• PADOVA

E il padre si ritrova partner

Per accontentare una coppia di lesbiche, l'ospedale di Padova sostituisce nel braccialetto identificativo "padre" con "partner": così l'ideologia del gender cambia i comportamenti quotidiani e prepara il terreno a cambiamenti legislativi.

Reparto di neonatologia

“Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. L’aforisma di Chesterton ben si attaglia alla storia che vi stiamo per raccontare.

Lei è omosessuale e vuole un figlio. Con l’inseminazione artificiale di tipo eterologo, fatta molto probabilmente all’estero, riesce a realizzare il suo sogno di rimanere incinta. Al momento del parto, circa due mesi fa, si presenta alla Clinica ostetrica dell’ospedale di Padova insieme alla sua compagna. Come molti ben sapranno in tutti gli ospedali al momento del parto viene messo al polso del neonato un braccialetto identificativo e così viene fatto per la madre. L’ospedale di Padova ne ha aggiunto uno anche per il padre. Sul braccialetto, oltre ai dati e un codice identificativo, viene stampato anche la dicitura “madre” per la mamma e “padre” per il papà.

E qui nascono i problemi. Infatti la compagna della puerpera, pur avendo chissà come firmato l’atto di nascita, si rifiuta invece di indossare quel braccialetto maschilista. I medici sono concordi: è fuori posto un tale braccialetto al polso di una donna. Obiezione: ma è il braccialetto fuori posto oppure la compagna omosessuale che mima il ruolo di padre? Ma proseguiamo e non facciamoci domande alla Chesterton.

La soluzione per togliere tutti dall’ “imbarazzo” – questo è il termine usato dai medici – ha l’aspetto dell’uovo di Colombo: non diciamo alla compagna della neo-mamma che non essendo lei padre non può mettersi nessun braccialetto, se ne risentirebbe, inventiamoci invece per lei un braccialetto su misura con una nuova dicitura. E così viene dato alla luce – è proprio il caso di dire – un nuovo tipo di braccialetto con la scritta “partner”. In effetti, argomenta qualcuno, madre non è, padre neppure e quindi essendo esclusa dalla cerchia dei genitori – biologici o di tipo surrogato – non rimaneva che ripararsi sotto l’espressione molto “gender” e neutra di partner.

“Ormai non si può più ragionare in modo tradizionale - ha spiegato il primario Giovanni Battista Nardelli - abbiamo preso questa decisione per non offendere la sensibilità di nessuno». Sì, in effetti basterebbe ragionare e basta per risolvere la questione senza cadere nel ridicolo.

In merito poi alla preoccupazione di non offendere la sensibilità di nessuno, di non creare imbarazzo con comportamenti disdicevoli per persone dabbene, ci viene in mente la sensibilità delle persone di buon senso che si sentono vilipese nelle loro idee che non sono tradizionali o stantie bensì semplicemente sane. Ci viene in mente la sensibilità delle donne che non vogliono essere derubricate a “partner”, dei maschi che non vogliono essere sostituiti dalle donne nel loro ruolo di padri, di centinaia di migliaia di persone che hanno a cuore non la famiglia tradizionale, ma la famiglia punto e stop, cioè l’unica esistente. Le altre sono caricature. Ma soprattutto a voler essere delicati fino in fondo ed educati così come ci ha insegnato mammà, ci viene in mente la sensibilità di quel neonato patavino che ha diritto ad avere una madre che come donna ami il suo uomo e di un padre che non porti la gonna. Ma anche queste obiezioni – ce ne rendiamo ben conto – sono così simili ai sottili distinguo, di cui sopra, sul colore delle foglie in estate.

La svolta linguistica coniata dall’ospedale di Padova è svolta culturale, di matrice morale. Le parole designano la realtà, cioè dovrebbero riconoscere la realtà per quello che è. Se cambi le parole, non potrai cambiare la realtà: “Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso profumo soave” dice Giulietta al suo Romeo. Però attraverso la mutazione linguistica potrai cambiare la percezione che della realtà hanno gli altri. Una donna mai potrà essere un padre nemmeno se la battezzi con il termine “partner”. Però l’idea che questa donna potrà essere un buon genitore, beh questa idea potrà essere assimilata pian piano dalle coscienze di molti e l’ago che entra nelle menti sane delle persone per iniettare il virus dell’ideologia è sottile come un impercettibile mutamento di vocabolo.

E dunque quel braccialetto va nella direzione di riconoscere una famiglia partorita dall’eccentrica fantasia dell’uomo, un luogo sociale inesistente, un’isola di Utopia segnata solo sulle carte geografiche dell’ideologia di gender. D’altronde ci avevano avvertito che prima o poi la fantasia sarebbe salita al potere. Ma mai avremmo sospettato che sarebbe entrata in un reparto di ostetricia.

La dott.ssa Maria Gervasi, Direttrice del reparto Ginecologia dell’ospedale patavino, in merito all’introduzione di questo nuovo braccialetto la giustifica così: “Resta fondamentale adattarsi ai cambiamenti della società”. È qui il nocciolo della questione: è proprio attraverso questi riconoscimenti di fatto, grazie a questi adattamenti darwiniani dell’etica alla prassi vigente che passeremo ai riconoscimenti giuridici. Purtroppo sarà il costume diffuso – fatto anche di nuova bigotteria di gender - che guiderà la mano del legislatore, perché le norme avranno già trovato la propria legittimità in prassi ormai consolidate. In breve: un piccolo passo per la linguistica, un grande passo per l’omosessualità.