• CATASTROFE

Dopo Harvey, quale ricostruzione per il Texas

Maglietta pro-Texas

L’uragano Harvey, per quattro giorni ha devastato le coste del Texas e ha allagato la metropoli di Houston. Il bilancio delle vittime è drammatico: 51 morti. Anche i danni materiali sono ingenti: con 9000 case distrutte e 185mila danneggiate, 300mila persone senza energia elettrica, 30mila profughi interni, le stime (lungi dall’essere ancora definitive) parlano di danni che vanno dai 70 ai 100 miliardi di dollari di perdite subite dai settori pubblico e privato. Nella peggiore delle ipotesi, i proprietari di case hanno subito fino a 30 miliardi di dollari. Chi pagherà e come verrà ricostruito il Texas? Come per il dopo-terremoto in Italia, si confrontano modelli opposti di ricostruzione, l’uno basato sullo Stato, l’altro sulla società. Il dibattito politico, con le acque non ancora del tutto rientrate, è già diventato incandescente.

Riguardo le perdite subite dai proprietari di case, il 40% può essere coperto da assicurazioni private. Siccome si parla di intere proprietà immobiliari perdute, chi può permettersi di pagare il restante 60%? Il governo federale, per legge si accolla il grosso della spesa della ricostruzione. Ma non direttamente. Da quasi mezzo secolo lo fa attraverso un programma federale, il National Flood Insurance Program (Nfip), un’assicurazione pubblica. Tuttavia, quest’ultima, copre solo una parte dei terreni colpiti. Nella contea di Harris, di cui fa parte anche la città di Houston, appena il 15% dei proprietari sono coperti dalla Nfip. dai tempi dell’uragano Katrina (2005) vive nell’incertezza finanziaria. All’epoca, dodici anni fa, aveva esaurito il suo budget e aveva chiesto in prestito al governo federale ben 17 miliardi di dollari, che erano stati concessi dall’amministrazione Bush. L’assicurazione statale non è mai riuscita a ripagare il suo debito e, merito degli uragani successivi, il suo debito nei confronti del Tesoro è salito a 24,6 miliardi di dollari. Il 30 settembre, il Congresso dovrà votare per il rinnovo del programma e decidere per eventuali altri prestiti. Nonostante l’emergenza texana, non è affatto garantita la maggioranza a favore del rinnovo.

Il senatore Ted Cruz, texano, principale rivale di Donald Trump nelle elezioni primarie repubblicane del 2016, si era opposto ad aiuti straordinari per le regioni della costa orientale colpite dall’uragano Sandy nel 2012. Ma adesso che il suo Stato è colpito chiede che vengano prontamente elargiti aiuti del governo federale per coprire l’emergenza. I liberal gli danno dell’ipocrita. “Siamo tutti socialisti dopo un disastro naturale”, lo sfotte l’editorialista Joan Welsh della rivista progressista The Nation. Il senatore Cruz si giustifica affermando che nel piano di aiuti per la costa orientale contro cui aveva votato c’erano anche molti sprechi. Chris Christie, governatore repubblicano del New Jersey, lo Stato principalmente colpito da Sandy, definisce “disgustoso” l’atteggiamento di Cruz. E si ripete lo scenario (o meglio: il teatrino) di un Partito Repubblicano diviso in fazioni, anche dopo una tragedia naturale.

Ma c’è un’alternativa reale all’aiuto di Stato per la ricostruzione? Secondo Ike Brannon, economista, membro del think tank Cato Institute, il voto del prossimo 30 settembre porge ai deputati e ai senatori l’occasione di riformare una volta per tutte il programma Nfip, che tutti (dai democratici ai conservatori) ritengono ormai disfunzionale. “Lo Nfip ha gravi difetti all’origine. I premi non sono valutati con criteri economici, quindi non riflettono il rischio coperto, circa il 15-20% degli assicurati ricevono un vero e proprio sussidio, risparmiando il 60-65% del costo del loro premio. Questi sussidi non sono basati sulla necessità”. Il grosso viene invece pagato da assicurati che hanno meno necessità di essere coperti. Ma, quel che è peggio, è che l’assicurazione pubblica non copre in modo accurato il territorio. Si basa su serie storiche e su mappe “che non includono le sfumature delle mappe basate sulle proprietà, che sono invece incluse dei modelli sullo studio delle catastrofi usati dalle assicurazioni private”. Ike Brannon, coerentemente con il think tank in cui lavora, propone il contrario di quel che si sente dire in ambito progressista: la Nfip va privatizzata. Anche “i ceti meno abbienti non sarebbero colpiti in modo sproporzionato dalla privatizzazione”, un mercato privato delle assicurazioni sugli allagamenti “accompagnato da un sistema di sussidi mirato, sarebbe meno regressivo rispetto allo status quo”.

Società e Stato si contrappongono anche sulla ricostruzione morale oltre che materiale del Texas. I progressisti non hanno perso l’occasione per denunciare il capitalismo, rilanciare la lotta di classe e la questione razziale, anche questa volta, come ai tempi di Katrina. Benché Katrina avesse devastato una New Orleans povera, mentre Harvey ha colpito un Texas molto prospero. Robert Bullard, soprattutto, sociologo della Texas Southern University, nella sua intervista all’Huffington Post ha coniato il termine di “zone di sacrificio” per i quartieri poveri, abitati da minoranze etniche (latinos, in particolare) vicini agli impianti petrolchimici, allagati e inquinati durante l’uragano. “Non solo devono far fronte alle loro case allagate ma anche all’inquinamento”, quindi parla di “tempesta perfetta di inquinamento, razzismo ambientale e rischio sanitario”. Di tenore opposto, invece, il commento del deputato repubblicano texano Ted Poe, che elogia lo spirito comunitario (che trascende le divisioni etniche e di reddito) e di collaborazione spontanea nella primissima ricostruzione: “La gente porta fuori casa tutto ciò che è stato danneggiato e lo appoggia di fronte all’ingresso. Altri si aiutano a vicenda. E’ veramente incoraggiante vedere quanti stiano aiutando i loro concittadini, gente che non conoscevano neppure, a rimettere in ordine le proprie case, per quanto possibile. Quanti si stanno aiutando, gli uni con gli altri, durante l’uragano”.