a cura di Andrea Zambrano
  • LA TERRA E IL SATELLITE

Epifania in time laps

E’ uno dei miei antistress preferiti. Il mio stacco dalle faccende domestiche. E non riesco a smettere. Il fatto è che quelle immagini sono il mio angolo di quiete, la mia speranza, il mio momento di contemplazione di un universo che non ho il tempo, né le forze di guardare.

Il locus sono le foto satellitari scattate dallo spazio, la tecnica è quella del time laps: un montaggio in sequenza a intervalli di fotografie scattate sulla stazione orbitante dove, per l’ennesima volta, l’italiano Paolo Nespoli si trova per il suo semestre di servizio. Era stato lui a farmele conoscere quando venne a Correggio a incontrare gli studenti: proiettò sul telone del teatro il video di foto in sequenza dell’Italia e per me tutto cambiò. Come un aborigeno che per la prima volta vede la ferrovia. Molto di più di quando appiccico a Porta Nuova il naso sul vetro della Tesla.

Perché la terra vista dal satellite è una cosa, è una foto, ma tante foto assieme fanno un video e un video fa un viaggio. Un viaggio che attraversa dall’alto le nubi e i fulmini, i lampi e le luci delle città che sembrano diamanti sparpagliati su un corpo di donna che solo allora capisci perché il poeta Alceo la chiamava bruna. Allora tutto è chiaro: la mappa mostra il silenzio di città vorticose e indaffarate e allucinate, ma tremendamente piccole e innocue in confronto alla vastità dell’universo. Ma a meravigliarmi sono i lampi che si vedono dentro alle nubi: sembrano tanti flash di fotografi sulla croisette. Sono quello che sono: lampi, appunto, e nulla più. Ma quei lampi sotto di noi fanno paura, hanno alimentato terrori e tremori e quando ci si trova nel bel mezzo sono la prova che siamo proprio insignificanti, perché come esseri umani ci spaventiamo per un qualcosa che, visto alla giusta distanza, è ancor più insignificante.

Allora tutto trova il suo giusto ordine, il suo kosmos. E la sua speranza. I video si interrompono sempre in un punto: quando la stazione scavalcando la gobba terrestre alla fine incontra la sua faccia illuminata dal sole. Perché ogni tempesta poi alla fine lascia spazio al sereno. E quinci uscimmo a rivedere le stelle e la stella solare compare immensa e gravida di luce, tanto che possiamo sopportarne solo uno spicchio. Ma intanto si può andare dove si vuole, ora che il treno ha fischiato, direbbe Pirandello. E questa è la mia quiete e la mia gioia. Il mio avvicinarmi al divino utilizzando le categorie degli antichi: la vista, la meraviglia e il timore.

La scienza rivela ancora una sua volta la sua meravigliosa amicizia con la creazione divina, incurante di chi la utilizza come surrogato della propria incredulità ateista. Perché quei lampi sono proprio la prova vivente che siamo nulla di fronte al destino eterno, ma Questi ci ha fatti di carne ed ossa per farci alzare lo sguardo e osservare le superne rote con stupore e gratitudine. E’ la nostra epifania. E’ l’epifania in time laps.