• POCHISSIMI RIFUGIATI

Falsi omosessuali e perseguitati: il bluff dell'asilo

Dai dati del Ministero degli Interni si percepisce il grande bluff delle richieste di asilo politico. A fronte di numeri biblici, solo il 5% di essi ottiene lo status. A smascherarli sono le prefetture che riescono a individuare i tranelli attraverso le differenze linguistiche. Emblematico il caso della Nigeria da cui provengono oltre 9000 richiedenti asilo: ma sono tutti del sud e non del nord sotto tiro di Boko Haram.

Il grande bluff dell’accoglienza dei migranti mascherati da asili politici, va in scena con i dati ufficiali del Ministero degli Interni. Stando all’ultimo report disponibile relativo a fine agosto 2016 dei 58mila richiedenti soltanto 2.400 hanno ottenuto lo status di rifugiato politico, il 5%. Appena il 13% ha ottenuto la protezione sussidiaria e il 18% la protezione umanitaria. I dati più inquietanti sono quelli relativi ai dinieghi, cioè i rifiuti che sono il 59%. Dati impietosi dunque, che mostrano come quella dell’accoglienza indiscriminata di clandestini, parola ormai tabù, sia diventata istituzionalizzata nel segno della richiesta d’asilo facile dato che è molto meno facile la concessione dello status. 

Tra le popolazioni più richiedenti troviamo la Nigeria, con 9.700 sbarcati nel solo 2016. Seguono il Pakistan, il Gambia, il Senegal e l’Eritrea. Nessuno di questi stati ha un conflitto permanente in corso. Per trovarlo bisogna andare in Siria dove però ci sono appena 929 richiedenti e l’Ucraina, appena 1665. 

Le Prefetture ormai hanno affinato il sistema con il quale smascherano la quasi totalità dei falsi richiedenti asilo. Alcuni casi raccontati alla Nuova BQ dai presidenti di commissioni territoriali. 

La Nigeria è sterminata, ma soltanto in tre dei 36 stati permane la minaccia di Boko Haram. Nel nord. Infatti i nigeriani che arrivano sulle nostre coste e chiedono alle commissioni lo status di rifugiato si dichiarano cittadini del nord in fuga da Boko Haram. Peccato che si tratti per il 95% di persone che provengono dal sud della Nigeria, relativamente tranquillo per gli standard africani, ma povero. Chi sbarca sulle nostre coste sfugge da una condizione di povertà o di poche chance per il futuro, non però da situazioni belliche o di persecuzione che giustificherebbero l’applicazione dell’articolo 1 della convenzione di Ginevra. 

Anche perché il vero rifugiato cerca di stare vicino casa il più possibile, non si fa 6000 km, ma attende nei campi profughi o in altri paesi confinanti che la situazione migliori fino al punto di consentirgli di tornare a casa. Non è questo il caso. 

Ma come si fa a smascherare un nigeriano del sud da uno del nord?Semplice: con la differenza linguistica che permette agli interpreti delle prefetture di timbrare il foglio di diniego. E anche con i cognome, con una differenza ancor più marcata rispetto alla nostra divisione nord sud, perché di marca più tribale.

Lo stesso accade per i pachistani, che provengono prevalentemente dal Punjab. E con il Mali. Basta confrontare lingua e accenti per sciogliere il nodo. In altri casi ci sono richiedenti che dicono di essere omosessuali nei loro paesi d’origine. Anche in questo caso con sistemi incrociati, si scopre il bluff dato che gli omosessuali in molti stati sono perseguitati effettivamente, ma solo in alcune regioni.

E i siriani? Pochissimi. Mediamente una commissione territoriale ne vede passare dai suoi uffici appena 3/4 all’anno. Davvero un numero impercettibile tanto che i veri rifugiati in Italia si vedono con il contagocce. 

Interessante il caso dell’Ucraina, dove il conflitto è soltanto nel Donbass. Ebbene: la maggior parte degli ucraini che arrivano vengono smascherati perché si viene a sapere che non sono altro che figli di badanti che chiedono un ricongiungimento familiare a spese delo Stato. 

E’ un sistema deformato che incoraggia tutti gli attori a dare il peggio di sé.