• CULTURA DELLA MORTE

Eutanasia e droga: i Radicali trovano un link stretto

L'appello prima di morire di eutanasia di un italiano accompagnato da Cappato: drogatevi. Doppio impegno per i radicali in questo periodo: eutanasia e droga. Parenti stretti per più di un motivo. In primo luogo entrambe le pratiche sono plastiche espressioni della cultura di morte.  La libertà viene sequestrata da pulsioni irrazionali, uccisa dallo sballo. 

Davide Trentini, malato di Sla, è morto il 13 aprile scorso nella solita clinica elvetica per le esecuzioni capitali Dignitas. Ad accompagnarlo è stato, come nel caso del Dj Fabo, l’esponente radicale Marco Cappato che ormai di mestiere fa lo scafista della morte tra l’Italia e la Svizzera. Prima di morire Trentini ha realizzato un video per promuovere la legalizzazione della marijuana. L’uso strumentale della morte del povero Trentini ha un fine evidente: ad un morente non si può non credere. E così il candidato al suicidio assistito prima di chiudere gli occhi per sempre quale ultimo messaggio importantissimo voleva lasciare come testamento spirituale all’umanità? Drogatevi. Non lo dice in modo esplicito, ma il senso è quello: "Sono Davide Trentini, sono qui in Svizzera per porre fine a tutti miei dolori. Sono malato di sclerosi multipla, ho provato di tutto, niente è riuscito a far niente. Riesco a star meglio solo perché la Regione Toscana da circa due anni mi dà la marijuana che mi fa sparire completamente gli spasmi". Di per sé è affermazione da condividere: lecite l’uso di quelle sostanze anche psicotrope che hanno finalità terapeutiche, se ovviamente, tra gli altri criteri da rispettare, gli effetti positivi sopravanzano quelli indesiderati.

Ma ovviamente il giochino che sta dietro a questo testamento spirituale a favore dell’uso della cannabis è un altro: la cannabis fa bene perché terapeutica quindi perché non estenderne l’uso a tutti? E’ come dire: la chemioterapia fa bene ai malati oncologici, perché non la sperimentano anche i sani?

Suicidatosi Trentini, Cappato, il quale vuole sperimentare cosa si prova a macchiarsi uno ad uno di tutti i reati del codice penale, in piazza Duca D’Aosta a Milano ha dato il via alla Semina proibita, distribuendo ai passanti semi di cannabis con istigazione alla piantagione degli stessi. Ai milanesi lì presenti è stato rivolto anche l’invito a diventare membri  della Radical Cannabis club. "L'azione è rivolta sia al Parlamento – si legge in una nota dell’Associazione Luca Coscioni proponente l’iniziativa - che continua a tenere bloccato l'esame della legge per regolamentare la Cannabis e da quasi sei mesi il conteggio delle firme sulla proposta di iniziativa popolare di 'Legalizziamo!' - che al Consiglio regionale della Lombardia - che rifiuta di prendere in esame la proposta di legge di iniziativa popolare regionale sulla Cannabis terapeutica". I radicali non sono i soli a chiedere la legalizzazione della cannabis, ma vi sono altre realtà che si battono per il medesimo obiettivo come il Movimento 5 grammi.

Dunque doppio impegno per i radicali in questo periodo: eutanasia e droga. Parenti stretti per più di un motivo. In primo luogo entrambe le pratiche sono plastiche espressioni della cultura di morte. La cannabis, oltre a causare patologie gravi, è ponte per il consumo di droghe più potenti e spesso letali. Dietro le volute di fumo dello spinello c’è dunque il ghigno di un teschio. Naturale che il viaggio di Trentini favorevole all’uso della cannabis si concludesse allora nel suicidio, nell’eutanasia.

In secondo luogo sia l’eutanasia che l’uso di sostanze stupefacenti sono la via di fuga da un realtà percepita come ostile. Un’uscita di sicurezza contro il dolore di vivere, un’evasione da un’esistenza le cui pareti sono diventate troppo grigie e così alte da oscurare il sole. L’assunzione di responsabilità che comporta vivere –sia gli impegni della vita ordinaria sia le condizioni di vita straordinaria di chi è malato terminale o disabile grave – viene elusa iniettandosi in vena droga o una sostanza letale per porre “fine al cordoglio e alle infinite miserie, naturale retaggio della carne” (Amleto dixit).

Infine eutanasia e droga vogliono esaltare il principio di autonomia, ma senza riuscirci. E’ il soggetto ad essere il padrone del proprio corpo, della propria vita, della propria salute. Anche se la cannabis fa male – così si sostiene - fa male solo alla persona che la consuma. Falso sia perché gli incidenti stradali causati da chi è sotto l’effetto di queste sostanze sono innumerevoli, sia perché lo stato alterato del consumatore influisce sui rapporti personali, sull’efficienza sul lavoro, etc., sia perché chi fuma può venire emulato. L’autodeterminazione porta a concepirsi come stato sovrano in cui tutto è lecito, dal ferire la propria salute al votarsi alla morte. Ma la volontà di celebrare la libertà individuale intesa in senso assoluto è falsa. Infatti il gesto di suprema libertà di togliersi la vita o di farsi uccidere non è tale, perché la libertà di chi chiede l’eutanasia muore con lui. Se Tizio è in carcere e per liberarsi dal carcere decide di uccidersi non possiamo certo dire che Tizio è diventato un uomo libero. Sarà un uomo morto. In modo analogo chi fuma spinelli non è più padrone di sé, ma solo di ciechi istinti. Non è più lui governare la propria persona, ma la droga e le emozioni acute che essa comunica. La libertà viene sequestrata da pulsioni irrazionali, uccisa dallo sballo.