• MILITANTI FERMATE

Daspo vaticano agli oppositori del socialista Morales

In Vaticano per l'ingresso del neo cardinale Ticona Porco c'è anche il suo amico Evo Morales. Alcune militanti che si oppongono al regime boliviano accusano di essere state trattenute in gendarmeria per "una maglietta sgradita al presidente che viola i diritti umani". L'ambasciatore boliviano smentisce. Ma la controsmentita arriva da una di loro che alla Nuova BQ rivela: "Mi hanno trattenuto per due ore in un ufficio minacciando la revoca del permesso di soggiorno. Ho ricevuto il foglio di via dal Vaticano". Il silenzio degli uffici della Santa Sede. 

Le militanti boliviane con il nuovo cardinale

Trattenute per alcune ore in Vaticano e alla fine rilasciate con un “daspo”, un divieto assoluto di rimettere piede nel territorio della Santa Sede. E’ la disavventura accaduta ad un gruppo di attiviste boliviane residenti in Italia che giovedì hanno partecipato al concistoro. Pericolose terroriste? No. Si tratta di militanti di alcuni gruppi spontanei riuniti sotto la sigla Todos juntos por Bolivia che ha in Italia diversi rappresentanti, concentrati nella zona di Milano e Bergamo. Manifestano contro il presidente boliviano Evo Morales, sul quale aleggiano da tempo accuse di essere un dittatore che reprime il suo popolo. Soprattutto da quando il 21 febbraio 2016 ha ignorato il referendum che sanciva la sua impossibilità a ricandidarsi per un quarto mandato. La consultazione venne vinta dai No, ma Morales, che appartiene alla genia dei presidenti cocaleri socialisti del sud America è ancora al suo posto e si ricandiderà alla fine di questo mandato.

Giovedì scorso el Indio, così viene soprannominato, era in Vaticano per il Concistoro che ha assegnato la porpora a Toribio Ticona Porco, il vescovo boliviano che ora diventerà l’unico cardinale del Paese andino. Vicino alla Teologia della Liberazione e amicissimo del presidente socialista,  Ticona Porco ha invitato proprio Morales in San Pietro per la cerimonia di giovedì pomeriggio che si è svolta con Papa Francesco e gli altri neo cardinali e le delegazioni in Vaticano. Morales poi, ne ha approfittato anche per una visita a Papa Bergoglio e, dato che l’ultima volta gli regalò un crocefisso innestato su una falce e martello che fece inorridire parecchi, questa volta gli ha donato un più sobrio quadretto.

Tornando a giovedì. Alla cerimonia religiosa hanno partecipato anche alcune donne appartenenti ai gruppi di opposizione al presidente. “Abbiamo chiesto di partecipare – spiega alla Nuova BQ Carolina Delgadillo, boliviana residente a Milano e anche referente boliviana per gli Stati generali delle donne -. Abbiamo ottenuto i biglietti per l’ingresso e chiesto di poter incontrare il cardinale.  Una volta entrate abbiamo esposto una bandiera boliviana e indossato magliette che recavano le scritte: “21F” che sta per 21 febbraio, la data del referendum disatteso da Morales” e “Bolivia Dijo NO”. Morales sta violando molti diritti umani nel nostro Paese".  

Ebbene. Stando al racconto di Carolina – ribadito alla Nuova BQ – e di altre attiviste, al termine della celebrazione le donne sono state avvicinate da alcuni addetti alla sicurezza e invitate ad uscire. Altre però sono state invece portate in gendarmeria vaticana. Il motivo? “E’ stato detto che la maglietta è contro il presidente Morales che è ospite in Vaticano ed è amico del Papa”, ha detto la donna. Così le attiviste, dopo che alcune di loro sono state trattenute, e stando a loro in malo modo dalle autorità vaticane, hanno diramato attraverso i canali social una nota stampa molto dura nella quale hanno accusato di essere state detenute per diverse ore.

“E’ inaccettabile il trattamento al quale alcune di noi sono state sottoposte giovedì in Vaticano. Siamo un movimento pacifico e non violento. Abbiamo partecipato alla cerimonia di Toribio Ticona, ma siamo state fermate dal corpo diplomatico boliviano in Italia e ascoltate da un gruppo di gendarmi vestiti in abiti civili”.

