia e l’arcivescovo della capitale Accra, monsignor John Bonaventure Kwofie, per decidere quali misure di sicurezza adottare per proteggere gli edifici religiosi e i fedeli mentre si svolgono funzioni religiose, specialmente nei giorni festivi quando l’affluenza alle chiese è maggiore. Una parrocchia della capitale ha già proibito, ad esempio, di entrare in chiesa portando zaini perché potrebbero contenere materiale esplosivo.

Molto più a sud, la presenza jihadista è ormai consolidata da oltre un anno nel nord del Mozambico, nella regione di Cabo Delgado. Provenienti dalla Somalia, attraverso il Kenya e la Tanzania, gruppi di combattenti di al-Shabaab sono arrivati nel 2015 e da allora hanno reclutato centinaia di persone, forse migliaia, in prevalenza giovani. Da un anno gli attacchi e gli attentati si sono moltiplicati e il 5 giugno, per la prima volta, l’Isis, lo Stato Islamico, ha rivendicato un’azione annunciando che i suoi miliziani hanno respinto un attacco dell’esercito mozambicano. Nel maggio del 2018 l’Isis si era congratulato con i jihadisti mozambicani che avevano decapitato dieci persone in un villaggio quasi al confine con la Tanzania.