• IL CASO

Dissesto dell'Università, un problema di ragione

Al di là della riforma Gelmini, la protesta nasconde un profondo disagio per un luogo dove si vive male. E il perché lo ha spiegato il Papa nel 2008.

protesta università
Nelle ultime settimane si è tornato a parlare di università. Abbiamo visto studenti che bloccavano il traffico e politici che salivano sui tetti per protestare contro la riforma proposta dall’attuale governo. Se si interrogavano gli studenti, e tanto più i politici, sulle ragioni della protesta, le risposte erano desolanti. Quasi nessuno ha letto il testo della riforma Gelmini, a mio avviso un primo piccolo passo per rimediare ad alcune delle croniche inefficienze dei nostri atenei. Nella misura in cui non era puro frutto di strumentalizzazione politica, la protesta esprimeva semplicemente disagio per un’università dove, nonostante la presenza di tanti docenti d’eccellenza, si vive male e si studia peggio.


Ma quali sono le cause profonde del dissesto universitario? Come sappiamo, avrebbe voluto parlarne Benedetto XVI in uno dei grandi discorsi del suo pontificato, che però non è stato mai pronunciato. L’opposizione di una minoranza di docenti e studenti facinorosi, e la colpevole inerzia del governo di centro-sinistra allora guidato dall’on. Romano Prodi, impedì al Papa di parlare all’Università «La Sapienza» di Roma, dove avrebbe dovuto recarsi il 17 gennaio 2008. Un gesto violento, assurdo, senza precedenti, che ha fatto perdere l’occasione di ascoltare un’altissima lezione sulla ragione e sul ruolo dell’università. Ma, dal momento che il Papa ha comunque diffuso il testo, non siamo per fortuna privati del suo insegnamento. Riascoltandolo oggi, capiremo dove stanno i veri problemi dei nostri atenei.


 «Ci si deve chiedere – ha scritto il Papa – che cosa è l’università? Qual è il suo compito?». Il Papa pensa che «la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo». L’università nasce con il cristianesimo. Prima non esiste. Nasce dal superamento di una visione del mondo superstiziosa e magica e dall’affermarsi di una religione libera da incrostazioni superstiziose, che entra in dialogo con la ragione. «Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università».


L’università del Medioevo è il luogo dove s’incontrano, senza confondersi fra loro, fede e ragione. Lo studio, proposto da Benedetto XVI, delle quattro facoltà dell’università medievale – medicina, diritto, filosofia e teologia – ci ricorda che l’università non nasce per affastellare nozioni più o meno eterogenee, ma con un programma molto più alto: la ricerca della verità. Se abbandona il rapporto con la verità, l’università muore.

«Ma allora – continua il testo del Papa –  diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce?». A queste domande l’università medievale rispondeva ponendo accanto alle facoltà di medicina e di diritto quelle di filosofia e di teologia, «cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità». Ma ancora: come si fa a «tener desta» questa sensibilità, in ogni tempo e tanto più oggi, quando la nozione di verità rischia di essere travolta dal relativismo?

Di fatto, suggerisce Benedetto XVI, la sensibilità per la verità rimane viva nella scienza quando questa accetta di collaborare con la religione, pur senza confondersi con essa. La fede diventa allora  «una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa».


Il Papa non si rivolge all’università per «imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà», ma per «mantenere desta la sensibilità per la verità». Che questo invito gentile sia stato rifiutato, e il Papa non accolto alla Sapienza, conferma che il rifiuto della verità  e del confronto con la fede è diventato istituzionale e organizzato, nelle università come tra i politici che invano si affaticano a risolvere i problemi degli atenei. Il rischio, affermava allora Benedetto XVI, è quello di una «caduta nella disumanità». L’università che non crede nella verità e che cerca di chiudersi ermeticamente alla fede e alla Chiesa diventa un luogo disumano.