• IL CASO

Evelyn Billings, un'esistenza per la vita

Per le femministe, da sempre, uno dei peggior nemici è una donna che non la pensa come loro. È il caso di Evelyn Billings, deceduta il 16 febbraio scorso, scopritrice del metodo di regolazione della fertilità che porta il loro cognome. 

Billings

«Per la donna, il modo migliore per prepararsi a una professione è allevare dei bambini»1. Per le femministe, da sempre, uno dei peggior nemici è quello interno: donne che non la pensano come loro. Tra esse, certamente, è da annoverare Evelyn Billings, deceduta il 16 febbraio scorso, scopritrice, assieme al marito John, del metodo di regolazione della fertilità che porta il loro cognome.

Evelyn fu duramente aggredita verbalmente quando pronunciò quella frase, oggi quanto mai attuale. Certamente, l’eredità che i coniugi Billings lasciano non solo alla Chiesa cattolica, ma al mondo intero, va ben oltre il semplice antifemminismo.
Una vita interamente dedicata allo studio delle problematiche relative alla procreazione responsabile: australiani, nati nel 1918, entrambi medici, convolati a nozze nel 1943 dopo la conversione di Evelyn dall’anglicanesimo al cattolicesimo, uniti in terra fino alla morte di John avvenuta nel 2007 e adesso nel ricordo di chi è loro grato per le ricerche condotte per il bene della persona umana.

John racconta che fu lui, neurologo, a iniziare, nel 1953, a occuparsi di «consulenza matrimoniale», attività fortemente voluta dall’allora Vescovo di Melbourne Daniel Mannix. Il marito di Evelyn dapprima oppose resistenza, poi dette la propria disponibilità per un breve periodo di tre mesi, che sarebbero diventati più di 50 anni. Con al fianco la moglie, il cui contributo al perfezionamento del metodo fu di fondamentale importanza.

L’enorme lascito dei coniugi Billings non ha confini. Paolo VI, che firmò la Humanae Vitae nel 1968 opponendosi al dissenso non solo esterno, ma anche interno alla Chiesa cattolica, trovò in John e Evelyn un sostegno scientifico e morale di grande aiuto. «Desidero ringraziarvi. So del vostro lavoro e voglio ringraziarvi per quello che fate. Vi porgo anche i ringraziamenti di Nostro Signore Gesù Cristo», disse Papa Montini quando lì incontrò.
Ma il metodo Billings non è solo roba da sacrestie. Non va dimenticato che, ad esempio, India e Cina accolsero con grande favore tale metodo per la regolazione della fertilità.

Madre Teresa ottenne che, durante la campagna di sterilizzazione forzata messa in atto dal governo indiano negli anni Settanta, fossero esentati da tale pratica tutti coloro che avessero dato evidenza di conoscere il metodo Billings esibendo un opportuno certificato. In Cina, i Billings, a partire dal 1986, furono invitati a partecipare a programmi di formazione voluti dalla Commissione statale per la pianificazione delle nascite, incontrando negli anni successivi un sempre crescente interesse.

Allora profetiche, oggi attualissime, le considerazioni di Paolo VI e le ricerche dei Billings interpellano integralmente la persona umana. In un’epoca in cui sono sotto gli occhi di tutti gli effetti nefasti della cosiddetta “liberazione sessuale” post-sessantottina, proprio da quegli anni travagliati ci giunge la proposta di una sessualità che coinvolga non solo i genitali, ma anche il cuore e il cervello. Piacere, fedeltà, conoscenza del proprio corpo e intelligenza sono gli ingredienti indispensabili che il metodo Billings unisce nella ricetta per un amore totale e disciplinato.

Nel XXI secolo, in cui la vita umana è ormai degradata a bene disponibile, ad oggetto del capriccio e del desiderio di chiunque voglia un figlio (da decenni assistiamo agli orrori della provetta) o lo rifiuti categoricamente (l’ecatombe dell’aborto ha assunto dimensioni globalmente catastrofiche), la risposta è quella dei metodi naturali di regolazione della fertilità: la coppia uomo-donna che non è padrona della vita, alla quale apre le porte con responsabilità e raziocinio.

1Molte delle note biografiche sono riprese da Due vite per la vita, Intervista di Angelo Montonati a Lyn e John Billings, Edizioni San Paolo, 1998.