Le attiviste hanno raccontato che la maglietta, secondo le autorità intervenute “offendeva il presidente”. Alcune di loro, interrogate sarebbero state minacciate seriamente che le avrebbero revocato il permesso di soggiorno in Italia e che i parenti in Bolivia avrebbero avuto delle conseguenze. Infine hanno dovuto firmare una dichiarazione, senza lasciare loro una copia, di espulsione dal Vaticano. Il documento diffuso parla di sette donne detenute e poi rilasciate dopo la presunta “lavata di capo”. Pesanti le accuse rivolte al corpo diplomatico boliviano in Italia e in Vaticano, il cui rappresentante nella Santa Sede è Cesar Caballero Moreno.

E proprio Caballero è intervenuto poco dopo per smentire di aver mai ordinato di trattenerle. Ha infatti spiegato di non avere alcun potere per costringere la gendarmeria o le guardie svizzere ad intervenire. “Come essere umano mai e poi mai sarò contro la libertà di espressione”, ha detto. Il chiarimento dell’ambasciatore però, se da un lato scansa l’accusa di aver ordinato il fermo, dall’altro non entra nel merito dell’operazione di polizia che a quanto pare sembra proprio esserci stata.

Intanto la Delgadillo ha informato il referente italiano di Amnesty International, Alba Bonetti. Da un lato dunque abbiamo alcune militanti anti-Morales che sostengono di essere state trattenute per una maglietta sgradita ad un ospite del Papa, dall’altro l’ambasciatore boliviano che rigetta l’accusa di aver architettato l’operazione e dall’altro ancora la gendarmeria vaticana che non ha rilasciato dichiarazioni.

Chi ha ragione? Ma a confermare il fermo arriva proprio una delle sette donne trattenute in gendarmeria. E lo fa chiedendo alla Nuova BQ che sia mantenuto l’anonimato perché ora ha paura davvero visto le minacce che le sarebbero state rivolte negli uffici vaticani.

Così racconta la militante di Unidos por Bolivia: “Dopo la cerimonia sono stata presa per un braccio da una donna che ha chiamato la gendarmeria vaticana – ha spiegato alla Bussola la donna -. Io non ho urlato e subito dopo mi sono ritrovata in un ufficio della gendarmeria dove quattro funzionari in borghese mi hanno interrogata. Mi hanno detto che non potevo entrare con quella maglietta perché offendeva il presidente”.

Dove si trovava la donna? “In un ufficio, a destra della Basilica, vi sono entrata da una porta sul retro. Ma una volta dentro ho visto telecamere e scrivanie”.

Durante l’interrogatorio la donna ha detto che le sono stati chiesti i documenti e che due gendarmi volevano sapere la ragione di questa nostra iniziativa. “Poi ad un certo punto mi hanno detto che in Bolivia avrei potuto avere dei problemi. Sono rimasta in quell’ufficio dalle 18 alle 19.45 circa. Hanno controllato la mia fedina penale, che è pulita. Poi mi hanno fatto firmare un foglio nel quale mi comunicavano la mia espulsione dal Vaticano, ma non mi hanno rilasciato una copia”.

Una volta rilasciata la donna, ha raggiunto le altre compagne ala stazione Termini e lì ha appreso la sorte di altre sei amiche che avevano avuto lo stesso trattamento. Ma soprattutto ha saputo che nel frattempo un altro gruppo di donne era stato ricevuto dal neo cardinale che – sorridente – si è fatto fotografare con loro mentre indossavano la maglietta anti-Morales: Toribio Ticona Porco aveva appena abbracciato il capo di Stato boliviano in San Pietro e pochi minuti dopo era già a fianco dei suoi oppositori che accusano Morales di essere un dittatore. Misteri e contraddizioni del sud America.

In Vaticano intanto nessuno è intervenuto per chiarire come siano andate le cose e soprattutto spiegare perché le donne sono state trattenute e poi espulse. Davvero una maglietta sgradita ad un ospite come Morales è così pericolosa per la Santa Sede? Oggi intanto davanti al consolato boliviano di Bergamo si terrà una manifestazione di protesta. 

- LA DICHIARAZIONE DELLE ATTIVISTE BOLIVIANE