• PROSSIMO GOVERNO

Dopo il voto arriverà un'instabilità proporzionale

Visto che i maggiori partiti si dividono al loro interno e il Movimento 5 Stelle, l'unico che resta compatto, difficilmente andrà al governo, è difficile prevedere il prossimo scenario. O un governo di larghe intese che escluda le estreme (sovranisti e grillini). Oppure un governo tecnico che scongiuri il commissariamento della Troika.

Scissione

Il ritorno al sistema proporzionale sta di fatto producendo la liquefazione dei poli. Sia il centrosinistra che il centrodestra si presenteranno alle prossime politiche pressochè frantumati e non è detto che il responso delle urne possa poi produrre aggregazioni coese e in grado di governare. Con ogni probabilità manca ancora un anno all’appuntamento elettorale, poiché la legislatura ha tutta l’aria di poter durare fino alla scadenza naturale, ma appare evidente che la campagna elettorale è già iniziata.

A sinistra sono nate due nuove formazioni: “Campo progressista”, fondato da Giuliano Pisapia, e “Democratici e progressisti” di Roberto Speranza, Arturo Scotti e Enrico Rossi. Toglieranno certamente voti al Pd di Renzi, che spera però di allargarsi al centro, pescando nel cosiddetto bacino moderato, stante la mancanza, al momento, di un partito come quello fondato anni fa da Mario Monti, Scelta civica, capace di raccogliere voti in quell’area.

Matteo Renzi, che pure aveva promesso di ritirarsi dalla politica in caso di sconfitta al referendum del 4 dicembre, ha già lanciato l’Opa sul suo partito e conta di farsi rieleggere segretario fra qualche mese, al fine di potersi automaticamente riproporre come candidato premier. L’ex premier non si sta limitando agli incontri con gli esponenti locali del Pd. Sta girando in lungo e in largo l’Italia, come se fosse ancora a Palazzo Chigi, per proporre le sue ricette per l’economia, per il lavoro, per il futuro del Paese. Ma gli scissionisti dem e tutti i nemici che Renzi si è fatto in questi tre anni a sinistra ben difficilmente accetterebbero, dopo il voto, di far parte di una coalizione che lo veda nuovamente premier. Molto probabile che figure come lo stesso Paolo Gentiloni, come Dario Franceschini o come  lo scalpitante ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, possano incontrare un gradimento più esteso tra i futuri possibili alleati del Pd in una coalizione di governo. Soprattutto se, in ragione di numeri incerti, si dovesse porre la necessità di un governo di larghe intese allargato a una parte del centrodestra.

Divisioni a sinistra, ma spaccature anche a destra, perfino all’interno degli stessi partiti. Dentro Forza Italia ci sono i “sovranisti” come Giovanni Toti, governatore della Liguria, che premono per un’alleanza organica con Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ma c’è anche chi non intende cedere al leader della Lega la golden share della coalizione e preferisce guardare a una improbabile riaggregazione della galassia centrista, con Angelino Alfano, Maurizio Lupi e altri. D’altra parte, il sistema proporzionale consente a Berlusconi di sottrarsi al fastidio delle primarie e di rimandare le discussioni sulla leadership a dopo il voto, senza escludere, dentro di sé, in caso di pareggio elettorale, un rassemblement con Renzi e parte del centrosinistra finalizzato a riscrivere le regole del gioco e a varare riforme istituzionali e costituzionali. Dentro la Lega Salvini ha qualche oppositore latente. Lo stesso governatore lombardo, Roberto Maroni, appare sempre più lontano dalle posizioni “sovraniste” del segretario e si sta accreditando come esponente leghista più moderato e conciliante, tanto quanto il collega del Veneto, Luca Zaia, non a caso lanciato da Berlusconi quale possibile candidato premier, anche al fine di far innervosire Salvini e di spaccare il fronte leghista.

In tutto questo, l’unico Movimento che si presenta comunque compatto, al di là di qualche malumore interno, è quello pentastellato. Difficile che possa arrivare a conquistare il premio di maggioranza del 40%, quasi impossibile che possa stringere alleanze dopo il voto. Tuttavia, è quasi certo che, soprattutto dopo la scissione nel Pd, i Cinque Stelle risulteranno il primo partito. Nell’ipotesi di caos, con una situazione che ricorderebbe quella della Repubblica di Weimar, speriamo non anche nel suo epilogo, il Capo dello Stato non potrebbe non tener conto di una forza politica che governa comunque la capitale e che si sta accreditando come partito di governo in molte realtà locali. Senza contare che, qualora si votasse a febbraio 2018, l’esecutivo guidato da Gentiloni dovrà varare una legge di stabilità coerente con le indicazioni perentorie di Bruxelles e dunque abbastanza impopolare. A farne le spese, in termini di voti, potrebbero essere il Pd e i suoi alleati, ma anche quella parte di centrodestra che si è sin qui mostrata non molto risoluta nel contrastare l’azione del governo Renzi. I grillini, invece, potrebbero trarre vantaggi dall’attuale campagna anti-vitalizi e dalle divisioni nelle due tradizionali coalizioni di centrodestra e centrosinistra.

Ecco perché molti analisti politici tendono a escludere che gli attuali partiti di governo possano prevalere alle prossime elezioni politiche e disegnano due possibili scenari: una soluzione altamente instabile sul modello spagnolo, con la prospettiva di un governo di larghe intese che lasci fuori i “sovranisti” e i grillini; un governo tecnico, strada obbligata per scongiurare l’arrivo della Troika. A meno che il vento populista non prevalga anche nel nostro Paese. Dipenderà molto dal voto francese e da quello tedesco.